Giovedì, 27 gennaio 2022 - ore 18.29

Auser Cremona corso dialettologia 21/22 sulla Divina Commedia | Agostino Melega

Divina Commedia di Dante Alighieri, tradotta in vernacolo cremonese da due valenti cultori della lingua di casa nostra oltre che di quella nazionale

| Scritto da Redazione
Auser Cremona corso dialettologia 21/22  sulla Divina Commedia | Agostino Melega

Auser Cremona corso di dialettologia 2021/2022 sarà imperniato sulla Divina Commedia | Agostino Melega

Il programma del corso di dialettologia d’arte per il 2021/2022 sarà imperniato sulla Divina Commedia di Dante Alighieri, tradotta in vernacolo cremonese da due valenti cultori della lingua di casa nostra oltre che di quella nazionale: Sergio Marelli di Cremona e Camillo Roverselli di Casalbuttano.  

   Prima però di affrontare le pagine dei due traduttori, sarà però necessario premettere da parte mia alcune considerazioni, ricordando quanto ha scritto il professor Mario Muner in riferimento a Dante Alighieri sull’antologia “Cento e un anno di poesia Cremonese”. In detta analisi letteraria, il docente emerito dell’Istituto Magistrale di Cremona ha infatti riportato le parole che  il grande poeta fiorentino aveva tracciato, alla fine del 1° libro del De Vulgari Eloquentia, relativamente ad una sorta di canone ascendente della realtà linguistica italiana, dove il dialetto cremonese era stato posto proprio alla base di tale interpretazione e misura.

   Precisamente Dante Alighieri aveva scritto: “Affermiamo dunque che questo volgare, che abbiamo dimostrato essere illustre cardinale, aulico e curiale, è quello stesso che si chiama volgare italiano. Infatti, come è possibile trovare un volgare proprio di Cremona, così è possibile trovarne uno proprio della Lombardia: e come è possibile trovare un volgare proprio della Lombardia, così è possibile trovarne uno proprio di tutto il lato sinistro d’Italia; e come è possibile trovare tutti tali volgari, così è possibile trovarne uno proprio di tutta l’Italia. E come il primo si chiama cremonese e il secondo lombardo e il terzo semi-italiano, così il volgare proprio di tutta l’Italia si chiama italiano”.

  Con tale classificazione Dante venne così ad attribuire a Cremona la massima elementarità, con una posizione di partenza nel quadro dell’Italia linguistica, come se avesse voluto rimarcare la centralità della posizione geografica della città padana, ospitante a suo tempo il poeta Virgilio in qualità di studente. Città che si era proposta storicamente, fin dalla sua fondazione nel 218 avanti Cristo,  come l’epicentro del Nord del Paese, ovvero il suo formale ombelico, in quella che sarebbe divenuta poi una delle aree più attive ed animate del mondo.

   Partendo da qui si può comprendere il perché Sergio Marelli e Camillo Roverselli, sentendosi gratificati per il giudizio espresso sin da allora dal grande Dante alla lingua parlata dalle nostre parti, abbiano pensato bene di rendere omaggio al sommo Vate d’Italia traducendo, il primo, la cantica dell’Inferno nel vernacolo di Cremona città,  ed il secondo, l’intero Divin Poema nell’idioma  di Casalbuttano

  Sono appunto i loro versi in dialetto che andremo a leggere ed approfondire nel prossimo anno formativo, non prima di aver presentato le figure dei due valenti traduttori, affidandoci ancora alle parole dello stesso Gianfranco Taglietti, nel costante ruolo da lui esercitato di grande interprete della salvaguardia e della valorizzazione delle parlate popolari diffuse nell’area geografica posta fra l’Adda, il Po e l’Oglio. 

   Infatti della figura di Sergio Marelli egli ha annotato: “Non era un dotto, né uno studioso, ma era un caro, cordiale, bravo cremonese con la passione per Dante. Nato a Cremona il 6 maggio 1925, morì dopo breve malattia nella stessa città il 12 ottobre 1996. Compiuti a Cremona gli studi medi, frequentò a Roma l’Istituto di perfezionamento per l’insegnamento dell’educazione fisica.   

   Volontario di guerra, trovò al ritorno il lavoro come impiegato all’Azienda Farmaceutica fino a quando, con la moglie Flora Ruggeri, gestì il ristorante ‘Centrale’ di Cremona, dove prestò la sua opera fino a poche settimane prima della morte. Amante del lavoro, dedito agli affetti familiari, coltivò come hobby la numismatica, imparò a suonare la pianola e, da ultimo, si immerse nella lettura della ‘Divina Commedia’, della quale possedeva varie edizioni, tra cui quella famosa con illustrazioni del Doré”.

  Va aggiunto che il Marelli fin da ragazzo aveva coltivato questo suo amore per la grande opera dantesca, che conosceva quasi tutta a memoria e di cui soleva citare, all’occasione, versi e terzine.    

  Taglietti precisa che lo stesso traduttore “aveva frequentato le Magistrali e, a Roma, la specializzazione per diventare insegnante di educazione fisica, ma le vicende della vita lo hanno portato poi a Cremona. Era uomo ricco di interessi, cordiale con tutti ma al fondo molto riservato e con poche amicizie. Proprietario, con la moglie Flora, del ristorante Centrale, era uomo dedito al lavoro, che amava conversare anche di lettere e scienze con i molti professionisti e le persone di varie esperienze che frequentavano il ristorante. Nel tempo libero coltivava appunto la predilezione per il suo Dante. E il grande poeta fiorentino ed il dialetto diventarono un amore solo, dal quale sortì l’idea impegnativa di tradurre in dialetto cremonese l’intera opera sul viaggio ultraterreno del Vate d’Italia. Colpito da male crudele, Marelli morì mentre stava rivedendo alcuni passi del ‘Purgatorio’”. 

  Taglietti scrisse sulla figura di questo amante del dialetto un commento del tutto condivisibile, ossia che la traduzione di Marelli ha assunto il tono della favola, come se lo scritto in dialetto di quest’ultimo sia possibile paragonarlo ad un racconto avventuroso da narrare ad un bambino.

 Ed approfondendo tale chiosa con un tocco di simpatia, per non dire di tenerezza, lo stesso Taglietti ha commentato riferendosi sempre al Marelli: “Egli la legge con l’ingenuo candore di un animo sgombro da erudizione, dalle elucubrazioni dei raffinati esegeti. L’interpreta a modo suo, con l’ingenuità di chi resta affascinato dal racconto di tutta la vicenda, dall’avventura ultraterrena di Dante e della sua Guida. Se leggiamo con lo stesso spirito, gustando le immagini e le parole saporose del vernacolo cremonese, si potrà godere la traduzione nella sua semplicità, nel suo candore popolaresco. E così capiremo perché la sua versione non è per nulla letterale, ma ricostruzione personale, una rivisitazione nuova, irrispettosa se si vuole, ma di una vivacità spontanea, senza pregiudizi”.

  Passando all’altro traduttore, ossia a Camillo Roverselli,  possiamo dire che egli si è affidato ad una traduzione letterale e puntuale d’ogni singola parola dantesca, offrendo così al lettore una chiave interpretativa del tutto diversa rispetto a quella del Marelli che ha “un sapore” totalmente di casa.

  Sul piano biografico possiamo riportare che Roverselli è nato a Casalbuttano e che in questo luogo ha trascorso l’infanzia  e l’adolescenza, prima di trasferirsi a Sesto San Giovanni in provincia di Milano, mantenendo sempre la memoria affettiva rivolta al paese natale, conservando nel contempo dentro di sé la passione per le lettere. E fu tale sentimento a permeare la spinta per tradurre in vernacolo la grande opera dantesca.

  La molla per farlo scattò però soltanto quando un amico gli disse d’aver convinto che nessuno sarebbe mai riuscito a tradurre i 15.000 versi della Divina Commedia nel dialetto di Cremona.   

  Roverselli accettò allora di buon grado la sfida ed iniziò a frequentare i circoli culturali del capoluogo e le Associazioni dove si coltivava l’amore per il vernacolo. Fu uno studio lungo e difficile, ma alla fine il sogno, cullato per decenni, divenne realtà.

  Ora volendo partire in questo viaggio letterario, possiamo allora far nostre le raccomandazioni di Gianfranco Taglietti quando questi invita il lettore a porsi di fronte alla traduzione di Marelli con lo spirito dell’Autore, ossia gustando le immagini e le parole saporose del nostro vernacolo. Così facendo “si potrà godere della traduzione nella sua semplicità, nel suo candore popolaresco. E così capiremo perché la sua traduzione non è per nulla letterale, ma ricostruzione personale, una rivisitazione nuova”, o vibrante – aggiungiamo noi - di una emotività investita da una vivacità spontanea ed originalissima.

  Il linguaggio – è sempre il prof. Taglietti a sottolinearlo – “è sapido, efficace, ricco di valore gergale, ben vivo e ben maneggiato”. Valgano ora queste considerazioni a rendere appetibile la lettura dei brani tradotti che andremo a presentare durante il corso, rendendo nel contempo un postumo omaggio al bravissimo Sergio, grande innamorato delle opere di Dante Alighieri, così come potremo dedicare un rispettoso applauso di ringraziamento al minuzioso lavoro dell’ingegner Camillo Roverselli.

 

Agostino Melega (Cremona)

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