Martedì, 01 dicembre 2020 - ore 22.06

Cremona Pianeta Migranti. La pacchia di Soumaila Sacko

Soumalia Sacko veniva dal Mali, faceva il bracciante, aveva 29 anni. Lo hanno preso a fucilate da 60 metri, cercava lamiere per la baracca dei suoi amici.

| Scritto da Redazione
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Cremona Pianeta Migranti. La pacchia di Soumaila Sacko

Soumalia Sacko veniva dal Mali, faceva il bracciante, aveva 29 anni. Lo hanno preso a fucilate da 60 metri, cercava lamiere per la baracca dei suoi amici.

Era un attivista sindacale dell'Usb, sempre in prima fila nelle lotte sindacali per difendere i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella Piana di Gioia Tauro e costretti a vivere in condizioni fatiscenti nella tendopoli di San Ferdinando. La giornalista Bianca Stancarelli ne parla nel suo ultimo libro “La pacchia.”

È un pomeriggio di giugno, tre ragazzi, Soumaila, Drame e Fofana, camminano lungo le strade della campagna calabrese: sono diretti verso un capannone abbandonato, vogliono prendere delle lamiere per fare una baracca. Improvvisamente uno sparo, poi un altro e un altro ancora: uno dei tre si accascia a terra, ferito alla testa da una pallottola calibro 12. Morirà poche ore dopo.

Lo stesso giorno a 800 km di distanza, mentre si festeggia il 2 giugno 2018, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini pronuncia una delle frasi più celebri della sua propaganda politica: “la pacchia è finita”.

Inizia così “La pacchia” (Zolfo editore) l’ultimo libro della giornalista Bianca Stancanelli, già inviata di Panorama e dell’Ora, che ricostruisce la storia inedita di Soumaila Sacko il giovane del Mali assassinato a San Ferdinando.

 “Scrivo di un uomo che non esiste più, di un luogo che non esiste più, di un’ingiustizia che dura” sottolinea l’autrice che, da giornalista d’inchiesta  rimette in fila i pezzi della storia del giovane, arrivato in Italia quando era poco più che un ragazzino. Non è stato semplice ricostruire l’odissea di Soumaila, agricoltore del Mali, fuggito per la siccità dei suoli divenuti improduttivi, arrivato in Libia e sbarcato  a Taranto il 9 giugno del 2014, dopo essere stato salvato da una nave militare dall’operazione Mare Nostrum. Il libro parla del suo sogno, mai realizzato, di poter giocare un giorno nella squadra di calcio del San Ferdinando e lo descrive come un carattere schivo e orgoglioso; riluttante verso i giornalisti che a cadenza regolare, vanno nel ghetto per raccontare “gli invisibili” delle campagne. Un ragazzo che sente come -familiari da aiutare- gli amici che hanno avuto la baracca incendiata. Questo spiega perché in quel suo ultimo giorno di vita si reca a cercare lamiere per una baracca che può migliorare la vita nel ghetto agli amici.

Nel primo comunicato della prefettura di Reggio Calabria Soumaila viene bollato come un “ladro”, che è entrato in una proprietà privata ed è stato ucciso da ignoti. E’ un nero come tanti e la sua vicenda è destinata a finire nel dimenticatoio. Ma Aboubakar Soumahoro, sociologo e dirigente di Usb rivela la vera identità di Soumaila: “era uno di noi, iscritto al sindacato, si batteva per i diritti di tutti”.

La sua morte diventa in poco tempo il simbolo della condizione di quei ragazzi (molti con regolare permesso di soggiorno) sfruttati nelle campagne del Sud. E che si riuniscono in corteo per chiedere diritti, dignità e rispetto. Nasce un moto di indignazione, di eco nazionale, che costringerà il presidente del Consiglio Conte a rivolgere un pensiero a Soumaila Sacko nel suo discorso al Senato per ottenere la fiducia.

Ma la forza del libro sta nell’andare oltre la cronaca, nel raccontare la storia senza fine dello sfruttamento in agricoltura, in quelle terre di ‘ndrangheta da una parte e dello sfruttamento della grande distribuzione. La pacchia sono le lunghe giornate nei campi, dove “ai bianchi va il reddito senza fatica, ai neri la fatica senza reddito”. Una storia vecchia e nota; su cui tante inchieste giornalistiche accendono i riflettori, senza che la politica si decida a fare realmente luce.

 

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