Giovedì, 19 settembre 2019 - ore 19.14

Pianeta Migranti. Costretti a morire per i nostri smartphone.

Vittime del nostro benessere. Sono i congolesi dei lavori forzati nelle miniere di coltan, materia prima dei nostri cellulari. Sono anche i giovani ganesi che poi li riciclano nella più grande discarica africana di rifiuti elettronici alla periferia di Accrà. Ma se congolesi o ganesi provano a fuggire da questo inferno, l’arroganza europea li respinge come clandestini o migranti economici.

| Scritto da Redazione
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Il coltan, ovvero il minerale che ognuno di noi porta in tasca con lo smartphone è oggetto di una lunga catena commerciale che implica pesanti conseguenze sui diritti umani e ambientali.

Dalla fine degli anni 90 il consumo compulsivo dei cellulari ha causato una caccia e un commercio smisurato del coltan da parte delle grandi multinazionali con conseguenze catastrofiche nei confronti delle popolazioni del Congo che è una grande riserva di coltan. L’estrema povertà di questi territori e il bassissimo livello di scolarizzazione costringono gli abitanti locali a lavorare -da schiavi- come minatori.

Nel Nord Kivu, i villaggi a ridosso delle miniere sono abitati da centinaia di famiglie che assistono impotenti alla morte dei loro cari per le continue asfissie e i crolli frequenti che li seppelliscono nei cunicoli dai quali non vengono nemmeno estratti. Molti altri invece muoiono per leucemie o altri tumori causati dalla radioattività del minerale. Nonostante ciò, i lavoratori locali spinti dalla disperazione e dalla miseria, continuano a scendere in miniera e a sopportare tante angherie.  A peggiorare la situazione oltre alle multinazionali estrattive, ci sono le varie bande armate che si combattono tra di loro per poter controllare le miniere e che compiono orrendi crimini nei confronti di donne e bambini del luogo. Sono armate ed appoggiate da paesi vicini (e lontani) che intendono destabilizzare l’area al fine di mettere le mani sul coltan. Queste bande si arricchiscono mettendo il pizzo ai minatori per ogni chilo di minerale estratto: i proventi servono ad acquistare altre armi e rafforzare il loro potere.

 I minatori, solo dopo aver pagato la tangente, potranno portare i sacchi di 30 40 chili, in spalla, ai mercati di Rubaya o Goma camminando per giorni interi. Da qui il minerale, a buon prezzo, (senza costi umani e ambientali) viene inviato nel Sud-Est Asiatico per la lavorazione e poi venduto in tutto il mondo. Ma, ironia perversa della sorte, il coltan, una volta giunto al termine di un frenetico processo di consumismo tecnologico, ritornerà esausto nelle immense discariche dell’Africa, in particolare del Ghana dove tanta povera gente, a mani nude, per circa un euro al giorno, ricicla i nostri rifiuti elettronici. Per inciso, se poi i ganesi, stanchi di fare i topi da discarica arrivano da noi, li classifichiamo migranti economici da respingere (ancora in discarica?)

Da anni, la campagna internazionale “Conflit Minerals” promossa da tanti organismi civili ha chiesto all’Europa di approvare un regolamento che ostacoli il commercio dei “minerali insanguinati” nelle zone segnate da conflitto e da gravi violazioni dei diritti umani. Dopo tante pressioni nel giugno 2016 L’Europa ha approvato il regolamento. Secondo la Campagna Conflict Minerals si tratta di un passo positivo ma parziale poiché non riguarda tutta la filiera ma solo i grandi importatori di metalli e materiali grezzi. Pertanto, Conflict mineral continua a mobilitarsi anche con iniziative di un certo rilievo come per esempio una marcia che, dopo avere fatto tappa nelle capitali europee, guidata da John Paliza un ingegnere informatico del Congo, è giunta a Bruxelles per chiedere all’UE di fermare i massacri in atto nella città di Beni in Kivu. Ma anche questa notizia, come tante altre, è stata coperta dal silenzio internazionale.

http://www.focsiv.it/wp-content/uploads/2017/02/FINALMENTE-IL-NUOVO-REGOLAMENTO-EUROPEO-SUI-MINERALI-DEI-CONFLITTI.pdf

 

 

 

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