Mercoledì, 15 luglio 2020 - ore 19.44

Negri M. Novecento, in famiglia

| Scritto da Redazione
Negri M. Novecento, in famiglia

Aiutato dalla maturità provo a rileggere una parte della mia vicenda privata collocandola
nel quadro politico e storico dentro il quale si sono svolte le vite e i pensieri di altri componenti della mia famiglia d’origine. Esaminare il passato, sfrondando l’albero della memoria, è talora utile per capire meglio presente e volgersi più consapevoli al futuro. Riprendendo un'espressione di Vasco Pratolini, penso di aver fatto anch'io, tra le mura domestiche, "i conti col fascismo dopo il fascismo". Il ricordo va ai nonni paterni che vi aderirono. Mio nonno Italo prese la tessera del fascio perché obbligato dal padrone della fabbrica del ghiaccio di Vicomoscano (CR) dove faceva l'autista. Poi, però, forse convinto, indossò la camicia nera per suonare il clarinetto nella banda dei bersaglieri cui teneva tanto. Di animo buono, dopo la Liberazione, prese un gippone lavorando sodo per pagare le spese e sostenere la famiglia con tre figli. Trasportava persone e merci a Milano, meta di emigrazione e di nascenti commerci per la zona servita del "casalasco-viadanese", spicchio sul Po delle province di Cremona e Mantova. Coinvolse nell'impresa mio padre, già sul camion all'età dei calzoni corti, e che ha poi ereditato e un po' ampliato l'azienda di trasporti alla cui gestione, nel tempo, ho pure io contribuito, curandone il lato contabile e amministrativo. Sino a fine 2007 quando l’attività è cessata, soprattutto, per la senescenza del parco autocarri e per la scarsa redditività rispetto ai parametri fissati dagli studi di settore. Un’uscita dal mercato un po’ sofferta ma dignitosa, senza pendenze e, per fortuna, in anticipo rispetto alla crisi economica internazionale iniziata nel 2008 che difficilmente saremmo riusciti a superare. Voltiamo pagina.

Nel dopoguerra il nonno non si iscrisse più a nessun partito. Penso che, qualche volta, non abbia votato per il Movimento Sociale Italiano ma per la Democrazia Cristiana, resistendo alle pressioni della moglie. Era lei, mia nonna Dosolina, la vera nera di famiglia, una fervente sostenitrice che nel 1922, a 16 anni, marciò su Roma rivendicando sempre con orgoglio quella sua esperienza. Dai suoi discorsi trapelava l'efficacia  dell'azione di indottrinamento ideologico compiuta dal partito che, nel cremonese, era guidato da Roberto Farinacci, squadrista d'eccezione. Pur essendo la nonna poco dedita ai libri,
fu un'assidua lettrice di quotidiani. Dapprima abbonandosi a Il Giornale di Indro Montanelli e poi, influenzata da un ex-camerata locale, a Il Secolo  d'Italia. Di tanto in tanto dava pure un'occhiata al Corriere della Sera che gli allungava mio zio Vincenzo. Lesse sino ai 90 anni: chapeau!

Tra le mura domestiche la nonna rese, col suo piglio autoritario, più difficile l'infanzia e
l'adolescenza nei 18 anni di coabitazione con lei. Il tempo attenua ma non cancella il dolore provato nell'udire gli accesi litigi con mia madre. L'affetto di mia sorella e mio nei confronti di nostra mamma si è, se possibile, moltiplicato nel vederla lottare tenacemente per farci studiare. Pure papà, assorbito in maniera pressoché esclusiva dal lavoro e quasi assente nell'educazione dei figli, ha sostenuto tale obiettivo. Detto questo, va aggiunto che la nonna aveva pure delle indubitabili qualità. Per esempio, in cucina, le tagliatelle fatte in casa, con la sfoglia rotonda tirata con la cannella, parevano stelle filanti; nel cucito e nei rammendi la sua abilità si avvaleva dei trascorsi da camiciaia con allieve al seguito; nello scrivere, la sua calligrafia equivaleva a una stampa. Tutto sommato, però, era come se tali virtù si annullassero nei suoi atteggiamenti dispotici. Ricordo che quando iniziai a maturare le prime idee politiche vi furono scontri a volte aperti, in altri casi per timidezza mia evitati. Lei ad affermare le ragioni del regime e le malefatte dei partigiani, io a rammentare le vittime più note del fascismo: Amendola, Matteotti, Don Minzoni, Gobetti, Gramsci, i fratelli Rosselli e a sostenere i meriti della Resistenza che permise l'avvento della Repubblica e il ritorno delle libertà. In tale contesto, spiegavo l’apporto dei comunisti italiani al varo della Costituzione, tappa importante di un lungo processo di revisione ideologica, dimostrato in Parlamento, all’opposizione, nella parentesi dei governi di unità nazionale e nella amministrazione di varie città, province e regioni. Ma erano concetti e sfumature per lei irricevibili.

Eppure, sinceramente, fra i suoi torti v'era forse una parziale ragione che faceva  breccia nelle mie convinzioni. Era la tesi del fascismo come moto di reazione al "biennio rosso"
1919-20. Pensiero che non teneva conto delle misere condizioni di lavoro e di salario degli operai e dei braccianti dell’epoca ma che non offuscava il fatto che la nonna, a differenza di me, era una testimone del suo tempo. Raccontava del fuoco ai fienili e di altri tumulti visti nelle nostre campagne. Nell’industria, l’occupazione della Fiat  suscitò forti reazioni, sociali e politiche. Ora, pur sapendo che l’avvento del fascismo non è riducibile a una sola causa e che la fragilità del vecchio Stato liberale e la responsabilità di Vittorio Emanuele III ebbero il loro peso, ritengo che, per sommi capi, la storia double face del Pci veda, da un lato, il fattore positivo della lotta senza risparmio al nazifascismo e, dall’altro lato, il fattore negativo del fine e dei mezzi che si diede nel 1921 quando nacque per scissione dal Psi anche per il diverso giudizio sui riflessi italiani della Rivoluzione d’Ottobre. In una scheda della Storia d’Italia (Compact De Agostini) si legge che “a fondamento del programma del Pcd’I stavano l’ipotesi del carattere rivoluzionario della situazione italiana e l’idea che all’avvio della rivoluzione mancasse soltanto una guida”. Un passaggio che segna la distanza tra gli esordi e le evoluzioni successive. A questo punto, cerco di stemperare tra le righe i miei ormai lontani dilemmi di elettore simultaneo del Psi e del Pci con una nota su Gramsci che, coi suoi Quaderni del carcere (Einaudi), penso meriti più di una semplice attenuante. Con un flash associo la sua idea di una città futura opera di cittadini non indifferenti al ricordo di una sosta ad Ales (OR), suo paese natale, durante una vacanza 
in Sardegna. Ne conservo un’immagine di sobrietà.

Tornando alla nonna, nelle sue parole non mancava poi l’elogio del regime per le bonifiche, per i treni che funzionavano in orario e per le colonie estive dei ragazzi. Il fatto che vi fosse una dittatura violenta che negava la libertà e la democrazia per lei era un aspetto del tutto secondario. Forse non ne ha mai appreso il significato, né era stata educata al fine. Per dire della durezza delle sue idee non ammise neppure il tragico errore compiuto da Mussolini con la stipula del Patto d' Acciaio con Hitler che trascinò il paese nella Seconda guerra mondiale. Non a caso fu piuttosto avversa alla tesi di Gianfranco Fini al congresso-svolta di An a Fiuggi nel 1995 secondo cui "l'antifascismo fu il momento storicamente necessario per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato". Nel tempo, ho maturato l’idea che l'orologio mentale di mia nonna Dosolina si è come fermato con l'avvento della Repubblica, uno shock dal quale non si è più riavuta. La sua vita è andata avanti ma il suo sguardo è rimasto rivolto a un nostalgico passato.
A dispetto della longevità, penso che abbia vissuto male i suoi anni, trasferendo le sue disarmonie alle persone che le sono state accanto. Verso di lei sento di aver nutrito un rispetto fatto di buone ma fredde maniere, riflesso del nostro combattimento.

Cito infine un aneddoto. Poco dopo essermi laureato, nel 1986, facendo visita alla nonna rimasta vedova, lei, dopo aver preparato il tè, disse che, dati gli studi in Scienze Politiche, voleva farmi un regalo speciale. Si assentò un momento e ritornò con un libro.
Era una biografia di Mussolini. Risposi: "Grazie del pensiero ma non posso accettarlo".
Ci rimase male. Bevemmo senza proferir altre parole il tè e la salutai dicendole di non prendersela e che, se proprio ci teneva, era preferibile pensare a qualcosa d'altro.
Poco dopo mi regalò una lampada da tavolo, questa sì gradita.

Come complemento al discorso familiare riporto un altro aneddoto contenuto nel libro di Giuseppe Prezzolini, “Intervista sulla destra” (Mondadori). Nel 1922, alla vigilia della marcia su Roma, da una poltrona del Teatro San Carlo di Napoli, Benedetto Croce applaude agli oratori fascisti. A Giustino Fortunato che gli chiede ragione di quell'entusiasmo, il filosofo liberale risponde che "la violenza è la levatrice della storia". L'indulgenza di Croce cessò definitivamente con il delitto Matteotti del 1924 e con la redazione, l'anno successivo, del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” che gli costò l'arresto e il confino in Calabria. Rimane che il fascismo godette, soprattutto nella fase iniziale, di un consenso diffuso. Complice poi la sistematica eliminazione delle voci di opposizione politica e culturale, larga parte della società italiana ne sottovalutò la pericolosità sino, in pratica, alla emanazione delle leggi razziali del 1938 e alla successiva dichiarazione di entrata in guerra al fianco dei tedeschi accolta da un tripudio di piazza.
Un caso di prolungata ipnosi collettiva comune alle dittature del Novecento.

Non è però questa la sede per analisi storiche approfondite che, peraltro, esulano dalle mie competenze, per cui rientro in famiglia per annotare che, a compensare le cose, stava, sul fronte materno, il nonno Paride morto prematuramente nel 1964 e che ricordo solo per i gelati che mi portava con la sua tipica bicicletta a un pedale fisso (era zoppo) quando, quasi tutti i pomeriggi, passava a trovarci. Politicamente parlando era - mi ha sempre detto con una punta di commozione mia madre - un simpatizzante di Nenni, un socialista pure ai tempi del Ventennio. Un garofano rosso, il 1° Maggio, sulla sua tomba non manca mai. Padre di sei figli, svolgeva il lavoro di bergamino, in rapporto umano con
gli animali. Un sabato, recatosi come d’abitudine al mercato in piazza a Casalmaggiore,
fu raggiunto in bicicletta da due compaesani che lo richiamarono in fretta sul lavoro a
Vicomoscano perché il toro era scappato e, calpestati alcuni orti, si era dileguato nei campi. Col suo fare mite, munito di una corda, il nonno lo ricondusse nella stalla e si dispiacque parecchio quando, di lì a poco, fu portato al macello.

Due parole, infine, per nonna Clara. Per lei niente politica, il silenzio delle preghiere,
la semplicità fatta persona. Anziana, se ne stava seduta vicino alla stufa con il bricco rosso della sua miscela orzo-caffè pronta per gli ospiti. Le ero affezionato. Una volta, vedendomi con le clarks un po' logore, disse che se volevo piacere alle ragazze dovevo prestare più attenzione alla cura delle scarpe. Un dettaglio che mi è rimasto dentro.

Il riaffiorare di queste memorie familiari allontana le circostanze amare come una polvere
che il tempo e l’opera aiutano a spazzare via. La scrittura dona quiete ai tormenti passati perché risponde all’oggi, a pensieri sedimentati. I nonni, adesso, non ci sono più, da diversi anni. Io, varcata la soglia dei cinquanta, coltivo la civica speranza che una pagina di storia si sia chiusa e che se ne sia aperta un’altra, a beneficio delle generazioni future.

Massimo Negri – Casalmaggiore (Cr)

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