Sabato, 25 aprile 2026 - ore 21.42

Crema il discorso del Sindaco in occasione manifestazione 25 aprile 2026.

Allora Viva il 25 aprile! Viva la Costituzione! Viva la Repubblica Italiana.

| Scritto da Redazione
Crema il discorso del Sindaco in occasione  manifestazione  25 aprile 2026. Crema il discorso del Sindaco in occasione  manifestazione  25 aprile 2026.

Crema il discorso del Sindaco in occasione della manifestazione di oggi, 25 aprile 2026.



Spettabili autorità civili, militari e religiose, care concittadine e cari concittadini, buona Festa della Liberazione! Buon 25 aprile!

Da ottantuno anni questa è la data fondativa della nostra democrazia. Questo è l’atto generativo dell’Italia migliore che ne conseguì. E questo, oggi, come ogni anno, è il momento in cui impugnamo il testimone di quella solenne pagina di storia nazionale, con pudore innanzi alla grandezza dei protagonisti del riscatto morale italiano, ma con la forza che discende dalla gratitudine e l’orgoglio. Lo teniamo ben saldo e al riparo dai revisionismi manipolatori, dai tentativi equiparativi, dagli approcci sminuenti e dal rischio dell’oblio insito nello scorrere del tempo, gridando senza compromessi: viva l’Italia libera, w l’Italia antifascista!  

Nel ricordare la Liberazione dal nazifascismo e sua madre, la Resistenza, che felicemente la partorì dopo un lungo travaglio, siamo infatti chiamati ad allargare lo sguardo, perché quel passaggio storico non si esaurì in se stesso nel 1945, ma trovò già nel 1946 il suo compimento politico e istituzionale. E da quell’atto creativo cambiò il destino del Paese e la vita delle generazioni.

Fu così che l’Italia scelse la Repubblica, che le donne esercitarono per la prima volta il diritto di voto, che si insediò l’Assemblea Costituente. Fu allora che prese forma, in modo concreto, l’idea di un Paese nuovo: non più segnato dal fascismo, ma nemmeno dalle fragilità e disuguaglianze che lo avevano preceduto. Un Paese prospero, fondato sulla partecipazione democratica, sul lavoro, sulla giustizia sociale. Un Paese che, con la Costituzione, avrebbe scelto di ripudiare la guerra e di riconoscere nella dignità della persona il proprio cardine.

Quella stagione fu resa possibile da una straordinaria energia popolare. La Resistenza italiana fu rossa e bianca. Fu comunista, socialista, cattolica, liberale ed azionista. Fu laica e religiosa. Fu anche di quei militari che dopo l’armistizio si rifiutarono di combattere per la Repubblica di Salò e ne pagarono le conseguenze come ogni altro oppositore del regime: con la prigionia ed i lavori forzati per i più fortunati. Per gli altri, con la morte.  

Nelle sue diverse componenti e finanche nella divergenza delle aspirazioni sociali, nonché della stessa visione della persona, la Resistenza seppe costruire un orizzonte comune: non l’uniformità, ma la convergenza sui principi essenziali. Fu questo spirito a consentire successivamente una partecipazione sociale elevatissima, una vitalità democratica diffusa, una forte fiducia collettiva nella possibilità di ricostruire un Paese migliore.

Ed è ciò che accadde nei decenni a seguire: il miracolo economico italiano, l’ingresso tra la più grandi economie del mondo, i progressi sociali e civili. La tutela dei diritti dei lavoratori, la nascita del sistema sanitario pubblico, l’emancipazione femminile, la forte partecipazione politica e sindacale come espressione del concorso alla crescita materiale e morale della nazione, inteso tanto come diritto quanto come dovere della persona. Ma senza dimenticare il protagonismo italiano nelle relazioni internazionali e poi l’avvio del processo di integrazione europea.

In definitiva: la Resistenza e la Liberazione avviarono una lunga stagione di prosperità. Certo non esente da macchie, errori e difetti. Ma una stagione che oggi, inemendati questi ultimi, osserviamo con la nostalgia che pervade quando si è amato e perduto.  

Nell’epoca in cui il Make America Great Again e le sue imitazioni globali alludono ad una versione brutale e muscolare di vane e dannose nostalgie nazionaliste, la Resistenza e la Storia Repubblicana, oggi, ci ricordano che per provare a fare ancora grande l’Italia, care concittadine e cari concittadini, dobbiamo rifuggire il ripiegamento identitario ed aprirci con fiducia al futuro, attingendo senza riserve alle nostre migliori e più cristalline forze sociali, libere e democratiche. Dobbiamo tornare alle radici della rifondazione del nostro Paese, allo spirito della Liberazione. Dobbiamo immaginare nuovi orizzonti comuni capaci di offrire un senso al nostro stare insieme, riconducendo quelle differenze che rendono vivo e dinamico il divenire democratico a quell’unità che conosce il proprio significato più autentico e non si confonde con l’omologazione.

Anche Crema, nel suo territorio e con la sua comunità, fu parte di questo processo. Le vicende della Resistenza cremasca – nelle campagne, nei centri abitati, nelle scelte spesso silenziose, ma decisive di tanti cittadini – parlano di un contributo concreto alla nascita della democrazia. Parlano di solidarietà, di esempi di coraggio manifesto e di ampia e più discreta responsabilità civile.

Non furono solo i grandi eventi a costruire la libertà, ma una trama fitta di comportamenti quotidiani che costituirono il patrimonio morale del nostro Paese ed il presupposto del rovesciamento del regime.

Oggi, nel 2026, quel patrimonio torna ad interrogarci.

Viviamo in un contesto internazionale segnato dal ritorno della centralità della guerra, dall’affermazione di nazionalismi aggressivi, da tensioni che mettono in discussione il diritto internazionale e i principi di cooperazione tra i popoli, quando non li calpestano deliberatamente. Anche nelle democrazie occidentali si avvertono segnali di fragilità: cresce la distanza tra cittadini e istituzioni, si allentano i legami sociali, si diffondono linguaggi semplificati e divisivi. Si insinua la malsana idea che la democrazia possa rappresentare un ostacolo, più che una risorsa.

In questo contesto dobbiamo evitare che la memoria della Resistenza si riduca a mera ritualità, così come la tentazione della contrapposizione sterile, cui talvolta si è ceduto. Il rischio è di smarrire il significato più profondo di questa ricorrenza: non una celebrazione formale, ma un momento di consapevolezza collettiva capace di parlare al presente e declinarsi al futuro.

Il presente ci mostra come i valori della Liberazione – pace, libertà, giustizia sociale, partecipazione – non siano definitivamente acquisiti, ma al contrario esposti a tensioni e a regressioni.

Per questo, dalla memoria di ciò che accadde ottant’anni fa possiamo trarre ancora oggi un’indicazione essenziale: solo una rinnovata responsabilità condivisa può contrastare derive autoritarie, disuguaglianze crescenti e logiche di conflitto.

Esistono anche nel nostro tempo segnali di reazione e di consapevolezza: una domanda diffusa di pace, una sensibilità crescente verso i diritti, una volontà di partecipazione. Dobbiamo ammetterlo: sono deboli e frammentati, spesso superficiali ed effimeri quanto un trend topic sui social network. Eppure, a dispetto di tutto, sono ancora vivi.

Certamente in forme diverse ed a bassa intensità, ma sono elementi che richiamano quella stessa energia civile che rese possibile la ricostruzione nel dopoguerra. Sta a noi trovare il modo e la strada per interpretarli nel presente e riaccenderli al pieno della loro potenza rigenerativa.  

Non esiste un tempo uguale ad un altro. Ma se è vero che ogni stagione presenta le proprie sfide, è altrettanto vero che i valori umani, morali e civili, superano le contingenze, tendendo all’infinito. E che ogni tempo richiede la propria forma di responsabilità, individuale e collettiva.

E’ sempre tempo, care concittadine e cari concittadini, per agire la responsabilità dei valori costituzionali.

Ogni giorno è un buon giorno per continuare a far vivere la Resistenza.

“Ora e sempre”, camerata Kesserling. Il 25 aprile anche di più.  

Allora Viva il 25 aprile! Viva la Costituzione! Viva la Repubblica Italiana.
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