Racconto IL PICCOLO COMUNISTA DI RAFFADALI di Agostino Spataro *
Successe tanto tempo fa, in pieno embargo petrolifero decretato dal ministro saudita Yamani. Ricordo che per potere svolgere il nostro lavoro politico potevamo viaggiare solo con l’autorizzazione scritta della prefettura. Quel giorno stavamo tornando con Joliké dai paesi della montagna agrigentina (quelli che Engels chiamò “terre del socialismo spontaneo”), lungo la SS 118, a pochi chilometri dall’abitato di Raffadali, un ragazzino ci fece segno con la mano. Chiedeva un passaggio. Accostai la mia Ford e lo invitai a montare. Il nostro occasionale ospite poteva avere una diecina d’anni: smagrito in corpo, dal suo visino smunto fuoriuscivano due grandi occhi neri come la pece; dalla testa pendeva un ciuffo di capelli neri tagliati “all’umberto”. Indossava una camiciola a scacchi rossi e bianchi che gli conferiva un aspetto dignitoso, di quella dignità che possiedono solo i contadini di queste parti, dove ancora povertà fa rima con dignità.Feci trascorrere una manciata di minuti quando decisi di metterlo “alla prova” ossia accertare cosa pensasse dei comunisti, lui bambino povero di un paese rosso come Raffadali, meglio nota come “la piccola Mosca” siciliana. Iniziai con una banale domanda, tipica di chi desidera attaccare discorso.
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