Via Ettore Sacchi è una strada stretta e acciottolata, ricca di storia. A destra, sull’angolo all’incrocio con corso Vittorio Emanuele, si trovava, alla fine del 1800, l’Osteria della Marcella, sede della prima redazione de «L’eco del Popolo» e luogo di ritrovo dei socialisti cremonesi. Lungo la via sorgono il palazzo Albertoni e si affacciano le absidi della chiesa di San Pietro. La strada sfocia quindi in piazza Sant’Anna (via Cadore).
Nel 1930, la via prese il nome di Ettore Sacchi. Prima di allora essa era intitolata ad Andrea Costa, noto socialista. Ancora prima, nel 1871, la strada era nota come via Belvedere, forse perché portava ai bastioni di piazza Sant’Anna, da cui si poteva ammirare il panorama della campagna dall’alto. Si scelse di dedicare a Ettore Sacchi, uno dei più brillanti della vita politica cremonese e nazionale dell’epoca, quel tratto di strada, perché lì c’erano il suo studio di avvocato e l’abitazione: Sacchi era morto da sei anni.
Storico leader del partito Radicale
Nato il 31 maggio 1851 a Cremona, fu leader del Partito radicale storico, di cui promosse la costituzione in partito politico e che condusse alla partecipazione ai governi liberal democratici dell'Italia pre-fascista. Dopo gli studi, svolti a Cremona, Ettore Sacchi si laureò in legge a Pavia ed esercitò la professione di avvocato nella città natale, ove più tardi fu eletto consigliere comunale e provinciale. I suoi primi approcci alla vita politica avvennero frequentando il circolo intitolato a Carlo Cattaneo. E’ di quel periodo anche la collaborazione con il giornale d'ispirazione radicale «Il Torrazzo», insieme al concittadino Leonida Bissolati. Nel 1882 Sacchi fu eletto per la prima volta deputato tra le file dell’estrema sinistra. Egli si distinse in breve tempo per il suo atteggiamento favorevole nei confronti dei movimenti operai e contadini.
Così nel 1886, a Venezia, fece parte del collegio di difesa nel processo per le grandi agitazioni nel mantovano, estese al cremonese e al milanese, che si concluse con clamorose assoluzioni. Nello stesso anno, insieme a Filippo Turati, assunse la difesa nel processo contro gli imputati del Partito Operaio Italiano. Nel maggio del 1890, intervenne al congresso che si concluse con la sottoscrizione del Patto di Roma.
L'esperienza elettorale
Sacchi si presentò agli elettori in occasione delle elezioni del novembre 1892, auspicando una nuova linea politica, lontana da estremismi verbali ma orientata a portare avanti le riforme che si ritenevano necessarie all’epoca. Grazie al suo atteggiamento flessibile e realistico, l'avvocato cremonese, una decina d'anni dopo, condurrà i radicali a confrontarsi con la politica di riforme inaugurata da Zanardelli e Giolitti. Quando, alla caduta di Francesco Crispi (1896), Felice Cavallotti, leader indiscusso dell'estrema sinistra radicale, chiese al suo gruppo di appoggiare il nuovo governo di destra liberale, formato da Antonio di Rudinì, Ettore Sacchi fu tra i pochi che votarono contro.
Con la morte di Cavallotti (6 marzo 1898), Sacchi assunse progressivamente la figura di leader del Partito Radicale. Dopo i moti milanesi del maggio 1898, e l'arresto dei deputati socialisti Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Andrea Costa, Leonida Bissolati, e del radicale Carlo Romussi, Sacchi si offrì come difensore legale degli arrestati, motivo per cui fu chiamato "l'avvocato dei socialisti".
In occasione dell'assassinio del re Umberto I (29 luglio 1900), Sacchi commemorò il sovrano con quasi con parole di esaltazione, atteggiamento che lo vide bersaglio di critiche da parte della sinistra. Un anno dopo, Sacchi, pur vivamente contestato dagli stessi compagni di partito, ribadì l'assoluta convinzione che ogni “pregiudiziale” nei confronti della monarchia doveva essere abbandonata, in quanto tutte le riforme propugnate dai radicali erano compatibili con la monarchia. Nel 1901, al momento della costituzione del governo Zanardelli-Giolitti, Sacchi e Marcora, leaders delle due principali correnti del Partito Radicale, furono invitati a partecipare alla coalizione. L'intesa però si rivelò non fattibile a causa della discussione sulle spese militari. Nel 1903, fu nuovamente Giolitti, incaricato di costituire il nuovo governo, a chiedere ai radicali di prendervi parte. E ancora una volta Sacchi frappose un rifiuto.
Al primo congresso del Partito Radicale (27-30 maggio 1904), si affrontarono le due correnti rivali, capeggiate da Marcora e da Sacchi. Per il primo, l'istituto monarchico non avrebbe potuto essere definitivamente accettato fino a che non si fosse dimostrato compatibile con le esigenze democratiche; per Sacchi, invece, l'istituto doveva accettarsi fino a che non si rivelasse incompatibile con quelle esigenze. Sostanzialmente, però, Sacchi era più aperto ai problemi sociali, più preoccupato delle esigenze e delle aspirazioni delle classi diseredate, meno incline di Marcora a separarsi dai socialisti.
Il congresso radicale si concluse con la vittoria di Sacchi, che riuscì a far approvare all'unanimità la sua mozione: venne così costituito ufficialmente il Partito Radicale Italiano.
L’esperienza di governo
Successivamente Giolitti propose – ed ottenne - la nomina di Marcora alla presidenza della Camera dei Deputati. Fu il passo decisivo che avviò il Partito Radicale ad assumersi responsabilità di governo. L'ingresso ufficiale avvenne nel 1906, con l'avvento del governo Sonnino, quando Sacchi fu nominato ministro di Grazia e Giustizia e Culti. Con la caduta del governo dei "cento giorni" guidato da Sonnino, i radicali parteciparono ai successivi governi di Giolitti (1906-09), Luzzatti e ancora di Giolitti (1911-14), periodo in cui Sacchi fu ministro dei Lavori Pubblici.
Con l'adesione incondizionata alla monarchia, e l’ingresso nella maggioranza governativa, i radicali persero gran parte della loro carica propulsiva e riformatrice. Le inquietudini dei radicali raggiunsero il culmine proprio con lo svolgimento delle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1913: la stipula del patto Gentiloni, tra Giolitti e le gerarchie cattoliche, era infatti principalmente diretto contro il principale partito della democrazia laica, che, pur risultando ancora una volta vittorioso, fu elettoralmente danneggiato. Al congresso del Partito Radicale, tenutosi a Roma ai primi di febbraio del 1914, l'insurrezione antigiolittiana prevalse e, a grande maggioranza, il Partito Radicale votò per l'uscita dei suoi ministri dal governo Giolitti.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, gli interventisti, nel Partito Radicale, costituivano la maggioranza. L'ala filo neutralista, facente capo a Sacchi, seguiva poco convinta. Il leader cremonese si rimise alla volontà della maggioranza, in nome dei "superiori interessi della nazione", accettando anche di partecipare ai ministeri di guerra, come ministro di Grazia e Giustizia e Culti nei governi Boselli e Orlando.
Morte in povertà
Nel gennaio 1919, Sacchi uscì dal governo Orlando, e si dichiarò, a nome della direzione generale del Partito Radicale, per una larga amnistia, un'imposta globale complessiva sul reddito e, più genericamente, a favore di una "democrazia del lavoro", nell'intento di ribadire l'aspirazione del Paese ad una maggiore apertura sociale. Ma alle elezioni del 1919, il Partito Radicale registrò una flessione nel numero degli eletti, la prima dopo anni di continua ascesa. Alle successive elezioni (1921) perfino Sacchi, che pure era ancora uno dei più eminenti leaders del partito ed era stato assai poco incline all'intervento, fu punito dai suoi elettori e non fu rieletto.
Il combattente di tante battaglie per la democrazia lasciò dunque la politica e morì povero nel 1924.
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Via Ettore Sacchi è una strada stretta e acciottolata, ricca di storia. A destra, sull’angolo all’incrocio con corso Vittorio Emanuele, si trovava, alla fine del 1800, l’Osteria della Marcella, sede della prima redazione de «L’eco del Popolo» e luogo di ritrovo dei socialisti cremonesi. Lungo la via sorgono il palazzo Albertoni e si affacciano le absidi della chiesa di San Pietro. La strada sfocia quindi in piazza Sant’Anna (via Cadore).
Nel 1930, la via prese il nome di Ettore Sacchi. Prima di allora essa era intitolata ad Andrea Costa, noto socialista. Ancora prima, nel 1871, la strada era nota come via Belvedere, forse perché portava ai bastioni di piazza Sant’Anna, da cui si poteva ammirare il panorama della campagna dall’alto. Si scelse di dedicare a Ettore Sacchi, uno dei più brillanti della vita politica cremonese e nazionale dell’epoca, quel tratto di strada, perché lì c’erano il suo studio di avvocato e l’abitazione: Sacchi era morto da sei anni.
Storico leader del partito Radicale
Nato il 31 maggio 1851 a Cremona, fu leader del Partito radicale storico, di cui promosse la costituzione in partito politico e che condusse alla partecipazione ai governi liberal democratici dell'Italia pre-fascista. Dopo gli studi, svolti a Cremona, Ettore Sacchi si laureò in legge a Pavia ed esercitò la professione di avvocato nella città natale, ove più tardi fu eletto consigliere comunale e provinciale. I suoi primi approcci alla vita politica avvennero frequentando il circolo intitolato a Carlo Cattaneo. E’ di quel periodo anche la collaborazione con il giornale d'ispirazione radicale «Il Torrazzo», insieme al concittadino Leonida Bissolati. Nel 1882 Sacchi fu eletto per la prima volta deputato tra le file dell’estrema sinistra. Egli si distinse in breve tempo per il suo atteggiamento favorevole nei confronti dei movimenti operai e contadini.
Così nel 1886, a Venezia, fece parte del collegio di difesa nel processo per le grandi agitazioni nel mantovano, estese al cremonese e al milanese, che si concluse con clamorose assoluzioni. Nello stesso anno, insieme a Filippo Turati, assunse la difesa nel processo contro gli imputati del Partito Operaio Italiano. Nel maggio del 1890, intervenne al congresso che si concluse con la sottoscrizione del Patto di Roma.
L'esperienza elettorale
Sacchi si presentò agli elettori in occasione delle elezioni del novembre 1892, auspicando una nuova linea politica, lontana da estremismi verbali ma orientata a portare avanti le riforme che si ritenevano necessarie all’epoca. Grazie al suo atteggiamento flessibile e realistico, l'avvocato cremonese, una decina d'anni dopo, condurrà i radicali a confrontarsi con la politica di riforme inaugurata da Zanardelli e Giolitti. Quando, alla caduta di Francesco Crispi (1896), Felice Cavallotti, leader indiscusso dell'estrema sinistra radicale, chiese al suo gruppo di appoggiare il nuovo governo di destra liberale, formato da Antonio di Rudinì, Ettore Sacchi fu tra i pochi che votarono contro.
Con la morte di Cavallotti (6 marzo 1898), Sacchi assunse progressivamente la figura di leader del Partito Radicale. Dopo i moti milanesi del maggio 1898, e l'arresto dei deputati socialisti Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Andrea Costa, Leonida Bissolati, e del radicale Carlo Romussi, Sacchi si offrì come difensore legale degli arrestati, motivo per cui fu chiamato "l'avvocato dei socialisti".
In occasione dell'assassinio del re Umberto I (29 luglio 1900), Sacchi commemorò il sovrano con quasi con parole di esaltazione, atteggiamento che lo vide bersaglio di critiche da parte della sinistra. Un anno dopo, Sacchi, pur vivamente contestato dagli stessi compagni di partito, ribadì l'assoluta convinzione che ogni “pregiudiziale” nei confronti della monarchia doveva essere abbandonata, in quanto tutte le riforme propugnate dai radicali erano compatibili con la monarchia. Nel 1901, al momento della costituzione del governo Zanardelli-Giolitti, Sacchi e Marcora, leaders delle due principali correnti del Partito Radicale, furono invitati a partecipare alla coalizione. L'intesa però si rivelò non fattibile a causa della discussione sulle spese militari. Nel 1903, fu nuovamente Giolitti, incaricato di costituire il nuovo governo, a chiedere ai radicali di prendervi parte. E ancora una volta Sacchi frappose un rifiuto.
Al primo congresso del Partito Radicale (27-30 maggio 1904), si affrontarono le due correnti rivali, capeggiate da Marcora e da Sacchi. Per il primo, l'istituto monarchico non avrebbe potuto essere definitivamente accettato fino a che non si fosse dimostrato compatibile con le esigenze democratiche; per Sacchi, invece, l'istituto doveva accettarsi fino a che non si rivelasse incompatibile con quelle esigenze. Sostanzialmente, però, Sacchi era più aperto ai problemi sociali, più preoccupato delle esigenze e delle aspirazioni delle classi diseredate, meno incline di Marcora a separarsi dai socialisti.
Il congresso radicale si concluse con la vittoria di Sacchi, che riuscì a far approvare all'unanimità la sua mozione: venne così costituito ufficialmente il Partito Radicale Italiano.
L’esperienza di governo
Successivamente Giolitti propose – ed ottenne - la nomina di Marcora alla presidenza della Camera dei Deputati. Fu il passo decisivo che avviò il Partito Radicale ad assumersi responsabilità di governo. L'ingresso ufficiale avvenne nel 1906, con l'avvento del governo Sonnino, quando Sacchi fu nominato ministro di Grazia e Giustizia e Culti. Con la caduta del governo dei "cento giorni" guidato da Sonnino, i radicali parteciparono ai successivi governi di Giolitti (1906-09), Luzzatti e ancora di Giolitti (1911-14), periodo in cui Sacchi fu ministro dei Lavori Pubblici.
Con l'adesione incondizionata alla monarchia, e l’ingresso nella maggioranza governativa, i radicali persero gran parte della loro carica propulsiva e riformatrice. Le inquietudini dei radicali raggiunsero il culmine proprio con lo svolgimento delle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1913: la stipula del patto Gentiloni, tra Giolitti e le gerarchie cattoliche, era infatti principalmente diretto contro il principale partito della democrazia laica, che, pur risultando ancora una volta vittorioso, fu elettoralmente danneggiato. Al congresso del Partito Radicale, tenutosi a Roma ai primi di febbraio del 1914, l'insurrezione antigiolittiana prevalse e, a grande maggioranza, il Partito Radicale votò per l'uscita dei suoi ministri dal governo Giolitti.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, gli interventisti, nel Partito Radicale, costituivano la maggioranza. L'ala filo neutralista, facente capo a Sacchi, seguiva poco convinta. Il leader cremonese si rimise alla volontà della maggioranza, in nome dei "superiori interessi della nazione", accettando anche di partecipare ai ministeri di guerra, come ministro di Grazia e Giustizia e Culti nei governi Boselli e Orlando.
Morte in povertà
Nel gennaio 1919, Sacchi uscì dal governo Orlando, e si dichiarò, a nome della direzione generale del Partito Radicale, per una larga amnistia, un'imposta globale complessiva sul reddito e, più genericamente, a favore di una "democrazia del lavoro", nell'intento di ribadire l'aspirazione del Paese ad una maggiore apertura sociale. Ma alle elezioni del 1919, il Partito Radicale registrò una flessione nel numero degli eletti, la prima dopo anni di continua ascesa. Alle successive elezioni (1921) perfino Sacchi, che pure era ancora uno dei più eminenti leaders del partito ed era stato assai poco incline all'intervento, fu punito dai suoi elettori e non fu rieletto.
Il combattente di tante battaglie per la democrazia lasciò dunque la politica e morì povero nel 1924.
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Si ringrazia il giornale Il Piccolo di Cremona per l'autorizzazzione alla pubblicazione
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