Martedì, 17 settembre 2019 - ore 01.50

L’ECOSTORIA ‘IL COMPAGNO NICOLA BOMBACCI, AMICO E CONSIGLIERE DI BENITO MUSSOLINI’ di Agostino Melega

L’anno in corso, il 2019, può essere ascritto tra i più interessanti e stimolanti dal punto di vista di una rivisitazione storica, proiettata sulle vicende, invero fitte e ricche di spunti, di un secolo fa.

| Scritto da Redazione
L’ECOSTORIA ‘IL COMPAGNO NICOLA BOMBACCI, AMICO E CONSIGLIERE DI BENITO MUSSOLINI’ di Agostino Melega

L’ECOSTORIA ‘IL COMPAGNO NICOLA BOMBACCI, AMICO E CONSIGLIERE DI BENITO MUSSOLINI’ di Agostino Melega

L’anno in corso, il 2019, può essere ascritto tra i più interessanti e stimolanti dal punto di vista di una rivisitazione storica, proiettata sulle vicende, invero fitte e ricche di spunti, di un secolo fa.

PRESENTAZIONE

L’anno in corso, il 2019, può essere ascritto tra i più interessanti e stimolanti dal punto di vista di una rivisitazione storica, proiettata sulle vicende, invero fitte e ricche di spunti, di un secolo fa.

Anche solo volendolo ridurre ad una scansione minimalistica di inizio del ciclo succeduto al precedente, chiuso dalla Grande Guerra destinata a mutare radicalmente equilibri consolidati nel tempo, esso ha già offerto, anche localmente, agli operatori ed agli appassionati del sapere storico una eccezionale messe di approfondimenti.

Per quanto riguarda la nostra attività associativa annotiamo di non aver certamente trascurato di fissare sotto il riflettore una opportunità imperdibile. Il nostro programma, come si ricorderà facilmente, ha esordito col botto dell’apprezzatissima conferenza di presentazione di “Fascismo anno “dell’autore Mimmo Franzinelli.

Durante la primavera, ad opera meritoria di valenti divulgatori storici e feconde associazioni cremonesi, si è snodato un percorso che ha calamitato un crescente e vasto interesse.

Ci riferiamo, in particolare, alle conferenze dedicate a due perni nodali di quelle vicende storiche (il Sansepolcrismo  e la Carta del Carnaro) ed animate, sotto l’egida dell’Ascom, dal saggista storico Guido Andrea Pautasso.

Già, quel 1919, che, per l’intensità ed il peso specifico dei fermenti e degli approdi conseguenti, si sarebbe ben prestato, nella fervida mente di un grande protagonista del XX secolo, a coniare un neologismo politico. Il cui potere identificativo induce molti analisti a trovare consistenti analogie coi tempi correnti. Scriveva Pietro Nenni nel suo saggio «Il diciannovismo»: «Essi parlano, si ingiuriano, s'azzuffano e non concludono mai». Si riferiva all’inadeguatezza dei leaders, dei movimenti, delle istituzioni a fronteggiare il potenziale deflagrante di una transizione dalla conclusione del conflitto alla sistemazione degli assetti successivi. Che, come si avrà modo di vedere, scompagineranno le sicumere (o anche solo le aspettative) condensate  nel marinettiano aforisma della «sola igiene del mondo». I fatti, come si sa, si sarebbero incaricati di dimostrare che, mentre l’accanimento sugli sconfitti avrà come conseguenza l’attivazione dell’impulso revanscista, i vincitori non avrebbero goduto dei frutti della vittoria

Ma il neologismo di Nenni, si riferiva, in particolare, agli eventi che precedettero il fascismo, ai quali andrebbero assommati i drammatici errori compiuti dai socialisti negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra, destinati a confluire nella esiziale crisi socialista dal 1919 al 1922.

Triennio in cui la latente ed insormontabile  difficoltà di pervenire ad una sintesi sostenibile sarebbe deflagrata, determinando la manifesta incapacità dei socialisti italiani sia di approdare ad un progetto capace di coniugare le ragioni della giustizia sociale con l’ingresso delle masse nella vita pubblica sia di mettere a frutto, negli equilibri istituzionali e nelle dinamiche socio-economiche, il crescente consenso elettorale, che, nelle elezioni del 1919 svoltosi per la prima volta col sistema proporzionale, ne aveva fatto (col 32,3% dei consensi) la prima forza politica presente nel Parlamento.

In una prospettiva gradualista ed in un rapporto dialettico ma collaborativo con l’altra forza (di ispirazione cattolica, ma non meno permeata di socialità), il Partito Popolare sturziano, i movimenti di massa emergenti avrebbero (magari con un compromesso con il movimento liberale, non più egemone ma ancora suscettibile di garantire nei rapporti con la monarchia e con il potere economico) potuto spostare la barra in senso democratico e progressista.

In tale direzione aveva cercato di posizionare la testimonianza socialista, la componente riformista. Che, a dire il vero, nonostante fosse stata, con Turati e Bissolati, determinante nella fondazione del socialismo italiano, raramente aveva mantenuto, nelle decadi successive al 1892, il controllo sulla struttura organizzativa (che nel primo-dopoguerra aveva raggiunto i duecentomila iscritti) e, soprattutto, e l’influenza sulla linea strategica.

Semplificando, si fronteggiarono due tendenze destinate, come le proverbiali linee parallele, a non incontrarsi. Da una parte, i riformisti di Bissolati e Bonomi e sostanzialmente di Turati propugnavano un progetto laburista, implicitamente suscettibile di transigere con le controparti politiche, sociali ed economiche, gradualizzando il raggiungimento degli obiettivi strategici. Che erano, ovviamente detto in modo molto sommario, la tendenziale inversione dell’ingiustizia sociale e l’immissione delle masse nello Stato.

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