Martedì, 15 ottobre 2019 - ore 18.31

Fermare la caduta libera del territorio!

Alla vigilia del rinnovo della Presidenza della Provincia

| Scritto da Redazione
Fermare la caduta libera del territorio!

E per fortuna che l’elezione dei vertici dell’ente intermedio territoriale avviene per secondo livello! Ve lo sareste immaginato il paradosso della plurima chiamata ai seggi di 300.000 elettori?!

Nella manciata di anni, che ci separa dall’andata regime della “riforma Delrio” i 1300 grandi elettori sono stati officiati dell’elezione innumerevoli volte in un risibile lasso di tempo.

Si dirà: conseguenza della cervellotica regolamentazione dei requisiti per la durata in carica. Certamente. Vero è che, nell’arco di nemmeno cinque anni, le vicende del massimo organo, la Presidenza, si sono snodate tra surroghe in regime di facente funzione e ben quattro chiamate alle urne. L’ultima in ordine di tempo quella di domenica 24 agosto (data, come si avvertirà, particolarmente propizia!), ci stimola ad aggiornare le riflessioni, che da un lustro andiamo dedicando ad un tema particolarmente nevralgico.

Una duration presidenziale, che (a parte quella di Viola) appare più congrua al tempo di un battito d’ali, costituisce di per se stessa una criticità (la non maggiore, ammettiamo) una sciagura suppletiva, in capo al processo di disassamento dei fondamentali di un insopprimibile livello intermedio che aveva retto, con risultati sostanzialmente apprezzabili, per oltre un secolo e mezzo.

Poi, diciamolo senza peli sulla lingua, un fact-cheking deformato dalla polarizzazione dei poteri politici ed istituzionali, stabilì via via che la Regione, un’istituzione tardivamente applicativa del dettato costituzionale in materia di decentramento legislativo, avrebbe potuto comodamente (specie dopo la riforma del Titolo V) assumere i connotati di un’entità di governo sub-statale. Fino al punto di cannibalizzare, in un incessante processo di accentramento, anche le deleghe esecutive e le funzioni consolidate degli enti di livello inferiore. La pensata della legge Delrio (che ha revocato l’elezione diretta, ha mantenuto le funzioni, la dimezzato le risorse) non costituisce che il tragico epilogo di una tendenza legislativa e governativa, incardinata fin dagli esordi della cosiddetta seconda repubblica.

Sputacchiare sul bel prodotto del ministro di Reggio Emilia è diventato, negli ambienti politici, uno sport nazionale.

Ma una denuncia così vasta e così argomentata non basta più. Perché, in un contesto politico-istituzionale più simile ad una madre di tutti gli smarrimenti, l’esito cancrenoso di una scombiccherata “riforma” (per di più lasciata in mezzo al guado) arrischia di peggiorare un già traballante quadro di governabilità dell’amministrazione territoriale.

Temiamo che una siffatta sollecitudine di analisi e di denuncia (che reiteriamo ogniqualvolta si presenti l’occasione) non scalderà i cuori e non metterà in ansia i potenti politici; da tempo incuranti della periferia.

E, se permettete, i territori ai margini del cuore metropolitano e delle aree storicamente forti costituiscono, come il nostro, qualcosa di più di una periferia.

Non è necessario appellarsi ad un lungo elenco di fatti, suscettibili di dimostrare che si è in presenza di una tesi e non di un piagnisteo; basterà, ultimo in ordine di tempo ma non di importanza, il riferimento al comportamento del governatorato lombardo in materia, andando per semplificazione, di provvedimenti concreti in favore dell’autostrada Cremona-Mantova.

Non si è in presenza di porte sbattute in faccia. Bensì di una melina (peraltro ben corroborata dai maggiori rappresentanti istituzionali del centro-sinistra, locali e regionali), che fa temere qualcosa di più grave di un no, chiaro ma leale.

Dimenticare progetti importanti, alimentare il conflitto e allontanare i cittadini dalla politica e dalla vita istituzionale. Logorare la politica, che scade e diventa il luogo di quelli senza arte né parte, che però decidono per tutti. La politica diventa così l’antitesi di sé medesima.

Ecco, è proprio questa serie di considerazioni che ci fa temere l’inarrestabilità di un processo di declino e di marginalizzazione del nostro territorio. Il cui primo antidoto dovrebbe essere costituito da un sussulto di consapevolezze civili. Nei singoli cittadini, nelle associazione politiche (che dovrebbero essere i partiti), nei cittadini investiti di funzioni pubbliche.

Riscoprire, soprattutto nel primo livello della gestione pubblica (che è l’amministrazione comunale) l’eminente profilo civico, il cui perno è lo spirito di servizio. E’ il tempo dell’impegno, non del disimpegno. Buttarsi in politica solo se e quando non si ha bisogno della politica. Perché si è indipendenti dagli interessi particolari e perché si vive di un lavoro che prescinde dalla politica. Non si deve essere in politica ad ogni costo. E’ quanto in prevalenza fanno i 1300 cirenei che si presenteranno al seggio per eleggere un vertice istituzionale, che, da cinque anni, si trova ad operare in condizioni improbe. Valutazione che andrebbe corroborata da un giudizio positivo sulla prevalenza di uno spirito non partisan, che ha fatto per lunghi tratti premio sulla necessità di approdi condivisi.

Ecco, accertata una performance che fa onore ai protagonisti di una tendenza non scontata, ci saremmo aspettati una “campagna” (in termini di dichiarazione di propositi e di candidature) meno affidata agli schemi inerziali. Della continuità, ad esempio, nell’affidamento delle scelte alla logica degli schieramenti ed un ruolo, francamente ingombrante ed inappropriato, delle oligarchie partitiche.

In questo senso il binario su cui è stata collocata la procedura elettiva prospetta elementi regressivi rispetto ad un trend, sostanzialmente virtuoso, perché fatto di aderenza alla difficile realtà ed alla necessità di scelte condivise. I due candidati, per il vero “periferici” rispetto agli inner circles delle oligarchie, si sono sforzati di avanzare un quadro di intenti.

Avremmo visto (ma questa è una recriminazione d’antan) un impegno diretto, quanto meno nell’ambito del Consiglio Provinciale, dei Comuni di vertice, in grado di dare rappresentanza alla comprensorialità. Da tale opportunità si è defilato (colpevolmente) il Comune di Cremona che ha affidato la sua rappresentanza (quasi fosse una sine cura od un’occasione compensativa) ad un semplice consigliere.

Valutiamo per alcuni versi foriera di discontinuità la circostanza che i due competitors siano espressione del territorio cremasco; che, pur avendo in passato eletto, esponenti autorevoli ed stimati, non aveva mai espresso posizioni di vertice.

Per quanto si riferisce agli indirizzi programmatici dei candidati, osserviamo che, per quanto significativamente lontani da un target che le difficoltà del momento richiederebbero, compendiano, da un lato, un apprezzabile sforzo progettuale e, dall’altro, sono per alcuni versi sovrapponibili.

Se ci è permessa una chiosa finale, valutiamo considerevole lo sforzo del Candidato Bertoni nella specifica di alcune questioni. Ad esempio là dove focalizza la questione dell’Autostrada Cremona-Mantova che “viene richiesta dal territorio come opera strategica e da realizzare in tempi brevi”. In aggiunta, non divagando (come fanno il competitor e gli esponenti del campo di appartenenza) sulla complementarietà “delle opere compensative fondamentali per il cremonese e il casalasco tra le quali la gronda nord e la tangenziale di San Giovanni. e le altre importanti opere viabilistiche (la riqualificazione della Paullese, la Lodi Treviglio, la bretella di collegamento dell’ex Olivetti con la Soncino-Pandino)organizzerò le consulte territoriali per i temi di interesse per i comuni”

Da ultimo, nella riaffermazione di una linea editoriale poco in sintonia con l’evidente deriva “partitica” che connota la procedura elettorale e che rappresenta un’occasione persa per uscire dagli schemi, rafforzare la priorità della rappresentanza degli interessi originari del territorio, alzare il tasso di condivisione delle scelte strategiche, patrociniamo, in coerenza con la linea della Comunità Socialista Cremasca, un voto non partisan.

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