(CR) Pianeta migranti. E ‘dagli ai migranti’ per mare e per terra
In mare: si vietano i salvagenti alla nave italiana che soccorre i naufraghi. In terra, il ddl sicurezza vieta la carta sim cellulare ai migranti irregolari e dichiara reato le proteste nei centri di detenzione.
La MARE JONIO di Mediterranea Saving Humans, unica nave del soccorso civile battente bandiera italiana, dopo le 24 ispezioni subite dal 2018 ad oggi, ne ha avuto una straordinaria da parte del Comando Generale delle Capitanerie di Porto su ordine del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che fa capo al ministro Matteo Salvini. Dopo 10 ore e mezza di controlli senza trovare illeciti, è stato intimato di “sbarcare tutti gli equipaggiamenti utili all’attività di salvataggio, pena, la decadenza del certificato d’Idoneità”. Ciò significa sbarcare gommoni rescue, infermeria, container, bagni chimici e docce destinati all’assistenza alle persone soccorse in mare. La nave non sarà autorizzata a salpare se non sbarcherà l’equipaggiamento di soccorso. Diversamente verrà definitivamente ritirato il certificato necessario a navigare.
Evidentemente non si vuole salvare le persone in mare, ma farle annegare. In contrasto col diritto internazionale e il principio di umanità. Non è ‘brutale’ tutto questo? Da parte poi di un governo la cui presidente si vanta pubblicamente di essere cristiana?
L’ispezione alla mare Jonio è avvenuta in concomitanza al voto alla Camera del ddl sicurezza che prevede un giro di vite anche per le persone migranti extra-UE sull’acquisto dei telefonini e delle sim.
All’articolo 32, infatti, si prevede che tra i documenti da mostrare per poter comprare una scheda telefonica, oltre alla carta di identità, «se il cliente è cittadino di uno stato non appartenente all’Unione Europea» (misura ad hoc dunque) deve esserci copia del titolo di soggiorno.
In parole povere, chi sarà senza regolare permesso di soggiorno sul territorio non potrà telefonare con una propria scheda.
La stretta poi si allarga e, riguardo al diritto al dissenso, non si limita alle manifestazioni non violente nelle strade o nelle piazze (la cosiddetta misura anti-Gandhi), ma entra nelle carceri e nei CPR (Centri per il rimpatrio).
L’articolo 27 introduce infatti un nuovo reato, finalizzato a reprimere gli episodi di protesta dentro i centri di detenzione delle persone migranti. Reato punito con la reclusione da uno a sei anni se la protesta la si promuove, organizza e/o dirige una rivolta; da uno a quattro se si partecipa.
Si inaugura dunque una nuova forma di reato: il delitto di rivolta penitenziaria, che comprende la resistenza «anche passiva». Una criminalizzazione dei modi della contestazione. Unica via di fuga a chi è rinchiuso nei centri di detenzione resterà il suicidio.
foto di Vatican News



