Domenica, 17 novembre 2019 - ore 16.40

Pianeta migranti. La Crisi Sud Sudan Profughi di serie C

La crisi sud sudanese è la più grave dell’Africa, la seconda, dopo quella siriana, nel mondo, ma certamente una delle meno conosciute dal grande pubblico perché i profughi sud sudanesi, per ora, non approdano a migliaia sulle coste europee. Eppure l’emergenza è gravissima e sta pesando tutta sui paesi confinanti, che non sono certo tra i più ricchi del mondo.

| Scritto da Redazione
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La crisi in Sud Sudan è dovuta alla guerra civile scoppiata nel dicembre del 2013 per i contrasti all’interno del partito di governo, l’Splm, tra il presidente Kiir e l’ex vicepresidente, Machar. Finora ha provocato decine di migliaia di morti e più di 2 milioni di profughi: poco più di 1milione e 600mila sfollati rimasti all’interno del paese e 720.000 rifugiati nei paesi limitrofi.

Questa situazione, già gravissima, è stata ulteriormente aggravata dalla ripresa delle ostilità. Quattro giorni di combattimenti durissimi che hanno messo a ferro e fuoco la capitale, Juba, tra l’8 e l’11 luglio scorsi, con ripercussioni drammatiche sulla popolazione: centinaia di morti, molti dei quali civili, razzie e violenze che hanno preso di mira soprattutto le donne e le bambine, decine di migliaia di nuovi profughi.

Negli ultimi giorni, mentre in città vige una tregua che non riesce ad evitare episodi di violenza dei militari governativi sui civili, i combattimenti si sono spostati nelle zone limitrofe alla capitale, provocando la fuga della popolazione di vaste aree della regione a sud della capitale 

Gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, dicono che, solo nelle ultime tre settimane di luglio, sono stati registrati altri 60.000 rifugiati, che si aggiungono agli oltre 700.000 che hanno passato i confini dall’inizio del conflitto. Ma le previsioni sono ancor più drammatiche. Secondo l’UNHCR per la fine dell’anno i profughi sud sudanesi saranno poco meno di un milione. 

E’ un flusso continuo che si dirige soprattutto verso l’Uganda, il confine più vicino e facilmente raggiungibile dalla regione che è ora investita dal conflitto. Nelle ultime settimane vi sono stati registrati 52.000 nuovi arrivi, con un picco di oltre 8.000 persone in un solo giorno, il 21 di luglio. I campi allestiti nel nord del paese, che ospitavano già circa 230.000 rifugiati che avevano cercato protezione durante i due anni della guerra civile, sono ora sovraffollati mentre i servizi di base già scarsi, stanno diventando gravemente insufficienti. L’Unhcr sta già aprendo un nuovo campo che potrà ospitare altre 100.000 persone.

Ai rifugiati devono essere aggiunti gli sfollati, anche loro in forte crescita, perfino all’interno della stessa capitale. Per la fine dell’anno circa un terzo della popolazione sud sudanese potrebbe essere profuga e dover contare sulla solidarietà internazionale per la sopravvivenza.

La gente scappa non solo per il pericolo provocato dall’instabilità, dalle razzie dei soldati governativi non pagati da mesi, dai combattimenti, ma anche per la scarsità di cibo che sta diventando drammatica. Le agenzie dell’Onu calcolano che circa una metà della popolazione sud sudanese già ora non ha accesso a cibo sufficiente, e la situazione è in rapido peggioramento. Infatti tutte le scorte alimentari nei mercati e nei magazzini delle organizzazioni umanitarie sono state razziate dall’esercito governativo nei giorni immediatamente dopo gli scontri che hanno cacciato dalla città le forze dell’opposizione. Ha fatto scandalo lo svuotamento del più grande magazzino del paese per Pam, l’organizzazione dell’Onu incaricata della distribuzione degli aiuti alimentari di emergenza, e il furto di diversi automezzi adatti al loro trasporto nelle zone più remote del paese. Era cibo che avrebbe potuto sfamare 250.000 persone per un mese. Inoltre le strade che si dipartono dalla capitale sono diventate estremamente insicure e dunque le derrate alimentari non possono arrivare regolarmente ai mercati. E quando ci arrivano, non sono accessibili alla gente comune, perché il loro prezzo è troppo alto, a causa delle difficoltà nei trasporti, della scarsità e anche della svalutazione rapidissima della moneta locale.

Perciò le agenzie dell’Onu competenti hanno già lanciato anche un pre - allarme carestia, diffondendo dati allarmanti sulla malnutrizione, soprattutto dei bambini, ma anche della popolazione in genere.

In questa drammatica situazione, gli appelli per far fronte all’emergenza sono finora stati largamente inascoltati. Solo il 40% dei fondi richiesti per le operazioni di soccorso nel paese all’inizio dell’anno sono finora stati ricevuti; non ci sono molte speranze che il restante 60%,  possa arrivare in tempo per evitare che da drammatica la situazione diventi catastrofica.  

Bruna Sironi

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