Galleria Arteatro della Fondazione San Domenico: Al via la nuova mostra di Mickael Giordani
“Rinascenza cromatica – La fragilità del confine” verrà inaugurata il 9 maggio alle 17,00
Crema, 27 aprile 2026 – La mostra sarà visitabile fino al 24 maggio
Sabato 9 maggio alle ore 17,00 presso la Galleria Arteatro della Fondazione San Domenico, l’artista Mickael Giordani presenterà la sua nuova mostra dal titolo “Rinascenza cromatica – La fragilità del confine”, promossa da Icas.
Nel recente ciclo di lavori di Mickael Giordani, l’artista esplora la dialettica, apparentemente inconciliabile, tra separazione e incontro. L’incontro tra gli opposti ha sempre costituito la cifra costante della sua ricerca, ma in questa fase espande ulteriormente la sua dialettica introducendo il colore come dominante forma espressiva e comunicativa amplificandone il linguaggio.
L’artista concepisce la tela come un campo di forze, in cui la materia pittorica diviene mediatore tra opposti. Il confine stesso non diventa più linea di separazione, ma luogo di permeabilità, di reciproca contaminazione tra mondi che si osservano, si temono e si attraggono. È una pittura che parla in un linguaggio antico e universale: la ricerca di senso nella differenza. Al centro della composizione si manifesta una dualità che non divide, bensì genera dialogo.
“Mickael sa costruire un lessico visivo in cui i colori si compenetrano e le forme si intersecano in un’osmosi armonica, dando vita a composizioni capaci di riconciliare — almeno nel meraviglioso mondo dell’astrattismo — un presente attraversato da conflitti e fratture. – dichiara Arwen Imperatori Antonucci, Consigliere del CdA della Fondazione San Domenico, con delega all’arte e alla cultura - E allora metabolizziamo insieme una realtà complessa che nell’arte si trasfigura, lasciandoci incantare dalla vibrazione della luce, dalla densità del colore, dalla bellezza della trasformazione.”
Le opere nascono da un gesto primordiale. Una divisione orizzontale, una linea di separazione, la quale richiama una sorta di sezione aurea emotiva che separa, ed allo stesso tempo congiunge, due campi visivi, o meglio, due campi energetici. Il buio, spesso collocato nella parte inferiore, non rappresenta un’assenza, ma una matrice originaria da cui tutto si trasforma. Nell’altro campo superiore, la luce si diffonde come emanazione spirituale, non in opposizione, ma in risposta, come un respiro che risale, un’onda di consapevolezza che attraversa la forma. Questo rapporto verticale — buio sotto, luce sopra — è la rappresentazione simbolica di un principio di equilibrio cosmico e interiore: un dialogo tra ciò che è terreno e ciò che tende all’invisibile ed all’immateriale.
In questo ciclo di opere, l’artista sembra compiere un ulteriore passo nella sua indagine sulla separazione ed il confine come soglia. Il limite non separa, ma permette la coesistenza delle differenze; diventa il luogo in cui il molteplice si fa unità senza rinunciare alla propria identità.
Le masse cromatiche si articolano in un campo visivo in cui coesistono non più due universi che si sfiorano lungo una linea orizzontale, ma una costellazione di presenze che condividono lo stesso respiro in quello che l’artista denomina un “equilibrio instabile”.
Da questo confine fragile, come spazio di tensione, si passa alla narrazione di una visione di trasmutazione, intesa non come fusione ma come processo alchemico di riconciliazione e di superamento delle separazioni e degli opposti. La pittura diventa così non solo meditazione, ma atto trasformativo, un gesto che propone una risposta al mondo frammentato e polarizzato che ci circonda. La tensione tra le forme non è più soltanto dialogo, ma metamorfosi. Le parti non si oppongono più, ma si lasciano attraversare, modificare, respirare l’una nell’altra. La pittura si fa carne del tempo, superficie che assorbe e restituisce, come un corpo che medita.
In un’epoca dominata dalla contrapposizione — ideologica, politica, culturale, persino percettiva — Giordani sembra proporre una terza via visiva: la trasmutazione come pratica spirituale e civile.
Il confine, allora, non è più barriera ma spazio di nascita. La fragilità diventa condizione della trasmutazione perché solo ciò che può rompersi può anche rinnovarsi. E forse è qui, in questa soglia fragile e luminosa, che l’arte incontra la sua verità più umana: Non si tratta di cancellare i conflitti, ma di portarli a un altro livello, dove l’incontro tra opposti genera energia anziché frattura. È un gesto artistico che rifiuta la semplificazione binaria del reale e propone invece un linguaggio della “complessità armonica”: ogni colore contiene l’altro, ogni forma ne ospita una traccia, ogni confine diventa passaggio.
In questo senso, l’arte ritrova il suo reale fine e valore simbolico profondo, divenendo un atto di guarigione con cui l’artista non dipinge per rappresentare, ma per riparare; non per imporre una visione, ma per offrire un “campo di risonanza cromatica” in cui lo sguardo dell’altro possa ritrovarsi.
“Solo attraverso la fragilità ed il contatto, la forma può evolversi ed il mondo può cambiare stato. Non si tratta quindi solo di una trasmutazione interna al quadro, ma di una trasmutazione esperienziale, che coinvolge chi guarda: la pittura come specchio alchemico, come soglia viva tra il visibile e l’invisibile. La trasmutazione non avviene dunque soltanto nella materia del quadro, ma anche in chi guarda.” - spiega l’artista.
È in questo spazio sospeso che l’opera compie la sua funzione simbolica: generare uno stato di coscienza più ampio, in cui la percezione si apre alla simultaneità del buio e della luce, della forza e della delicatezza, della stabilità e del divenire, proponendosi come un gesto di ricomposizione attraverso l’arte.
“Questa mostra parla di noi. Delle nostre frontiere interiori, delle nostre resistenze e paure, della linea sottile tra protezione e isolamento. Desidero mostrare che la fragilità non è debolezza, ma condizione del sentire: solo ciò che è fragile può ancora cambiare forma, aprirsi, respirare; e chiama ognuno a partecipare a questa azione trasmutativa accogliendo le proprie fragilità come atto di guarigione ed evoluzione.” – dichiara l’artista.
Nella pittura di Mickael Giordani, l’atto di guardare assume una valenza etica oltre che estetica. Chi osserva non è spettatore passivo, ma interlocutore: ogni lettore diventa autore del senso che nasce. Non esiste una sola verità, ma un campo di risonanze che cambia con ogni sguardo, con ogni tempo, con ogni luce.
La pittura di Giordani è profondamente spirituale: non perché rappresenti il sacro, ma perché lo evoca come presenza assente, come vuoto che tiene insieme le parti. È una spiritualità senza dogma, un invito alla cura, alla lentezza, al rispetto del limite come luogo di incontro.
Il tempo dell’opera non è quello lineare della narrazione, ma quello circolare della trasformazione: un’energia che si rinnova nel momento stesso in cui viene percepita, osservata ed accettata.
Biografia
MICKAEL GIORDANI (1968) vive e lavora in Italia. Si avvicina alla pittura già all’età di 23 anni in seguito ad un forte richiamo verso una forma di espressione che andasse a rappresentare quello stato di tensione che lo ha sempre accompagnato. I primi anni li trascorre frequentando la comunità artistica e le gallerie di via Margutta a Roma, e la sua ricerca si muove inizialmente su una pittura figurativa ma pervasa da un simbolismo intimo ed universale. Negli anni seguenti sente la pittura come espressione sempre più intima e personale e decide di ritagliarla al di fuori dal contesto del mercato dell’arte e del sistema delle gallerie al fine di entrare in comunicazione più diretta con l’arte in uno spazio più personale e privo di contaminazioni del mercato o delle esigenze della vendita. Qui inizia la produzione di opere che tra intuizione, equilibrio formale e tensione spirituale, esplorano il rapporto tra forma e spazio come luoghi di dialogo e di ascolto. E qui che inizia a realizzare le sue opere in forma sempre più astratta, costruite su campiture di luce e separazioni armoniche, nascono da un’intima riflessione sulla percezione, sull’alterità e sulla fragilità dei confini umani. In questo ultimo ciclo avvia una forte ricerca del colore, espresso in forma intensa e centrale come mezzo espressivo di rinascita ed inizio di un nuovo ciclo.
La mostra è aperta da martedì al sabato dalle 16 alle 19 e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, dal 9 al 24 maggio.
Ingresso libero.
Dott.ssa Laura Di Santo
Ufficio stampa
FONDAZIONE SAN DOMENICO
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