Il tema delle dipendenze si deve confrontare con una normativa anacronistica, con conseguenti politiche territoriali spesso schizofreniche, che si riducono alla retorica del controllo sociale e a strategie incapaci di affrontare anche i nuovi fenomeni – uno su tutti il gioco d’azzardo - che da tempo stanno emergendo accanto a quelli ormai consolidati. In questi anni abbiamo assistito a tagli consistenti, sia su progetti di promozione della salute, sia rispetto a interventi di riduzione dei rischi e del danno. I Comuni hanno privilegiato un meccanismo di delega: questo ha generato il paradosso di una presa di distanza clamorosa da biografie e contesti che quotidianamente incidono nelle dinamiche di una comunità, proprio da parte dell’Istituzione Comunale che per sua natura dovrebbe esercitare funzioni e competenze in una prospettiva di prossimità. Negli anni ’80, sono state proprio le municipalità del nord Europa ad avviare politiche di riduzione del danno facendosi promotrici di un approccio molto concreto rispetto al tema dei consumi e delle dipendenze. Lo scenario attuale, invece, è quello di una deriva sicuritaria, fatta di azioni rivolte al disagio che, quando va bene, sono ridotte ad evento o testimonianza, e all’ipocrisia di amministrazioni che chiedono sì di praticare interventi di riduzione del danno, ma sottotraccia, collocando operatori e privato sociale nella stessa marginalità in cui si trovano i destinatari dei loro interventi. Un esempio su tutti è Regione Lombardia, che ha circa una trentina di servizi fra unità mobili giovani, drop in, servizi a bassa soglia ecc.. Quello che manca è, tuttavia, il protagonismo di questa fetta del terzo settore, un protagonismo che non può essere rappresentato solo dalla gestione silenziosa del loro mandato, ma che deve riguardare la loro visione di città, di comunità, che deve includerli nella pianificazione dei servizi, nella lettura dell’evoluzione dei fenomeni. La prima sfida diventa quella di restituire centralità non solo al disagio sommerso, ma anche ai servizi che spesso navigano nelle vite ferite e nascoste, perché questo disagio non ha e non cerca rappresentanza, non ha canali istituzionali e non si colloca (rispetto ad altre fragilità) sotto i riflettori. La seconda sfida, invece, è quella più tradizionale, relativa all’integrazione dei servizi. É ancora presente, infatti, una duplice visione in tema di consumi: una sanitaria che rimanda tutto ai suoi presidi ed una penale/etica che affronta il tema attraverso la testimonianza di un approccio repressivo. C’è, però, una terza via, che richiede presenza nei territori per poter osservare i fenomeni, interpretarli, capirli, fornire un supporto al livello politico che dovrebbe poi accollarsi la responsabilità di mettere insieme approcci, reti e soggetti. L’obiettivo non può essere quello di limitare la prossimità solo a determinati servizi, ma deve essere quello di promuovere una cultura complessiva della prossimità anche da parte di servizi alla persona e alla comunità che talvolta risultano ancora poco fruibili e di difficile accesso.
Andrea Virgilio, Capogruppo PD Provincia di Cremona



