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Referendum a Cremona, Comitato Unitario per il Sì - Cremonese Cremasco Casalasco

Domenica 17 aprile l’importante appuntamento referendario contro le trivelle. Il Comitato invita tutte e tutti a votare Sì e a impegnarsi per fare informazione

| Scritto da Redazione
Referendum a Cremona, Comitato Unitario per il Sì - Cremonese Cremasco Casalasco

Sabato pomeriggio 2 aprile 2016 si è ufficialmente presentato alla cittadinanza il Comitato Unitario per il Sì - Cremonese Cremasco Casalasco che già da settimane sta lavorando alacremente per colmare l’abissale vuoto di informazione dei cittadini sul quesito per il quale si dovrà andare a votare il 17 aprile. I vari relatori che si sono succeduti al microfono in rappresentanza di gruppi territoriali di attivisti, di associazioni, di comitati hanno messo in fila le tante e valide ragioni per cui è importantissimo andare a votare e votare per il Sì. La ragione fondamentale è direttamente connessa al quesito: è giusto cancellare una norma che permette a un qualunque soggetto di sfruttare all’infinito un pezzetto di territorio italiano, tanto più che – oltre ad essere inaccettabile socialmente perché l’epoca dei feudi per fortuna l’abbiamo alle spalle – una norma simile viola le regole europee sulla concorrenza.

Altri interventi hanno spiegato come si è arrivati a questo referendum: i quesiti originari erano ben sei, alcuni dei quali poi giudicati sorpassati da modifiche legislative che il governo ha introdotto all’ultimo momento, nel dicembre scorso, tramite la Legge di stabilità 2016. Quei sei quesiti, fermamente voluti da dieci Regioni italiane di ogni schieramento politico, nel loro complesso disegnano un radicale e profondo cambiamento politico ed economico. L’idea condivisa da chi ha proposto i quesiti e da chi li appoggia è chiudere l’epoca rischiosa e fallimentare delle energie fossili (carbone ed idrocarburi) per aprire quella delle fonti rinnovabili. Se ne parla da trent’anni almeno, ma l’Italia è ancora enormemente dipendente dalle importazioni di energia proprio per il semplice fatto che non ha mai investito seriamente sulle rinnovabili ed anzi negli ultimi anni ha spostato soldi dalle rinnovabili al petrolio: lo “Sblocca Italia”, provvedimento contro il quale si sono appuntati i quesiti iniziali, sancisce proprio questo ritorno pesante all’economia di cento e più anni fa, abbandonando ogni possibilità di futuro e di innovazione.

Inoltre le durate delle concessioni oggi attive (quelle su cui il quesito avrebbe effetto) sono già largamente sufficienti ad ammortizzare il costo degli impianti. Va poi ricordato che i diritti che le compagnie pagano allo Stato sulle estrazioni sono irrisori (e anzi, di fatto inesistenti in molti casi, specie in Lombardia): i cittadini sono dunque “cornuti e mazziati”, visto che i guadagni vanno alle multinazionali mentre allo Stato arrivano poche briciole.

Si è giustamente sottolineato che il quesito sulle trivelle marine, se lo si vede in ottica complessiva, riguarda moltissimo la nostra provincia, visto che la Lombardia è la seconda regione per attività di sottosuolo legate agli idrocarburi, la quarta per estrazione, la prima per stoccaggio; tre enormi stoccaggi sono ubicati (Sergnano e Ripalta Cremasca attivi e Bordolano in costruzione) in provincia di Cremona e il solo permesso di ricerca “Gussola” copre addirittura un terzo della superficie dell’intera provincia di Cremona. Quanti cittadini del nostro territorio sono coscienti di ciò che hanno sotto i piedi? I giacimenti di idrocarburi molto spesso una volta svuotati vengono riutilizzati per immagazzinare e riemettere gas: lo scopo è realizzare utili finanziari, non certo aiutare l’economia dello Stato o delle famiglie. Si tratta però, nella varietà dei casi, di strutture molto impattanti e che intuitivamente sono enormemente rischiose (cento volte di più in tempi di emergenza terroristica), oltre che inquinanti: su 115 siti inquinati in provincia di Cremona 22 sono pozzi ENI.

Tutto questo avviene in totale assenza di un Piano Energetico Nazionale, il documento di governo che analizza e poi mette nero su bianco quanta energia serve, per cosa, come la si produce: ma i numeri dicono che in Italia si produce già ora più energia di quanta non se ne utilizza. Non solo: l’Italia ha preso solenni impegni recentemente a Parigi per la riduzione del riscaldamento globale (fenomeno che comporta costi enormi per le collettività e che fino a ieri “eminenti scienziati” qualificavano come bufala): dare libero sfogo al petrolio è fare esattamente il contrario degli impegni presi.

D’altra parte le quantità di idrocarburi presenti nel nostro sottosuolo, che tanti si affannano a definire “strategiche” e “essenziali”, sono così irrisorie che se per assurdo (e non si può) si riuscisse ad estrarle tutte subito, basterebbero a coprire per poche settimane il consumo nazionale di petrolio e per qualche mese quello di metano.

Il “gioco” insomma non vale la candela per noi cittadini (che invece vediamo messi a rischio la nostra sicurezza, le nostre spiagge, il nostro ambiente, il nostro turismo, le nostre città d’arte) ma vale moltissimo la candela per le società petrolifere, che (come si vede in questi giorni) non esitano a condizionare pesantemente le scelte dei governi (in Italia come altrove) pur di fare soldi. Tanti soldi. Del tutto destituita di fondamento è poi la preoccupazione relativa alla perdita di posti di lavoro: l’effetto della vittoria del Sì infatti non comporterebbe la chiusura immediata delle attività in corso, ma semplicemente non le rinnoverebbe all’infinito: si chiuderebbero alla conclusione del contratto, entro il quale le compagnie petrolifere hanno già ampiamente considerato i costi di manodopera. Se poi si allarga lo sguardo al cambiamento che chi propone il quesito ha in mente, le energie rinnovabili sono un settore che impiega e crea molto più personale che le poche decine di addetti necessarie per far funzionare una piattaforma. Questo semmai sarebbe il ruolo di un governo serio: guidare la conversione ecologica dell’energia, spendendo per riqualificare il personale, spingendo un’edilizia attenta all’efficienza energetica, investendo in ricerca sulle rinnovabili, lavorando sulla cultura del risparmio e della sobrietà.

Queste sono alcune delle ragioni che sono state presentate e che hanno portato una serie lunghissima e variegata di soggetti a schierarsi (sia a livello nazionale che locale) per il Sì, a fronte di pochissimi per il No. L’obiettivo principale però, ad oggi, non sta nel convincere le persone a votare Sì, visto che per fortuna tutte queste cose sono già nella coscienza della stragrande maggioranza dei cittadini e soprattutto dei giovani, ma sta nel far capire alla gente quanto sia importante non “stare a casa” (come squallidamente alcuni stanno continuando a suggerire, calpestando ogni etica della partecipazione democratica) e invece recarsi alle urne il 17 aprile, esprimendo la propria volontà. Per questo l’appello è ovviamente per prime alle istituzioni di fare il loro dovere informando i cittadini con correttezza e invitandoli ad andare a votare, ma nello stesso tempo è rivolto a tutti perché con un pacifico e sereno passaparola ci diamo l’un l’altro una mano a spiegare a chi ancora ne è all’oscuro l’importanza di questo referendum.

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