Venerdì, 17 agosto 2018 - ore 09.21

L’ECOSTORIA Grazie, Senatrice Liliana Segre

Non solo per il coraggio, la tenacia, il senso della testimonianza con cui da decenni indirizza l’impegno civile ed il profilo esistenziale a salvaguardia delle fonti, cui attinge una memoria, fino a qualche anno addietro prerogativa tutto sommato di una sensibilità minoritaria.

| Scritto da Redazione
L’ECOSTORIA Grazie, Senatrice Liliana Segre L’ECOSTORIA Grazie, Senatrice Liliana Segre L’ECOSTORIA Grazie, Senatrice Liliana Segre L’ECOSTORIA Grazie, Senatrice Liliana Segre

L’ECOSTORIA Grazie, Senatrice Liliana Segre

Non solo per il coraggio, la tenacia, il senso della testimonianza con cui da decenni indirizza l’impegno civile ed il profilo esistenziale a salvaguardia delle fonti, cui attinge una memoria, fino a qualche anno addietro prerogativa tutto sommato di una sensibilità minoritaria.

Si deve alla determinazione dei superstiti di quell’immane tragedia e dei testimoni di verità se su quell’ignominia non è scesa una spessa coltre di oblio. Anticamera di negazionismi e di minimizzazioni di fatti e di responsabilità, immaginate a discolpa od attenuante del crimine del passato assurto a sistema e ad intorpidimento delle coscienze in vista di un ripetersi per il futuro, poco probabile ma non impossibile.

Del che si ha riscontro in quel crescendo quotidiano, costellato di episodicità sgangherate ma non di meno indirizzate al consolidamento di preesistenze permeate dal cedimento della memoria e dall’approdo in automatico alla sponda dell’indifferenza quando non della neutralità alla prospettiva del ripetersi di quell’ondata di disumanità. Dettata dalle pulsioni del razzismo e dalla volontà di estirpare dal consolidato civile europeo la rappresentanza di un piccolo grande popolo. La cui colpa fu quella di esistere. Di difendere la propria peculiarità, ma di integrarsi in realtà geo-politiche, raramente accoglienti. Di divenire, con il talento del pensiero, della cultura, dell’arte, delle professioni, tratto eminente della classe dirigente europea.

Tutto ciò poté succedere perché la coscienza collettiva di paesi soggiogati da teorie e prassi di governo ispirate dalla violenza, dall’autoritarismo, dal totalitarismo venne incapsulata nella negazione della libertà, della tolleranza, della verità.

Senza nulla togliere a chi l’ha preceduta nel ruolo di Senatore a vita, il riconoscimento a Liliana Segre reca motivazioni e finalizzazioni, così fondate e feconde, da costituire una apprezzabile discontinuità rispetto a prassi convenzionali non sempre correlate all’alto significato della funzione. Liliana Segre non ha servito il Paese in eminenti uffici delle professioni, dell’arte, delle istituzioni. Ha dedicato il percorso esistenziale sottratto ad un destino disumano alla normalità di cittadina, di moglie e di madre di famiglia. Coi tempi correnti, questo profilo già giustificherebbe la “bizzarria” di qualche Capo dello Stato di conferire il laticlavio a persone normali, per bene, che servono ed amano il loro Paese.

Questa normalità esistenziale, però, ha ritagliato spazio e passione per rivelare all’umanità realtà inconfessabili. Per evitare che fossero denegate od attenuate. Per ancorarle indissolubilmente alla coscienza collettiva dei contemporanei e delle giovani generazioni. In modo da costituire plafond etico e salvaguardia automatica, affinché quelle aberranti teorie vengano irreversibilmente esorcizzate e quelle atrocità non abbiano a ripetersi.

Tutto ciò avremmo voluto dire, se ce ne fosse stata l’opportunità, ad una personalità che, senza averne conoscenza diretta, è ben presente nelle nostre attenzioni. Ieri abbiamo avuto l’occasione di percepire, dall’osservazione diretta dei tratti e dei gesti, una piena corrispondenza con la ricchezza interiore di cui, a petto con constatazione di un impegno tenace e costante, non abbiamo mai dubitato. Soprattutto, di fronte all’outing di laicità ed ateismo, che fa giustizia dello stereotipo che rende automatica professione religiosa ed appartenenza alla cultura israelitica.

Eventi come quello di ieri mattina al Ponchielli rendono merito alla Città che se ne fa promotrice ed allentano quel senso di sconcerto, indotto in noi adulti non più giovani e suscitato dall’interrogativo “come ha potuto succedere?”. Riferito, certamente, all’oggetto principale costituito dall’immane tragedia testimoniata da Segre. Ma anche alla constatazione, rilevata nella quotidianità, che la neghittosità ed i cattivi insegnamenti possano vanificarla; fino a neutralizzare gli anticorpi impiantati dalla memoria. Fino, non sia mai, a ricreare le condizioni di incubazione dei virus che ottant’anni addietro favorirono l’infezione delle coscienze e l’imbarbarimento dei comportamenti.

L’insistenza nel tener salde memoria e trasmissione della verità non sarà mai eccessiva; soprattutto, a petto di spirali involutive, che sarebbe particolarmente colpevole ascrivere alle categorie del disordine comportamentale e del diffondersi dell’assuefazione a manifestazioni individuali e collettive sopra le righe.

La senatrice Segre, venendo a Cremona, certamente, come ha ammesso, ha potuto percepire l’alto livello civile di questa Città. Di cui ha colto il segno più immediato nell’importanza del suo teatro. E quel segno meno direttamente percepibile, ma senza dubbio alcuno più importante, rappresentato dalla dedizione con cui la parte migliore (sì, la parte migliore) della comunità ha enucleato e fatto progredire la mission, che ieri mattina al Ponchielli  ha raggiunto uno dei punti di più alti.

Che fa dire a noi, sospinti dall’età verso il ripudio dei facili entusiasmi e dello scetticismo, che la Cremona, non infrequentemente imputabile di mende, dimostra virtù inaspettate, dalle letture liquide.

Questa virtuosa performance è il risultato della volontà di fare sistema attorno al perno civile, che è la trasmissione della memoria; da parte di una pluralità di apporti, individuali e collettivi.

Di cui la scintilla delle prime intuizioni e dei primi contributi del mondo educativo è stata scaturigine di quel crescente percorso formativo di coscienze confluito ieri nel Teatro cittadino.

L’obnubilamento degli ultimi decenni ha molto concorso ad abrogare dai gesti collettivi il riconoscimento dei meriti e la gratitudine.

Per quel che può valere, ce ne facciamo carico noi. Che rivolgiamo, certi di interpretare un diffuso sentimento, l’apprezzamento per la dedizione e per l’entusiasmo con cui un nucleo di bravi insegnanti da qualche anno si è fatto concretamente interprete del convincimento che la scuola deve trasmettere sapere, ma innanzitutto forti perni di coscienza civile.

Ilde Bottoli, che da anni ha avviato e sostenuto questo non facile percorso, assistito dalle istituzioni locali, dall’associazionismo sindacale, dal contributo concreto della Fondazione Arvedi-Buschini (circostanza questa rivelatrice dell’esistenza anche nel “privato” di generosi afflati civili), aveva preannunciato, a nome  della Rete delle scuole superiori, l’arrivo a Cremona di Segre, in occasione di un altro significativo evento comunitario rappresentato dalla celebrazione della Giornata allo stadio Zini.

Anche allora, come ieri, tanti giovani. Molti dei quali hanno partecipato ai viaggi della memoria già svolti con vasta e con intensa partecipazione.

Altri ancora seguiranno quelli in allestimento per Dachau e per Auschwitz. Ben lontani da colpevoli semplificazioni, ci pare di poter fondatamente selezionare lo sforzo preponderante della mission privilegiando la testimonianza diretta alle nuove generazioni. Nel sito elettivo che è rappresentato dalla trasmissione del sapere e dalla formazione delle coscienze civili.

D’altro lato, si è ben compreso anche ieri mattina al Ponchielli che a loro è rivolta la maggiore sollecitudine della protagonista dell’evento.

La quale ha innestato sulla narrazione di quanto avvenne durante la seconda guerra mondiale uno sforzo di correlazione ai tempi presenti.

Con una forte aderenza al vissuto ed alla sua verità; ma con un’altrettanto forte impulso a trasmettere quella fiducia nel futuro che è diventata merce rara nella quotidianità.

“A fine aprile 1945 si aprirono quei cancelli... Noi che eravamo a pezzi fummo testimoni della storia che cambiava. Lo stupore per il male altrui. Io volevo vivere. Da quel momento sono stata quella donna libera e donna di pace che sono ancora adesso.   Siamo forti…andate avanti, la vita vi riserva sorprese...Non dite mai: non ce la faccio più. Dobbiamo scegliere la vita”.

Commozione diffusa ed un’ovazione intensa ma consapevole della circostanza e del valore dell’evento. Tributata da tutti i presenti ed in particolare dagli 800 studenti cremonesi che in ordinata fila avevano atteso la Senatrice a vita, peraltro giunta puntualissima da Milano.

Gli onori di casa spettavano, giustamente, ad Ilde Bottoli, che ha presentato l’illustre ospite.

Sono poi intervenuti il Sindaco Galimberti che, come in recenti occasioni celebrative, si è fatto portatore di toccanti riflessioni sull’aspetto più ripugnante della discriminazione rivolta ai disabili ed il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sen. Luciano Pizzetti. Del cui contributo diamo ampio resoconto. 

“Signora Liliana, è per me un onore e un piacere poterla salutare in questa occasione, davanti a questa platea di studenti che nei prossimi giorni vedranno quanto lei e milioni di persone come lei avete dovuto subire dai criminali razzisti.

Tanti altri studenti cremonesi hanno già visto, grazie alla coscienza civile e democratica di molti insegnanti a partire dalle professoressa Roberta Mozzi e Ilde Bottoli che ringrazio con affetto e riconoscenza.

Onore: perché lei è vittima e testimone di una tragedia umana studiata e programmata scientemente, che va quotidianamente posta come ammonimento davanti agli occhi del mondo.

Piacere: perché nel nominare lei Senatrice a vita, il Presidente della Repubblica ha fortemente connesso una delle già alte Istituzioni democratiche a chi queste Istituzioni ha reso feconde con la propria umana sofferenza e con la propria testimonianza di vita e di impegno culturale e civile.

La Giornata della Memoria non è solo un ricordo. È un monito!  L’Olocausto è il segno indelebile della perversione dell’uomo che si fa orco. C’è il rischio che possa risorgere se l’indifferenza prevale. Sotto altre forme in parti dell’Africa sta accadendo.

I Demoni maligni possono tornare se la cultura umana e civile, se il bel senso della vita come bene comune, se il sentimento democratico inclusivo affievoliscono anziché affermarsi stabilmente.

I tentativi di revisionismo storico di oggi costituiscono una colpa capitale paragonabile al collaborazionismo di allora. Anzi, peggiore! Perché sempre più spesso sfocia nel negazionismo. Il revisionismo storico sul fascismo è il tradimento della storia. Richiamare la superiorità della razza riporta in vita i Demoni maligni. Inneggiare al fascismo perché costruiva strade e palazzi riporta in vita i Demoni maligni. Perché il fascismo costruiva magari infrastrutture materiali ma abbatteva quelle civili e morali. Faceva strade e a fianco del nazismo ariano faceva le leggi razziali. Costruiva strade per la guerra e abbatteva i ponti per la pace. Il criminale giustizialista di Macerata non leggeva la Costituzione, ma il Mein Kampf.

Voi ragazzi siete espressione della moderna democrazia, ricca di debolezze e contraddizioni ma unico argine alla deriva autoritaria e violenta che riporta in vita ciò che dovrebbe essere morto per sempre. Dopo aver sentito Liliana Segre, dopo aver visitato i campi di sterminio, ancor più comprenderete la necessità fondamentale, vitale, di custodirla con convinzione e determinazione. Con la forza dell’impegno individuale e collettivo. Anche con l’uso degli strumenti social, che da opportunità espansiva della conoscenza possono trasformarsi in armi di lapidazione di massa di idee e di persone, esaltando le parti estreme dell’animo umano. Una sorta di estraniazione dalle responsabilità etiche e morali, o addirittura di rinuncia a esse nell’oscurità della rete.

L’esperienza che farete visitando il campo di Dachau vi renderà questi concetti assai più nitidi. Dachau è uno dei tanti campi di sterminio di massa simile a quello di Auschwitz o di Ravensbruck, dove la bambina Liliana è stata internata dai nazifascisti con altri 776 bambini e bambine italiani perché ebrei. Lei è tra i 25 che dopo indicibili sofferenze sono scampati al massacro scientifico.

L’Olocausto non è stato un atto di guerra incidentale, ma un programmato criminale sterminio di popolo basato su una criminale selezione razziale nel nome di una superiorità che non deve esistere semplicemente perché non esiste.

Benvenuta e grazie di essere qui tra noi Signora Senatrice e buon Viaggio della Memoria a voi ragazzi. Consentitemi, infine, un ringraziamento personale a quattro persone che con il loro sostegno, mosso da una bella coscienza civile, hanno consentito nel corso degli anni di poter fare questi viaggi dentro la storia che non deve tornare: Luciana Buschini e Giovanni Arvedi della Fondazione Arvedi-Buschini, e poi Cesare Macconi e Renzo Rebecchi della Fondazione Comunitaria della Provincia di Cremona (fondata nell’ambito del progetto delle Fondazioni di comunità proposto da Fondazione Cariplo).”

E.V.

 

 

 

 

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