Venerdì, 26 febbraio 2021 - ore 14.10

Presto ci saranno 1,3 milioni di tonnellate di ''nuovi'' rifiuti urbani da gestire

Dalle direttive Ue sull’economia circolare stop i rifiuti speciali assimilati agli urbani così come li conoscevamo

| Scritto da Redazione
Presto ci saranno 1,3 milioni di tonnellate di ''nuovi'' rifiuti urbani da gestire

A causa della pandemia quest’anno – da febbraio a novembre – si stima che la produzione di rifiuti urbani sia diminuita del 10% nel nostro Paese, come emerso ieri durante la presentazione del Rapporto Ispra rifiuti urbani – edizione 2020, ma già dal 2021 il dato potrebbe tornare a correre grazie (anche) alle nuove direttive Ue sull’economia circolare che cambiano i criteri di assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani.

Il report Ispra mostra che anche nel 2019, dopo anni di sostanziale stabilità, i rifiuti urbani prodotti ammontavano a 30 milioni di tonnellate: si tratta di una frazione minoritaria (circa il 18%) di tutti i rifiuti – urbani e speciali – che produciamo, ma che rappresenta comunque un quantitativo che già oggi abbiamo difficoltà a gestire a causa di un’infrastruttura impiantistica inadeguata e caratterizzata da forti disequilibri lungo lo Stivale, come testimonia tra l’altro il crescente ricorso all’export. E con i diversi criteri di assimilazione, che hanno introdotto la categoria dei “rifiuti urbani prodotti dalle imprese”, secondo le stime elaborate da EcoCamere ci saranno 1,3 milioni di tonnellate di “nuovi” rifiuti urbani da gestire.

Con il decreto legislativo 116/2020, che modifica il testo unico ambientale (Dlgs 152/06), spariscono infatti i rifiuti speciali assimilati agli urbani così come li conoscevamo: già il decreto Ronchi del 1997 (Dlgs 22/1997) imponeva la definizione da parte dello Stato di criteri – quantitativi e qualitativi – omogenei sul territorio nazionale per l’assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani, criteri mai arrivati. Come risultato finora la situazione variava da Comune a Comune, dove singoli regolamenti individuavano quali rifiuti speciali (e con quali tetti quantitativi) fossero assimilabili agli urbani.

Con l’arrivo del 2021 non sarà più così, come ricordava ieri Paola Ficco sulle pagine del Sole 24 Ore: «Scatta il 1° gennaio la nuova categoria di rifiuti urbani rappresentata dai “rifiuti indifferenziati e da raccolta differenziata provenienti da altre fonti”, diverse da quella domestica, “che sono simili per natura e composizione ai rifiuti domestici” indicati nell’allegato L-quater prodotti dalle attività riportate nell’allegato L-quinquies, alla parte IV del Codice ambientale (Dlgs 152/06)».

Cosa questo significhi dal punto di vista quantitativo non è ancora chiaro, e alle stime prodotte nei mesi scorsi dal Ref Ricerche si sono aggiunte adesso quelle di EcoCamere, frutto del lavoro congiunto delle Camere di Commercio ed Ecocerved: si osserva che la riclassificazione dei rifiuti riguarderà 48mila imprese, portando alla contabilizzazione di circa 1,3 milioni di ton/anno di “nuovi” rifiuti urbani e un +8% di raccolta differenziata (soprattutto carta e cartone, a seguire multimateriale, legno, plastica e organico) da gestire.

Rifiuti che, evidentemente, già oggi vengono prodotti dalle imprese, e che dunque non vanno a incidere sul totale di produzione annuale – circa 173 milioni di tonnellate, tra urbani e speciali – ma sulle modalità di gestione.

La gestione degli speciali è infatti di norma affidata al mercato – al netto del non trascurabile fatto che tutta l’infrastruttura impiantistica per la loro gestione, dal riciclo al recupero energetico allo smaltimento, è soggetta e dunque dipende dalle autorizzazioni pubbliche – mentre i rifiuti urbani ricadono nell’ambito della privativa comunale e dunque la loro gestione è (su base diretta o tramite affidamento) in capo alla mano pubblica. Tramite le novità introdotte dal Dlgs 116/20, rimane comunque la possibilità per l’utenza non domestica di restare fuori dal perimetro della privativa comunale per quei rifiuti assimilati che possa dimostrare di aver avviato a recupero rivolgendosi alle imprese sul mercato. Ma il risultato finale, secondo EcoCamere, sta comunque in quei 1,3 milioni di ton/anno di “nuovi” rifiuti urbani in più. Il problema dunque è capire come gestirli secondo logica di sostenibilità e prossimità, al contrario di quanto accade adesso con il turismo dei rifiuti.

Si tratta di una preziosa occasione sia per iniziare a rendere meno netta la frattura che, solo in teoria, divide i rifiuti urbani dagli speciali – già oggi larga parte dei rifiuti urbani dopo essere trattati diventano speciali e sono liberi di circolare al di fuori dei confini regionali alla ricerca di impianti, e finora dal 16 al 50% dei rifiuti urbani erano costituti da speciali assimilati –, sia per giungere a una pianificazione impiantistica finalmente coerente con l’esigenze di economia circolare del Paese.

Questa occasione arriva con il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti, anch’esso previsto dal recepimento delle direttive Ue sull’economia circolare. Il ministero dell’Ambiente ha già avviato l’iter, che prevede un orizzonte temporale di 18 mesi per arrivare a conclusione. Per costruire gli impianti necessari i soldi non sono il primo problema; anzi, dal Next Generation Eu potrebbero arrivare risorse preziose, come testimoniano Utilitalia e Assoambiente. Le insidie stanno piuttosto nella mancanza di una politica industriale ad hoc, che individui chiaramente quali e quanti impianti servono, dove localizzarli e perché, in modo da superare – anziché cavalcare – le innumerevoli sindromi Nimby e Nimto che bloccano lo sviluppo sostenibile italiano.

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