La storia dell'umanità non segue un percorso uniforme e lineare, cioè un
andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi, come asseriva il
filosofo napoletano Giambattista Vico. Al contrario, lo sviluppo storico si
svolge attraverso una dialettica tra tendenze e forze contrastanti, che
innescano cicli violenti e balzi rivoluzionari che non sempre procedono
verso un miglioramento e un progresso del genere umano. Gli esempi non
mancano, ma per rendersene conto basterebbe riflettere sul funzionamento del
potere e sui meccanismi di riproduzione dei rapporti di forza, a cominciare
dai rapporti di comando e subordinazione tra le classi sociali, che sono il
vero motore della storia.
Nel 1800 la reazione antigiacobina dell'assolutismo monarchico fu crudele e
sanguinaria, incarnata dallo spirito codino e sanfedista dei regimi
dispotici che ripresero a regnare dopo la Restaurazione sancita dal
Congresso di Vienna nel 1815: i Borboni, lo Stato Pontificio, gli Asburgo, i
Savoia (che erano tra le dinastie più retrive ed oscurantiste dell'epoca).
Oggi lo spirito codino e liberticida è più subdolo e strisciante, assume
atteggiamenti solo apparentemente morbidi e indolori, l'oltranzismo
forcaiolo si traveste in forme più sfumate e sfaccettate, ma ciò non
significa che il potere politico (e quello economico, che agisce dietro le
quinte e decide realmente) non sia altrettanto efferato.
A dirla tutta, la natura reale del potere economico e politico nel mondo
contemporaneo è tendenzialmente "rivoluzionaria" e "conservatrice" insieme,
nella misura in cui il tratto distintivo e dominante del sistema
capitalistico è quello di un movimento costantemente teso verso un'azione
destabilizzante in senso conservatore, è una sorta di "rivoluzione
permanente" programmata e indotta dall'alto, che mira a preservare e
rafforzare l'ordine costituito. In questa ottica, le forze eversive che
esercitano un ruolo di egemonia e di repressione, non sono di destra ma di
centro, in quanto il potere si colloca per definizione, per indole e
vocazione al centro degli schieramenti politici.
La chiave di lettura è riassumibile nell'antico adagio "divide et impera",
come insegnavano gli antichi Romani, padroni di un vasto impero, cioè
"destabilizzare per stabilizzare": in sintesi la "formula magica" della
cosiddetta "strategia della tensione", un'arma applicata più volte e mai
dismessa, sempre pronta all'uso in quanto funzionale per autorizzare
interventi antidemocratici e restrittivi, avallando la conservazione del
potere. E' sufficiente creare un facile e comodo pretesto per scatenare la
repressione. I processi "rivoluzionari", cioè repressivi, possono essere
determinati dall'occasione di una crisi innescata dall'alto, quindi dal
sistema stesso. E' quanto sta accadendo nell'attuale momento storico,
segnato da una recessione economica internazionale che non è contingente ma
strutturale, e che non a caso incoraggia le tendenze più eversive e
reazionarie, generando un fenomeno di terzomondizzazione dei rapporti di
lavoro e degli stili di vita all'interno delle società capitalisticamente
più avanzate dell'occidente.
La realtà mostra lo sfacelo in cui versa la società capitalistica, talmente
evidente da non poter essere negato neanche dai fanatici più incalliti della
globalizzazione neoliberista, di cui Marx aveva intuito ed enucleato le
dinamiche essenziali. La finanziarizzazione sempre più estesa dell'economia
e del capitale, la terzomondizzazione del mercato del lavoro, la
precarizzazione e la proletarizzazione sempre più diffusa dei lavoratori, la
crescente competizione al ribasso e le tensioni sociali conseguenti, la
ripresa della lotta di classe e della centralità del lavoro produttivo come
necessità per una fuoriuscita dalla crisi globale, sono fenomeni che il
vecchio barbuto di Treviri aveva scoperto 150 anni fa.
Oggi le classi dominanti non sono più in condizione di imporre e propugnare
un modello di vita credibile, una visione etica rigorosa, un'idea di società
e di progresso che sappia infondere nell'animo dei giovani una fiducia
nell'avvenire, tranne l'invito a consumare in modo incessante e scellerato
le risorse esistenti, destinate ad esaurirsi, cioè beni effimeri legati al
consumismo materiale, per cui le classi dirigenti sono lo specchio più
patetico della decomposizione sociale. La società occidentale, soprattutto
le classi dirigenti sono al tramonto proprio perché è venuto meno il ruolo
di supremazia storica svolto dall'occidente nel mondo. Non a caso sono
emerse nuove potenze economiche come Cina, India e Brasile, destinate a
sconvolgere gli equilibri planetari. Questo è un dato evidente che bisogna
riconoscere per comprendere le ripercussioni che si stanno verificando sul
tenore di vita delle popolazioni occidentali, come è accaduto ad altre
civiltà devastate dalla sete di conquista e di rapina delle potenze
coloniali europee.
Il capitalismo è ormai prigioniero di una crisi strutturale e ideologica,
per cui non è più in grado di convincere e sedurre la gente, in particolare
i giovani. Si pensi a quanto è accaduto in un continente come l'America
Latina, attraversato da spinte e fermenti anticapitalistici ed
antimperialistici. Si pensi a quanto accade in Europa e in Nord Africa, ai
rivolgimenti e ai tumulti di massa che stanno ridisegnando gli assetti di
intere nazioni.
Lucio Garofalo



