Lunedì, 24 febbraio 2020 - ore 11.44

Craxi 20°

a vent'anni dalla scomparsa del leader socialista

| Scritto da Redazione
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Non sia percepito come irriguardoso un incipit che fa il verso all’apprezzata performance di un’artista che fu molto vicina politicamente ed umanamente al leader socialista, scomparso vent’anni fa ad Hammamet. Un’artista (pescando nel baule dei ricordi personali) che, per quanto ben nota al grande pubblico (ed anche a chi scrive, auto catalogato tra gli insofferenti di qualsiasi rumore musicale e/o canoro) inaspettatamente apparve al Palalido di Milano domenica mattina del 18 marzo 1979 per scaldare (it’s supposed) una platea socialista. Lì giunta ed orgogliosa della constatazione di riuscire per la prima volta a riempire di sé (di popolo socialista, storicamente relegato in una categoria poco massiva) un contenitore da grandi eventi, nonché ansiosa di ascoltare colui che da pochi anni aveva assunto la difficile guida di un partito stremato, dai propri errori ma soprattutto dal pervicace combinato antisocialista. Era il “segretario”, ma non ancora, nella congrua accezione, il “leader”; che stava diventando e che sarebbe diventato. Mettendo a frutto i depositi politico-personali accumulati, nonostante la giovane età, in un percorso coerente e tenace. Ma, più di ogni altra cosa, avviando a sintesi progettuale la convergenza di apporti teorici, talvolta asimmetrici, che erano stati alla base della sua elezione nel Comitato Centrale del Midas. Quella sessione non fu, al momento, percepita da noi giovani, che vi partecipammo da imbucati al seguito, nelle sue esatte potenzialità. Quello snodo/cambio di passo era stato da noi veementi ma inesperti giovani socialisti, posti di fronte alle consapevolezze del disastro delle urne del giugno 1976, più percepito che catalogato come primo segmento emergenziale del motto (“primum vivere deinde philosophari”).

Ciò era avvenuto nella dolorosa elaborazione dell’ineluttabilità dell’uscita di scena del grande segretario socialista (da noi amatissimo) Francesco De Martino. Il quale, qualche settimana prima, era giunto a Cremona a bordo di un improbabile bimotore ad elica pilotato da un compagno generale, per chiudere in Piazza del Comune una campagna elettorale densa di aspettative ma presaga di sbocchi incongrui e financo ingiusti. Premessa di un inevitabile passaggio di testimone. Tra segretari, ma soprattutto tra cicli. Di cui conoscevamo il precedente, rivelatosi per i socialisti molto simile ad un percorso di guerra. Ma, anche tra stili di leadership e di timbro personale. Senza che ciò implichi qualsiasi (antipatica) differenziazione, ricordiamo ancora che il cronista di Repubblica, giunto nella (modesta) abitazione privata per un’intervista all’ex segretario socialista, il cui figlio Guido il 5 aprile 1977 era stato vittima di un sequestro per alcuni aspetti anomalo, fu accolto dal “professore” Francesco in una mise (pantofole sfondate e giacca da camera sdrucita) a dir poco modesta, soprattutto incongrua rispetto agli standards dei successivi happy hours (che, in ogni caso, appartengono alla sfera degli stili soggettivi).

Del nuovo (per chiudere la digressione) si supponeva che non sarebbe stato meno tribolato e tutto affidato al successo della quasi impossible mission della sopravvivenza.

Di Craxi, per quanto delfino di una leadership a Cremona mai maggioritaria, sapevamo quanto dovevamo sapere. Deducendo dagli annali della recente storia del PSI, alla cui nomenklatura il giovane attivista milanese era approdato come componente del Comitato Centrale, anagraficamente più giovane (e, quindi per prassi, responsabile della segreteria tecnico-politica del massimo organo dirigente).

Il curriculum politico-biografico era stato ampiamente corredato dalla narrazione di Mimino Carnesella che prima di diventare segretario provinciale nel 1970 era stato universitario della Statale ed attivista dell’UGI e dell’UNURI.

Per completezza di aneddotica aggiungeremo di aver ricavato una favorevolissima impressione comportamentale (personale e politica) dalla venuta a Cremona (nelle more della sconfitta elettorale non totalmente elaborata ma devastante) del Bettino, ancora vice-segretario ma non ancora numero uno del PSI.

L’occasione: la chiusura (in un clima quantomeno abbacchiato ma denso di impulsi a non deflettere) di un problematico Festival Provinciale dell’Avanti! in svolgimento presso il tradizionale Parco delle Colonie Padane.

Quella domenica pomeriggio Craxi (come lo appellavano base e gruppo dirigente, perché Bettino era prerogativa dell’inner circle, destinato a diventare cerchio magico, milanese), era giunto (si potrebbe osare, atterrato; visto che per essere puntuale all’evento politico aveva lasciato il weekend in una località svizzera era salito a bordo di un velivolo da diporto), tra le decine di attivisti addetti all’organizzazione e ad alcune centinaia di partecipanti (confluiti nonostante l’inclemenza del nubifragio che solitamente accompagnava ogni festival dell’Avanti e graziava quelli dell’Unità).

Avremo modo, nel prosieguo, di sviluppare gli incroci umani e politici successivi a quel primo incontro comunitario. Ma già subito non ci esimiamo da un outing postumo.

Scaturente dalle percezioni che quel comizio di chiusura in un contesto plumbeo suscitò attorno alla testimonianza di un dirigente non di primissimo piano, giovane, poco incline alla piacioneria, con un eloquio secco e diretto, giunto a Cremona per invertire l’impulso umano al tutti a casa e (senza nulla concedere all’illusione) per una ricognizione dello stato dell’arte della difficile, se non disperata ripartenza.

La sua elezione al Midas, che sarebbe avvenuta dopo poche settimane, si sarebbe innestata, almeno nelle sensazioni beneauguranti del popolo socialista cremonese, in quel primo contatto da vicino.

La risalita non sarebbe stata una passeggiata. Ma, forse partendo dalla constatazione che non si sarebbe potuto che migliorare le performances del passato, i resti, volendo fare il verso a Diaz, del più antico e generoso partito italiano (che graziosamente di tanto in tanto Stefania Craxi definisce “partitaccio”), non avrebbero risalito in disordine e senza speranza le valli dei recenti rovesci politici ed elettorali.

Craxi ed i suoi “colonnelli” si sarebbero messi di buzzo buono sia per assicurare la sopravvivenza del movimento fatto di migliaia di generosi militanti sia, soprattutto, per cominciare a “philosophari”. Vale a dire a sottoporre non a restyling bensì a profonda revisione e modernizzazione l’impianto teorico e l’intelaiatura organizzativa del PSI; con la sollecitudine di rendere il suo profilo congruo alle sfide del futuro.

La punzonatura di questo impegno ciclopico dagli esiti tutt’altro che scontati ci sarebbe stata con il 41° Congresso Nazionale di Torino della primavera del 1978. La cui elaborazioni rappresentano, ovviamente a parere di chi scrive, uno dei più alti punti dello sforzo programmatico del socialismo italiano ed europeo. Ma di ciò avremo occasione di parlare in successivi approfondimenti.

Con il che rientriamo nell’asterisco dell’incipit. A quel fortemente innovativo comizio di Craxi al Palalido, i cui format e pannel rappresentavano un inedito profilo di modernizzazione dell’offerta socialista.

E a quel pezzo della Vanoni che si proietta, qualche giorno dopo il ciclo celebrativo della morte di Bettino Craxi, nel solito refrain degli “amici che se ne vanno”.

Se ne andarono dopo il 1993 (alcuni molto lestamente, reinventandosi improbabili second lifes). Ma, temiamo, se ne andranno anche coloro che 20 anni dopo si sono, in questo frangente celebrativo, a rievocare il dito e non la luna.

Comprendiamo il lato umano di una ferita che neanche il tempo suturerà completamente.

Ma riteniamo, in condivisione dell’aforisma coniato dall’architetto Sebastiano Serlio “Roma quanta fuit, ipsa ruina docet”, che il quantum dell’excursus craxiano meriti una rivisitazione onesta, consapevole, scevra da qualsiasi impulso a ridisegnare la storia.

Vent’anni, anche se non proprio in aderenza agli standards accademici, rappresentano una gittata congrua per una scansione attendibile. Che parte dalla volontà di compiere soprattutto un fact checking, se non proprio indipendente (cosa impossibile per i socialisti che non hanno girato la schiena) obiettivo tra le tante luci di eccezionale valore e gli errori e le cadute. Che sarebbe scorretto negare o ad ammettere al minimo sindacale per completare una operazione riparatrice.

E che produca (e non solo a vantaggio dei socialisti che tali sono restati) la verifica dell’attualità della sua eredità.

Ecco perché non ci siamo fatti prendere dalla frenesia di intrupparci in moduli celebrativi tributari del fascino dell’esposizione mediatica che polarizza vuote e scontate attenzioni e che dura l’éspace d’un matin.

La statura di Craxi merita ben altro. La rileggeremo come si conviene. Cominciando dal proporre i testi degli interventi dei referenti delle Comunità Socialiste, Virginio Venturelli, in occasione di un’interessante puntata dell’apprezzata rubrica “Punto a capo” coordinata dal bravo giornalista Giovanni Palisto dell’emittente Cremona 1.

Saremo grati a coloro che, raccogliendo il taglio non effimero di approfondimento, volessero intervenire con propri contributi.

 

 

All’approssimarsi del ventesimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, il giornalista Giovanni Palisto di CREMONA1TV (cliccare per aprire il video) ha intervistato i portavoce delle Comunità Socialiste cremasca e cremonese, Virginio Venturelli e Tommaso Anastasio all’interno della rubrica “Punto e a Capo”. L’interessante forum é andato in onda lunedì 13 gennaio

E’ fattuale quanto questo anniversario sia particolarmente sentito nell’opinione pubblica (e non solo) grazie anche all’ultima fatica cinematografica di Gianni Amelio, “Hammamet”, che ripercorre, sul piano prettamente umano, gli ultimi mesi di vita del segretario socialista, autoesiliatosi in Tunisia durante le note vicende di Tangentopoli.

Palisto ha ripercorso (seppure in estrema sintesi) la cronistoria dell’ascesa e della caduta del leader socialista che, da Presidente del Consiglio, fece visita a Crema e Cremona tra il 1983 e il 1984, cercando di comprendere se e come, i socialisti di oggi, possono attualizzare quella indiscutibile carica innovatrice e riformatrice che distinse il PSI di allora e che portò il Paese fuori dalle secche della stagnazione economica. Dopo la riproposizione del trailer del sopra citato film sono stati passati in visione alcuni scatti fotografici dell’epoca in terra cremasca e cremonese, proseguendo col dibattito sull’operato del leader socialista, sia per quanto di positivo e negativo ha saputo o potuto produrre.

Craxi intuì prima di altri la fine delle ideologie dogmaticamente intese, ridando nuovi stimoli ad un PSI spesso ripiegato su posizioni di subalternità, rivendicando la linea autonomista (a completamento dell’opera iniziata da Nenni) sganciandosi definitivamente dalle posizioni marxiste, nella convinzione di traghettare il PSI, così come tutta la sinistra italiana, verso l’approdo alla socialdemocrazia europea. Era cauto sulle liberalizzazioni, di cui voleva controllare gli effetti negativi che avrebbero impattato sul tessuto socio-economico. Interpretò la modernità, magari a modo suo, in atto nella società ed era fermamente convinto che le riforme istituzionali, il presidenzialismo o il semipresidenzialismo alla francese, per intenderci, non fossero più procrastinabili per rendere lo Stato più reattivo e attento ai bisogni di cittadini e delle imprese. Ma si sa, le cose ebbero un altro epilogo. La questione rimane tutt’ora irrisolta. Ebbe il coraggio di sfidare un certo conservatorismo. Citiamo solo la riforma della scala mobile, ponendo fine a quel meccanismo infernale che fece schizzare l’inflazione a livelli insostenibili erodendo sempre più il potere d’acquisto soprattutto dei salariati. Mise in atto politiche che ridiedero impulso all’economia, portando il PIL al 3% facendo dell’Italia la quinta potenza industriale nel mondo. Impensabile ai giorni nostri! E qui una breve, ma dovuta digressione.

 

Il conduttore citando la leggenda dell’enorme debito pubblico accumulato proprio in quegli anni, ha consentito ai due esponenti socialisti di sfatare il ricorrente luogo comune, ribadendo che il debito pubblico è vero che lievitò, ma a voler essere intellettualmente onesti fino in fondo, esso va valutato (nelle riforme) rapportandolo al combinato disposto degli effetti negativi dovuti al passaggio del sistema sanitario nazionale a quello “aziendalistico” su scala regionale (deciso anni prima dai precedenti governi) e degli effetti positivi delle politiche economiche che si sarebbero fatti sentire solo a medio e lungo termine (dopo la fine del suo mandato a capo del governo).

Rispetto al periodo citato, non abbiamo mai sentito delle spiegazioni convincenti da parte invece di quanti sono succeduti al governo Craxi, sul perché, a trentacinque anni di distanza, ci troviamo con un debito pubblico raddoppiato e crescita del paese inchiodato a zero?

La storia, insomma (sempre che non la si interpreti da tifosi) non mente e Venturelli ammette senza reticenze la sconfitta sul piano etico dei socialisti, come del resto, di tutti i politici appartenenti alla vecchia partitocrazia, ma non su quello politico.

Paradossalmente le idee socialiste vivono ancora, dopo la diaspora, nei partiti di centro destra come in quelli di centro sinistra in Italia e nelle socialdemocrazie in tutta Europa.

Possiamo dire lo stesso dell’ideologia comunista? Chi ha più sentito parlare di eurocomunismo?

 

L’incontro televisivo é terminato con la confutazione dell’assunto di cui sopra, quando il bravo ed arguto conduttore ha citato tra coloro che si richiamano alla cultura socialista Paolo Carletti Presidente del consiglio comunale di Cremona e iscritto al PD da circa un anno a questa parte.

Un fatto è certo: dei socialisti ancora si parla, ad oltre centovent’anni dalla nascita del partito socialista.

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