Domenica, 21 luglio 2019 - ore 08.51

Pianeta migranti. Il furto delle terre africane obbliga a migrare

Le popolazioni di 13 Paesi africani hanno subito la sottrazione violenta di oltre 20 milioni di ettari di aree fertili ad opera di speculatori finanziari, multinazionali del settore alimentare e imprese di agrocombustibili. Così gli africani rimasti senza terra da coltivare diventano migranti economici.

| Scritto da Redazione
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Secondo Frontex - l’Agenzia Europea per la gestione delle frontiere esterne degli Stati membri-  nel 2016, la maggior parte dei migranti sulle rotte del Mediterraneo centrale e occidentale sono arrivati dalle regioni sub-sahariana e centroafricana: Nigeria, Senegal, Gambia, Somalia, Tanzania, Camerun, Costa d’Avorio e Guinea.

Escludendo la Nigeria e la Somalia, dove sono in corso conflitti armati rilevanti, osserviamo che gli altri paesi non sono colpiti da guerre o stermini di massa.

Perché allora i popoli di questi paesi migrano? C’è una causa ancora poco approfondita: il land grabbing ossia l’accaparramento di terreni agricoli di questi paesi da parte di multinazionali del settore alimentare, di istituzioni finanziarie, fondi privati, di traders e governi stranieri.

Il continente africano, in particolare la regione sub-sahariana, è il principale bersaglio di questa nuova “corsa alla terra” che mira a fare la scorta di grano e agro-carburanti: riso, sorgo, mais, olio di palma e canna da zucchero. La ricerca della sicurezza alimentare e dei profitti finanziari sono i due principali fattori che fanno crescere gli investimenti nei terreni agricoli.

A seguito della crisi finanziaria iniziata nel 2007 e della collaterale crisi dei prezzi alimentari del 2008, i più grandi importatori di cibo (Stati del Golfo, Cina, India, Corea del Sud e Giappone) hanno deciso di acquisire terre fertili in altri paesi così da ridurre il rischio di dover sostenere costi crescenti per nutrire le proprie popolazioni.

Già dal 2006 la terra e i prodotti cui essa dà accesso (cibo, agro-carburanti, minerali e acqua) erano diventati un investimento sempre più attraente, addirittura un bene-rifugio sul quale speculare in quanto molto più sicuro del denaro virtuale o delle azioni. Investitori e speculatori internazionali cominciarono così la ricerca di nuove terre su cui insediare produzioni intensive sia prodotti alimentari che agro-carburanti. Le grandi multinazionali del settore agro-alimentare, spesso d’accordo coi governi dei paesi sub-sahariani e centroafricani, si stanno ancora appropriando di grandi appezzamenti di terreni a prezzi stracciati sul lungo termine (fino a 99 anni), con la promessa (a parole) di costruire strade, canali d’irrigazione, scuole, ospedali come “risarcimento” della terra sottratta. I contadini locali, non vantando normalmente titoli legali di proprietà, non sono in grado di difenderei i loro diritti e finiscono col soccombere ai dictat degli investitori che stipulano contratti in segreto, senza consultare la popolazione locale. Dopo di che, i piccoli contadini e gli allevatori, vedono arrivare i trattori e gli uomini delle compagnie straniere che li cacciano a forza dai loro campi. Ne segue che intere comunità sono costrette a fuggire verso le città, e poi in altri paesi per poter sopravvivere.

Anche molte aziende italiane hanno cercato di “conquistare” l’Africa centrale: dal 2005, in Etiopia, Liberia, Mozambico e Senegal, più di 80mila ettari di terra sono passati in mani italiane.  Di fronte a questa nuova forma di colonialismo con che coraggio poi, quando gli africani arrivano sulle nostre coste possiamo accusarli di venire ad occupare la nostra terra e il nostro paese?

 

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