Lunedì, 27 gennaio 2020 - ore 10.28

LA PAROLA...FRONTIERA DELL' UOMO E DELLA STORIA

Saggio del Prof. Rescaglio

| Scritto da Redazione
LA  PAROLA...FRONTIERA  DELL' UOMO  E  DELLA  STORIA

Il più vivace e profetico romanzo dell'inizio del duemila si è rivelato quello del prete don Luisito Bianchi, figlio della nostra terra, conoscitore di momenti umili e trascurati, perchè maturati nelle campagne tipicamente cremonesi, dove la gente conosceva soltanto la legge dura del lavoro e dell'indifferenza; ebbene, tutta la tematica centrale cammina sul segno della “parola”: “Il gemito della Parola”, “Il silenzio della Parola”, “Lo svelamento della Parola”, e ne esce una narrazione che non si riduce ai soli fatti di un periodo sconvolgente, ma un panorama di avventure dell'umano che sono rimaste nella nostra coscienza e continueranno ad interrogarci lungo i tracciati di una Storia di cui noi pure siamo umili protagonisti.

Su la rivista “Humanitas” del maggio 2005, abbiamo letto che la “parola è una 'frontiera', una terra di confine, accanto al disorientamento e all'angoscia, vi albergano l'attesa e la speranza. Servire la parola vuol dire fedeltà all'uomo, ai suoi limiti e alle sue inquietudini; vuol dire anche fedeltà alla storia, nel suo perenne contraddittorio; e fedeltà a Dio, il Creatore che non risponde alle domande delle sue creature”.

Di questi giorni che precedono un normale turno elettorale – per Italiani che, in genere, avvertono il dovere di andare ad esprimere la loro scelta – gran parte sono stati costruiti con la “parola” - orale e scritta poi – per documentare una verità che dovrebbe rimanere al vertice di ogni problematica: c'è chi “ha scelto di rimanere su questa frontiera, priva di idillio e di ripari, per essere con l'uomo, restituirgli viva la parola laddove fosse stata cancellata dai poteri che spesso lo opprimono e lo deformano, regimi o conformismi che siano, per cercare Dio di cui l'uomo ha speranza”.

Giuseppe Langella – professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università Cattolica di Milano – avverte che “Tra utopia e storia non è mai corso buon sangue: la storia, scheggia impazzita dell'utopia, sembra fatta apposta per distruggere i sogni; l'utopia , figlia reattiva del disincanto, come l'araba fenice risorge puntualmente dalle ceneri in cui la storia l'ha ridotta...Il compio dell'utopia è di salvare la storia, di riscattare quello che il Calvino delle 'Città invisibili' ha definito 'l'inferno dei viventi'”.

Parola, utopia, storia, uomo...tutti termini che raccolgono valori di eccellenza, spesso, ma che sono pure occasioni di sconfitte e di limiti, che attendono il significato di una rinascita, legato sempre a “testimonianze concrete”, che dovrebbero essere oggetto di verifica e di possibili valorizzazioni.

Esprimere un “voto” non è soltanto – oggi – azione di comodo, un gesto qualunque, anzi andrà acquistando, sempre più, una responsabilità, perchè i tempi racchiudono una malizia che non è sempre facile identificare; ancora, il saggista di prima completa il suo discorso con le parole: “Nel perimetro della storia non si contano le colpe e gli errori: l'utopia non sbaglia mai. L'importante allora – per raccogliere il suggerimento finale del Marco Polo cauto utopista di Calvino – è che si sappia discernere l'utopia dalle sue troppe contraffazioni, per 'farla durare, e darle spazio'”.

Così il 26 Maggio non sia soltanto una scelta di campo, ma un attento esame di periodi passati insieme, noi della Bassa e la Comunità di Città, per dare voci ai tempi che ci appartengono e che non ritorneranno mai più, perchè ormai sono provvidenzialmente inseriti in altri parametri di giudizio; i campi della “cultura”, con il rapido ed improvviso fiorire di attività e di messaggi promozionali, sono stati, in questi anni, ragione di attrazione e di coinvolgimento, in una valorizzazione, non solo simbolica, ma che mirava a far ragionare, a costruire ideali, a scoprire possibili risposte alle tante attese di Giovani e di Gruppi in cerca di qualche cosa capace di rendere meno precaria la ricerca di una interiore felicità...

Dalla cultura alla ricerca di una “solidarietà” meno di facciata, che ha permesso a tanti di non essere lasciati ai margini della vita sociale: attenzioni ai più deboli, proprio nello spirito del samaritano di memoria mazzolariana, con la consapevolezza che una “redenzione umana” corrisponde ad un successo reale ( ci ha insegnato don Primo che “Oggi più che alla convenienza interiore, l'educazione mira agli aspetti mirabolanti e demiurgici. Oggi è facile avere azioni eroiche senza eroi. Di qui una grandezza inconsistente e paurosa, giacchè ogni sproporzione tra l'uomo e l'azione fa diventare l'uomo terribile. La civiltà meccanica favorisce questo clima di esteriore grandezza con riflessi quasi demoniaci. Senza volerlo, il discorso ci riporta verso il mondo interiore. Solo nell'interiorità ci si può salvare dalla tentazione di sproporzionarci e quindi di diventare infedeli alla nostra vocazione. Chi sa resistere alla tentazione di essere 'qualcuno' e prende il suo posto nella vita, dà la migliore testimonianza del suo valore e della sua grandezza” - da “La Parola che non passa” ). Una “solidarietà” ogni volta misurata, nel nostro stile di riflessione, con la dimensione umana e culturale di quell'indimenticabile libro di Giuseppe Pontiggia “Nati due volte”, di cui – da cremonesi – abbiamo gioito per la “presentazione” qui nella nostra terra...

Ha assunto un tono tutto particolare la dimensione del “servizio” per la Comunità, là dove più si avverte una condizione di emarginazione, con le parole ancora di Mazzolari: “Qualsiasi utile e onesto servizio reso alla comunità va tenuto in debito conto, ma su piani convenienti e ben distinti, evitando una volta per sempre di far diventare il paese una qualsiasi platea con poltrone di prima e di seconda fila” ( da “Rivoluzione cristiana” ).

Ora, dietro l'urgenza dei momenti non facili che ci tormentano – davvero l' ora delle verità, per don Primo – siamo chiamati pure a pensare in grande, all'Europa di domani, dopo le burrasche di questa ultima stagione: l'augurio è che non siano ancora dimenticate quelle “radici cristiane” che, veramente, hanno segnato la storia del Continente, arricchendolo di valori e di ideali: ieri, hanno prevalso correnti politiche, mentre ai nostri Rappresentanti è mancata la forza di non rinunciare ad una eredità che ci appartiene profondamente...

Il dibattito potrebbe essere lungo e complesso, in politica conta quello che si configura nella logica di un”bene” che deve animare la società e aprirla ad un futuro con i fiori della bellezza e della dignità; ognuno assuma le sue responsabilità e non privilegi costumi indifferenti, per quieto vivere; il tortuoso cammino della storia si snoda, per così dire, tra un “paradiso perduto” e una “terra promessa”, per cui è normale che, “accanto a chi lo affronta proteso in avanti, ci sia chi inclina piuttosto a ripiegare indietro lo sguardo” ( G. L. ). Mazzolari, con la sua solita parola provocatoria, concluderebbe che “per colmo di logica chiamiamo questa politica il non far politica come se non fosse politica, e della più brutta, il lasciar correre le cose come qualcuno le volle avviare per avvantaggiarsene: come se non fosse politica di Caino il disinteressarsi dei poveri e degli oppressi, solo per avere un po' di bonaccia sulla rotta della religione, che è poi un navigare dietro la scia, se non proprio a rimorchio, del più forte” ( da R.C. ).

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