Giovedì, 28 ottobre 2021 - ore 04.10

ANGOLO DEL DIALETTO CREMONESE (6) | Agostino Melega

ENZO GEREVINI, DETTO “GENZO”, IL POETA DI PIADENA

| Scritto da Redazione
ANGOLO DEL DIALETTO CREMONESE (6) | Agostino Melega

ANGOLO DEL DIALETTO CREMONESE (6) | Agostino Melega

 ENZO GEREVINI, DETTO “GENZO”, IL POETA DI PIADENA

Gianfranco Taglietti ha sottolineato che Enzo Gerevini, detto “Genzo”,  sia stato il più qualificato compositore nel dialetto di Piadena,  riuscendo a produrre nel tempo un palese cambiamento di rotta nello stile della scrittura del proprio verseggiare.

  Infatti agli inizi dell’impegno poetico, la sua penna era rivolta al ridanciano e all’umorismo anche un po’ grasso.  Poi “Genzo” si è fatto serio, composto e meditativo, “tanto che i componimenti di pensiero, di riflessione, hanno il sopravvento sui versi burleschi di prima”.

  Tipografo di professione, il nostro poeta è stato fra i soci fondatori de “El Zàch”, il gruppo in cui per anni ha svolto pure la funzione di “voce brillante” nelle manifestazioni vernacolari pubbliche. Da pensionato, ha coltivato interessi di vario tipo con molto profitto, quali la canoa ed appunto la scrittura in vernacolo.

  Ha pubblicato le proprie poesie in Piàdena in dialèt, la silloge dalla quale abbiamo tratto una sua composizione che non riguarda il paese nativo, ma uno dei simboli più cari a tutti i Cremonesi di città e della provincia: el Turàs, il Torrazzo.

 In sette quartine, disposte in versi dove la rima non sempre campeggia, Genzo pone la gran torre di Cremona in uno scenario competitivo con tutte le più grandi e famose città italiane, le quali giustamente sono impegnatissime a lodare i propri monumenti principali, dimenticandosi però che i Cremonesi hanno nella propria città una Torre con la -t- maiuscola, una vera Torre da sogno, che soltanto a guardarla sprigiona nell’aria un clima di festa superando ampiamente in altezza tutti gli altri campanili e torrette del Bel Paese.

   Dalla sommità della ghirlandina, sulla parte finale della Gran Torre, sembra di sentire addirittura tossire il Signore Iddio. L’Autore usa qui un modo di dire in dialetto riferito a chi abita all’ultimo piano e che in italiano ha ben altro suono e fascino rispetto alla modalità espressa dal vernacolo: sèenter el Signùur a tùser. 

  Condivisibile con Genzo è sicuramente il commento che tutte le altre cime delle torri italiane ed estere non possono minimamente essere paragonate a quella del Torrazzo, paragonabile al fuso vicino alla conocchia; fuso al quale le donne che filavano appoggiavano il fiocco di lana da trasformare in filo.

  L’Autore chiude la sua lode all’alto monumento affermando che allorquando la vita della città sbiadisce o rimane avvolta nelle incertezze del precario procedere, è la Gran Torre a sbucare sulla testa di tutti quale simbolo effervescente della città, portando ogni abitante urbano a riflettere su un concetto di fondo con la sua affascinante figura: pur non avendo i monti, pur non avendo un lago e nemmeno la laguna,  Cremona ha il  Torrazzo, unico ed esclusivo  al mondo, che tutti ammirano e che tutti ci invidiano.

 

EL TURÀS

Róma la se vàanta per chèsto e per quèl.

Milàan fügüràase se ‘l vóol èser da méeno;

Napoli e Firenze li ciciàara ‘me ‘n tréeno

e nuàalter, sa stùm che a fàa? ‘L bàch de pulèer?

 

Nuàalter gh’ùm na Tùr che j àalter i s’insùgna;

sultàant a vardàala la mèt n’àaria de fésta:

bèla, bèn fàta e che màja i gnòch in tésta*           *modo di dire: “supera tutti in altezza”

a tüti j àaltri che da’l bàs i la sdücia*.                     *la guardano

 

L’è vàalta, che “tùr” l’è mìia fàta so dòs*              *definizione che non va bene per lei

e i gh’àa duìit batešàala cu’l nùm de Turàs:

l’è fóora müšüüra, credìme regàs,

‘l è ‘n acuto* d’architèt, na meravìlia da vèder.            *in cremonese urbano: acüüt 

 

‘L è n’ àasta de bandiera*, n’ idéa grandiùuša:                 *(in cremonese urbano: bandéera)

l’è fàta de préedi, de àn e de stòoria,

‘l è ‘n véer monümèent, ‘l è na véera glòoria

per i Cremunées che i la smìira e rismìira.

 

El pàar en gràn làpis che scrìif cùntra ‘l céel,

‘l è ‘n véer promemòria de la nòstra Cremùna

che per grandésa e per vanto* de tüt el s’intùna               *(cr. urbano: vàant)

cu’ i nùm de Ponchielli, de Campi e Stradivari.

 

Da insìma a la crèsta se sèent el Signùur a tùser

e tüti j àltri né i la sfiùura né i la tùca:

j è cùma ‘l füs* a tàca a la rùca                                            *fuso (cr.urbano: füüs)

cùme ‘n ciòp de péguri atùrnu a’l pastùur.

 

E quàant la cità ‘l è sbiavìida e incèrta

el Turàs el sbìilsa fóora, sìmbul de Cremùna:

gh’arùm mìia i mùunt, el làach o la lagüna

però chèst ‘l è nòster e che j àalter i vàarda e invìdia.

 

IL TORRAZZO. Roma si vanta per questo e per quello,/ Milano, figuriamoci se vuole essere da meno,/ Napoli e Firenze parlottano come un treno,/ e noi che facciamo: il bastone da pollaio?// Noi abbiamo una torre che gli altri si sognano,/ soltanto il guardarla mette un’aria di festa,/ bella, ben fatta e che mangia gli gnocchi in testa/ a tutte le altre che la guardano dal basso.// E’ alta che “torre” non va bene per lei./ E han dovuto battezzarla col nome di “Torrazzo”,/ è fuori di misura, credimi ragazzo,/ è un acuto d’architetto, una meraviglia da vedere.// E’ un’asta di bandiera, un’idea grandiosa,/ è fatta di pietre, di anni e di storia,/ è un vero monumento, è una vera gloria/ per i Cremonesi che l’ammirano e rimirano.// Sembra una gran matita che scrive nel cielo/ è un vero promemoria della nostra Cremona/ e per grandezza e per vanto del tutto s’intona/ ai nomi di Ponchielli, Campi e Stradivari.// Da sopra la cima si sente il Signore tossire/ e tutte le altre né la sfiorano né la toccano./ Sono come il fuso vicino alla conocchia,/ come un gregge di pecore intorno al pastore.// E quando la città è sbiadita e incerta,/ il Torrazzo sbuca come simbolo di Cremona:/ non avremo i monti, il lago o la laguna,/ però questo è nostro e gli altri guardano e invidiano.//

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