Mercoledì, 20 ottobre 2021 - ore 06.54

LA VÉCIA STRÉA di Agostino Melega (Cremona)

La Vecchia Strega/ ha le gambe storte,/ calpesta le talpe,/ e strombazza: “Chirichichì!”

| Scritto da Redazione
LA VÉCIA STRÉA di Agostino Melega (Cremona)

LA VÉCIA STRÉA di Agostino Melega (Cremona)

Oltre alla conservazione del nome della Vecchia in tanti animali e nella denominazione di fenomeni atmosferici, la tradizione popolare ha lasciato nelle fiabe, nelle filastrocche, nelle ‘conte’, nei giochi infantili da cortile e da strada, le tracce, le reliquie, i fossili di antichi saperi e di antichi modi di concepire la vita ed il creato. Ciò è possibile desumerlo sempre dagli studi di Vladimir Jakovlevic Propp e per questo diventa comprensibile perché io sia rimasto affascinato da una formuletta che generazioni e generazioni di bambini di Torre de’ Picenardi si sono passati di bocca in bocca a partire non si sa bene da quando. Questa formuletta consiste in una breve filastrocca, o per meglio dire in un reperto linguistico che il compianto amico Renzo Bodana aveva udito da bambino nel suo paese d’origine, e che un bel giorno mi confidò:

La Vécia Stréa

la gh’àa li gàambi stòorti,

la pìista li tòopi,

e la fà:

“Chirichichì!”

 

La Vecchia Strega/ ha le gambe storte,/ calpesta le talpe,/ e strombazza: “Chirichichì!”

Da qui è possibile approfondire il personaggio della Vécia stréa evocato nella filastrocca, attraverso una anamnesi filologica.  Infatti, il termine dialettale stréa vede già determinato il compimento di una precisa metamorfosi linguistica, il cui cammino semantico è originato dal latino classico strix ( uccello notturno, gufo) per giungere infine al latino volgare  striga (strega).

Questo passaggio d’immagine nasce dalla positività del gufo, fantasticato dagli antichi come provvisto addirittura di mammelle atte ad offrire il latte ai bambini, per precipitare poi verso una dimensione denigratoria, nella quale striga viene concepita come uno stridulo uccello notturno assetato del sangue dei lattanti, una sorta insomma di arpia o di vampiro.

    Ma il termine strix viene riferito dai classici latini anche alle donne che, al pari delle maghe degli Sciti descritte da Ovidio, sono in grado di trasformarsi in uccelli.

    Ora, dopo averla percepita con tutta la repulsione che si è trascinata nei secoli, ci viene precisato dalla filastrocca di Torre de’ Picenardi che la Vecchia Stregala gh’àa li gàambi stòorti”. Ed è veramente sorprendente che simile descrizione venga indicata pure in leggende caucasiche a proposito di un personaggio mitico degli Osseti, Soslan, una specie di sciamano capace di andare vivo nell’aldilà e di tornarne, il quale viene schernito brutalmente con il riferimento dispregiativo di  ‘mago dalle gambe storte’.

    Georges Dumézil, in Storie degli Sciti, riferisce che pure il corrispettivo di Soslan, fra i Circassi, viene deriso con il medesimo riferimento alle gambe sghembe, dal movimento deambulatorio asimmetrico, proprio di personificazioni che si muovono fra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Altrettanto dicasi per lo sciamano dalle gambe storte di un mito georgiano, così come del greco Efesto, il dio fabbro dai piedi storti.

    Gli studiosi parlano di prestiti e di influenze fra il mondo greco ed il mondo caucasico attraverso il Mar Nero. Né possiamo dimenticare i rapporti millenari fra queste aree e la Valle del Po testimoniate dalla storia, dalla letteratura e dall’archeologia.

    Ne sono una consistente testimonianza gli Argonauti greci di Apollonio Rodio che entrano dall’Adriatico nel grande fiume, immerso fra fitti boschi di pioppi; e poi il mito di Fetonte precipitato nell’Eridano-Po; così come i reperti attici del museo archeologico di Adria, antica porta del Po sul mare. Fra  il  Mar Nero e le terre padane i rapporti si sono ulteriormente  vivificati con i Romani, con i Goti e soprattutto con i Bizantini. Certo l’areale mediterraneo ha pure avuto altri contatti col mondo slavo ed uralico, e questo incontro è andato ad incidere i propri segni, con scambi e trasmigrazioni di correnti culturali, negli intrecci delle fiabe e dei miti.

 Un comune sottofondo di queste linee porta comunque a prendere in considerazione l’ancestrale figura della ‘Signora degli animali’, presente nel mondo dei cacciatori paleolitici e nelle religioni dei popoli artici e nord-asiatici sotto la forma di ‘madre degli animali’.

 Simili a questa ‘Signora’ sono le Dee Madri delle civiltà agricole euro-asiatiche, come quella della grande dea antropomorfa di Catal Huyuk, in Anatolia, città di mattoni,  che gli studi datano a circa novemila anni da noi e che si può dire abbia costituito il nucleo primario della nostra stessa civiltà.

  Il predominio di queste figure sul mondo animale ci porta a leggere allo stesso modo le indicazioni che ci forniscono i ‘fossili del dialetto’, ossia quelli della donna attempata della filastrocca, la Vécia, custode delle antiche arti magiche e della capacità di comunicare con il regno sotterraneo degli antenati, definita in seguito Stréa, la quale porta ancora il segno sfumato e deriso di quel potere.

  Infatti essa la pìista li tòopi, calpesta le talpe, ma nel contempo lascia trasparire un residuo del suo antico dominio su questi animaletti che portano in sé il simbolo della cecità; di una cecità mitica che è propria anche della Vecchia del mito, così come è propria di tutti coloro che avvertono la dimensione della profezia, della sapienza, del canto e della poesia.

  La Vécia ha dominato questi animaletti-guida, le talpe, che sono i corrieri consueti e più conosciuti col regno che è presente sotto le zolle del campo, là dove riposano gli avi, là dove alberga insomma il mondo precluso ai vivi.

 Presso i nativi americani, quali gli Zuni ad esempio, la talpa è ritenuta ancora un animale guardiano, signore degli inferi, ‘robusto di cuore e forte di volontà’. 

 Nel ribaltamento dei valori avvenuto lungo i secoli, riassunto dalla trasformazione della Vecchia colma di saggezza in Strega, anche la talpa, la tòopa, è stata declassata.  

 Tant’è che il termine ‘talpa’, nel mondo moderno, viene applicato ai traditori, alle spie o alle persone che forniscono informazioni segrete dall’interno.

 Ma nel vecchio dialetto del Cremonese, la tòopa, al pari della mèerla, conserva un contorno fascinoso, venendo a rappresentare per antonomasia il genere femminile, la donna, ed il suo sesso.

 In questa analisi non possiamo nemmeno dimenticarci dei processi d’identificazione della Vecchia con un animale presenti nella mitologia. Ad esempio, nelle leggende dell’America settentrionale si parla di una ‘Vecchia donna’ che è un sorcio, en sorèch, o ‘n sùrech direbbero i Soresinesi che si ritrovano, pure loro,  il topo o la topina, la sureghìna, in un antico stemma, allorquando la città veniva chiamata, appunto, ancora in ‘modo totemico’ Sorexina.

 Si ha pure il caso che la Vécia sia un’anatra, na nàadra. Oppure si ha il caso che l’alter ego della Vécia sia una grande aquila rossa.

 

 

 

 

 

 

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