Mercoledì, 26 agosto 2026 - ore 21.59

Pianeta Migranti. Fermare chi salva e finanziare chi spara ai barconi

L’Italia punisce i soccorritori e premia le milizie libiche.

| Scritto da Redazione
Pianeta Migranti. Fermare chi salva e finanziare chi spara ai barconi

 

Pianeta Migranti. Fermare chi salva e finanziare chi spara ai barconi

L’Italia punisce i soccorritori e premia le milizie libiche.

La nave dei soccorsi SeaWatch 5 ne è l’ennesima prova: 45 giorni di fermo e 7.500 euro di multa dopo aver salvato, il 13 agosto, sei persone in acque internazionali.

Il motivo? L’equipaggio ha scelto di non informare il centro di coordinamento libico, considerato dall’ONG un’“autorità fantoccio” che copre milizie e trafficanti.

SeaWatch si è rifiutata di riconoscere il centro libico come interlocutore legittimo ricordando figure come Bija, Osama Almasri e Saddam Haftar, simboli delle relazioni pericolose intrecciate negli anni con apparati accusati di gravi violazioni anche dalla Corte Penale Internazionale.

Nonostante gli oscuri legami con questi personaggi, l’Italia continua a chiedere cooperazione ai libici che ha finanziato per anni con un miliardo di euro in mezzi, fondi e addestramento, nonostante le accuse di violenze, le intercettazioni illegali, le deportazioni nei lager libici e le violenze in mare. Anche il 13 agosto, subito dopo il soccorso, i miliziani libici hanno puntato un fucile contro SeaWatch, intimando di allontanarsi dal “loro territorio”.

 

Il significato politico

Il blocco della SeaWatch 5 fa parte di una politica di esternalizzazione delle frontiere costruita da Italia ed Europa che delega alla Libia l’intercettazione dei migranti, per riportarli in un Paese segnato da torture, detenzioni arbitrarie ed estorsioni. Una politica che restringe gli spazi del soccorso, moltiplica i fermi amministrativi, le sanzioni, le contestazioni procedurali ed assegna porti di sbarco sempre più lontani. Queste misure servono a trasformare le navi civili dei soccorsi in un problema da reprimere e spostano le responsabilità all’esterno. Intanto le persone in fuga restano intrappolate tra rimpalli burocratici, violenze e assenza di vie sicure. Ma questo cinicamente non conta. Perché serve ad alimentare l’idea di una “gestione efficace” delle frontiere da parte del governo Meloni.

 

La disobbedienza civile di Mediterranea

Il 23 agosto, dopo aver soccorso 10 persone nel Canale di Sicilia, Mediterranea ha scelto di disobbedire all’ordine del Viminale di dirigersi a Genova, a oltre mille chilometri di distanza. Ha invece fatto rotta su Trapani, il porto sicuro più vicino, per garantire uno sbarco rapido.

La decisione, definita dalle autorità come «grave, premeditata e reiterata disobbedienza», è costata 60 giorni di fermo e 10.000 euro di multa alla nave.

Per Mediterranea, recarsi a Genova avrebbe significato giorni di navigazione in più, trasformando il soccorso in un percorso punitivo e mettendo a rischio i naufraghi. Per questo ha compiuto un atto di disobbedienza civile fondato sulla Costituzione e sul diritto del mare che obbliga a portare le persone salvate nel porto sicuro più vicino. E’ stata una risposta dal basso per difendere il diritto alla vita mentre le istituzioni lo ostacolavano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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