Martedì, 19 febbraio 2019 - ore 09.58

Pianeta Migranti. Voci dirette dal campo profughi di Moria, a Lesbo.

La cremonese Tina Maffezzoni, ostetrica di Medici senza frontiere, da Lesbo in Grecia dove sta operando, ci invia alcune testimonianze perché “il mondo deve sapere” che la situazione del campo..

| Scritto da Redazione
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Pianeta Migranti. Voci dirette dal campo profughi di Moria, a Lesbo.

La cremonese Tina Maffezzoni, ostetrica di Medici senza frontiere, da Lesbo in Grecia dove sta operando, ci invia alcune testimonianze perché “il mondo deve sapere” che la situazione del campo, unita alle storie dei migranti arrivati in questo avamposto d'Europa “possono distruggere la mente e l'animo, togliere ogni speranza di vita". Il campo è una cicatrice dell’umanità.

Moria è il più grande campo profughi presente in Grecia e forse in Europa. L'isola di Lesbo è terra di approdo per molti migranti e simbolo del fallimento europeo nella gestione della crisi migratoria. Il campo è sovraffollato dal 2015 in alcuni momenti ha ospitato anche 10mila persone su una capienza massima di 3mila. Mancano i servizi minimi di base, un posto accogliente dove dormire. Le docce sono lontane e insufficienti. Confina con un insediamento informale dove i richiedenti asilo meno fortunati vivono in tende di fortuna e dove ci si protegge dal freddo con fuochi alimentati da materiali di scarto, plastica inclusa. Moria è un campo dove i migranti sono prigionieri delle istituzioni e della stessa isola.

“ Ho 28 anni, sono arrivata qui nel campo di Moria con mio figlio. Sono stata costretta a lasciare la mia casa a Gaza, in Palestina, a causa delle estreme violenze dei soldati israeliani contro di noi e perché viviamo sotto assedio. Volevo un futuro diverso per la mia famiglia e pensavo di ritrovare la mia dignità arrivando in Europa, ma qui nel campo di Moria non ho speranze.”  

Alessandro Barberio, psichiatra di Medici Senza Frontiere, lavora nella clinica di Mitilene a pochi chilometri dal campo e cura gli effetti dei traumi vissuti dai migranti, uomini, donne ma anche tanti bambini.

 “Quotidianamente curiamo persone provenienti dal campo. Presentano disturbi post traumatici da stress e sintomi psicotici che provocano allucinazioni uditive e visive con disorientamento, confusione e angoscia. La depressione e la disperazione ha spinto molti a tentare il suicidio. La clinica di Mitilene si occupa principalmente di maggiorenni ma ci sono stati riferiti di casi di minori con comportamenti suicidari più eclatanti. Sono la conseguenza di violenze orribili subite nei propri paesi di origine e che si riacutizzano col passaggio nel campo di Moria dove le condizioni di vita sono molto deteriorate. I migranti che presentano questi sintomi provengono dall'Africa, in particolar modo dal Congo e dal Camerun. Molti di loro sono stati costretti a violentare le proprie madri e le proprie sorelle prima che venissero uccise davanti ai loro occhi. Chi arriva a Moria è un sopravvissuto fuggito dalla prigionia e da forme orribili di tortura.

Moria, è un manicomio a cielo aperto. L’unica area chiusa è quella della “detention area” riservata a persone che fondamentalmente verranno rimpatriate. Tutto il resto del campo è aperto. Un manicomio a cielo aperto con diversi gradienti concentrici con intensità maggiore a Moria, che si estende per tutta l'Isola di Lesbo. Gli ospiti del campo, pur volendo, non potrebbero abbandonare l’isola. I migranti sono costretti a vivere tempi di attesa biblici. Un paziente mi ha raccontato che il suo primo appuntamento per sostenere l'intervista per il riconoscimento dello status di rifugiato è fissato tra gennaio e marzo del 2020. A volte, l’appuntamento viene posticipato. Reputo grave che la comunità internazionale non stia facendo una riflessione diversa alla luce della situazione che quotidianamente viviamo sull’Isola di Lesbo. Stiamo vivendo e testimoniando una sorta di trauma collettivo che si sta espandendo. Prima o poi tutti ne pagheremo le conseguenze a livello sociale. Il trauma che viviamo sull'Isola di Lesbo, come tutti i traumi collettivi, è una cicatrice dell’umanità”.

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