Lunedì, 12 aprile 2021 - ore 00.44

Cgil Il racconto Storia di Lorenzo, giovane medico in prima linea di Cristian Sesena

Potrebbe essere uno dei tanti cervelli in fuga e invece, in piena emergenza, passa le sue giornata con doppio camice, mascherina filtrante, doppi guanti e visiera protettiva

| Scritto da Redazione
Cgil Il racconto Storia di Lorenzo, giovane medico in prima linea di Cristian Sesena

Cgil Il racconto Storia di Lorenzo, giovane medico in prima linea di Cristian Sesena

Potrebbe essere uno dei tanti cervelli in fuga e invece, in piena emergenza, passa le sue giornata con doppio camice, mascherina filtrante, doppi guanti e visiera protettiva

Lorenzo si laurea in medicina un anno fa. Non è stato un percorso di studi semplice il suo. Lasciata Livorno per trasferirsi a Roma ha dovuto affrontare negli anni diversi inciampi, tra cui la battaglia contro un tumore, fortunatamente vinta, che lo ha tenuto lontano dai libri a lungo. Poi gli appartamenti condivisi non sempre con coinquilini simpatici, il dover dipendere dai genitori, pochi soldi in tasca e tante giornate passate nei locali della Sapienza, dalle aule, alla mensa, alla palestra. Si spostava con una bicicletta sgangherata, dopo che gli avevano rubato lo scooter, e di chiedere altri soldi a mamma e papà per comprarne uno nuovo non se ne parlava.

Dopo aver conseguito la laurea, per Lorenzo inizia la specializzazione. Ha un sogno, ma la burocrazia, i pochi posti a disposizione, lo mettono fino all’ultimo a rischio. Ce la fa. Entra come specializzando in infettivologia in un importante policlinico universitario. È il 4 novembre 2019 quando gli si aprono le porte del reparto e indossa il camice. Inizia il suo lavoro con dedizione, tutto cambia: le regole, la pratica, il rapporto coi colleghi, i pazienti, i professori, e arriva anche uno stipendio, il primo vero stipendio: poco più di 1500 euro al mese.

Su Lorenzo, come su tutti noi, dopo pochi mesi si abbatte un uragano che non era preventivato, un vortice emotivo e professionale che stravolge le sue giornate e forse cambierà per sempre la sua vita, come del resto la nostra; l’uragano in questione non ha un nome di persona ma una gelida sigla alfanumerica: Covid-19. “Per un medico, per uno specializzando è una esperienza esaltante sul piano professionale, dovere affrontare un emergenza di questo tipo. Gli infettivologi sono sostanzialmente internisti, difficilmente arrivano a trattare pazienti in terapia intensiva. Sicuramente mi renderà un medico più completo”.

Sembra un paradosso, ma Lorenzo è carico a palla, e sorride, gli occhi verdi cerchiati da profonde occhiaie. “Facciamo turni di 12 ore che spesso diventano 14. Entro alle 8 dovrei uscire alle 20. Ma se succede qualcosa quando stai per uscire che fai? Lascia chi arriva nella m.? Quando arrivo a casa, fatta una doccia, mangiato qualcosa è già mezzanotte e non riesco quasi mai ad addormentarmi facilmente per tutta l’adrenalina accumulata. Insomma dormo meno di 6 ore a notte”. Un turno alla settimana Lorenzo lo effettua facendo i famigerati tamponi ai pazienti sospetti degli altri reparti per il resto vive in reparto. Non c’è chiarezza su questa delicata materia, gli ospedali e le ASL si muovono con ampi margini di autonomia. L’organizzazione interna prevede che agli specializzandi in erba siano affidati i pazienti meno gravi, a quelli “senior” i più gravi.

E sono i pazienti un ingrediente importante della miscela straordinaria e potenzialmente esplosiva di queste giornate in trincea: “Molti sono anziani. Vengono messi in isolamento, non possono vedere i loro cari. Non capiscono cosa succederà e sono spaventati. A volte arrivano in pessime condizioni, e anche a me tocca dire ai parenti, che forse non ce la faranno, che non siamo in grado di garantire loro che li rivedranno. Ecco, forse per come sono fatto, questo aspetto mi pesa. Mi porto a casa certe espressioni, certe frasi; mi rimbombano negli occhi e nella testa a lungo. Anche queste sensazioni mi tolgono il sonno”.

Lorenzo ha una bella voce e canta in un coro, va regolarmente in palestra, scrive poesie, ha una vita sociale intensa. Tutte queste cose ora però sono ibernate e rinviate a una data da definirsi. Ci sarà tempo per rifarsi. “Anche io resto a casa ed esco solo per andare al lavoro”. Dice scherzando, facendo finta che il suo sia un lavoro come altri. Non scherza più quando dice che rimanere in casa è un dovere e che bisogna essere rigidi prima che con gli altri, con se stessi.

Lorenzo potrebbe essere uno dei tanti cervelli in fuga, dei tanti nostri ragazzi costretti ad andarsene all’estero per vedersi riconosciuto quel pezzo di carta che è costato sacrifici, rinunce, rimorsi sensi di colpa verso la famiglia e invece passa le sue giornata con doppio camice, mascherina filtrante, doppi guanti, visiera protettiva. “Andare all’ Estero? È un dato di fatto che lontano da qui avrei più possibilità ma ho troppa paura per considerare seriamente la cosa. Sento comunque che qua ho ancora tanto da fare e da assorbire”. Grazie Lorenzo per quello che stai facendo. Se davvero #andràtutto bene sarà anche grazie a tutti i Lorenzo che resistono e decidono di restare in questo paese, nonostante tutto.

Cristian Sesena, coordinatore Area contrattazione e mercato del lavoro della Cgil nazionale

 

 

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