Mercoledì, 08 luglio 2020 - ore 00.18

Oggi stiamo sui “classici” e torniamo a uno dei più grandi poeti italiani, Giovanni Pascoli | Vincenzo Montuori (Cremona)

Pascoli è un poeta pieno di contraddizioni e di misteri, un poeta il quale dietro la normalità delle descrizioni nasconde un mondo di angosce, di visioni, un panorama dell’orrido e del lugubre che non ha niente a che invidiare ai grandi maestri dell’orrore come un E.A. Poe.

| Scritto da Redazione
Oggi stiamo sui “classici” e torniamo a uno dei più grandi poeti italiani, Giovanni Pascoli | Vincenzo Montuori (Cremona)

Oggi stiamo sui “classici” e torniamo a uno dei più grandi poeti italiani, Giovanni Pascoli | Vincenzo Montuori (Cremona)

Una critica conformistica e benpensante ha associato Pascoli alla poesia degli interni domestici, degli affetti familiari, della rispettabilità piccolo-borghese ma Pascoli è in realtà un poeta pieno di contraddizioni e di misteri, un poeta il quale dietro la normalità delle descrizioni nasconde un mondo di angosce, di visioni, un panorama dell’orrido e del lugubre che non ha niente a che invidiare ai grandi maestri dell’orrore come un E.A. Poe.

E questo orrore si nasconde in piccoli particolari, nelle clausole di certe poesie che sono in apparenza piacevolmente descrittive. Prendiamo “Novembre” da “Myricae”:

 

Gemmea l’aria, il sole così chiaro

che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,

e del prunalbo l’odorino amaro

senti nel cuore...

 

Ma secco è il primo, e le stecchite piante

di nere trame segnano il sereno,

e vuoto il cielo, e cavo al pie’ sonante

sembra il terreno...

 

Silenzio, intorno; solo, alle ventate,

odi lontano, da giardini ed orti,

di foglie un cader fragile.E’ l’estate

fredda, dei morti.

 

Qui l’atmosfera apparentemente sognante del madrigale viene sconvolta dalla clausola dell’ultimo verso con la sua forte antitesi (“l’estate fredda”).

Ma leggiamo “L’assiuolo”:

 

Dov’era la luna? che’ il cielo

notava in un’alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla,

venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù;

veniva una voce dai campi:

chiu’....

 

Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare,

sentivo un fru fru tra le fratte;

sentivo nel cuore un sussulto,

com’eco di un grido che fu.

Suonava lontano il singulto:

chiu’...

 

Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento:

squassavano le cavallette

finissimi sistri d’argento

(tintinni a invisibili porte

che forse non s’aprono più?...);

e c’era quel pianto di morte...

chiu’...

 

GIOVANNI PASCOLI

 

Qui il verso dell’uccellino che all’inizio è una semplice voce, diventa poi un “singulto “ e infine “un pianto di morte” umanizzando la figura del volatile e introducendo una dimensione di suspence 3 di mistero lugubre in un contesto apparentemente naturale.Questa la grande capacità di Pascoli: partire dal quotidiano per arrivare al mistero della vita e della poesia.

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