Mercoledì, 03 marzo 2021 - ore 09.12

Rifiuti urbani, crescono investimenti

Fondamentale una dimensione industriale del ciclo di gestione e la realizzazione di impianti, ma ''il mercato si dovrà confrontare con un quadro normativo ancora critico''

| Scritto da Redazione
Rifiuti urbani, crescono investimenti

Quanti settori possono vantare negli ultimi anni una crescita costante? Molto pochi, ma uno di questi è certamente quello della gestione rifiuti, che con un inglesismo oggi viene chiamato “waste management”. In attesa dei dati del 2020, nel 2019 le maggiori 230 aziende tra raccolta, trattamento, smaltimento e selezione rifiuti urbani hanno registrato un valore di produzione pari a 11,7 miliardi di euro, con un aumento dei rifiuti gestiti (+6,4%) e degli investimenti (+4,1%), rispetto al 2018. I dati sono contenuti nell’ultimo Was Report, il rapporto annuale di Was – Waste strategy, il think tank sull’industria dei rifiuti e il riciclo di Althesys, presentato oggi in un doppio webinar.

La parola d’ordine del settore è però “trasformazione”, in tesa non solo per il lavoro svolto, ma soprattutto per il cambiamento delle aziende stesse a colpi di investimenti – +4,1% rispetto al 2018, pari a circa 535 milioni di euro – e innovazione tecnologiche per recuperare i rifiuti e trasformarli in nuovi materiali o energia. Tutto questo sta appunto ‘trasformando’ le aziende del settore – sia pubbliche, sia private – in quanto oggi “stringono alleanze con società petrolifere o multinazionali chimiche e allargano il proprio perimetro di business in una crescita costante”.

“Il waste management sta vivendo una fase di grande trasformazione – sottolinea il ceo di Althesys Alessandro Marangoni, economista e coordinatore di Was – Le convergenze sviluppate dalle utility con settori diversi sarebbero state impensabili anche solo qualche anno fa. Al centro di questo cambiamento ci sono due elementi: da un lato l’innovazione, che sta trasformando l’attività delle aziende da semplice raccolta rifiuti a processo di recupero di materiali. Questo crea nuovi business, sui quali le grandi aziende puntano, come mostrano i dati sugli investimenti, in aumento nonostante un quadro economico molto difficile. Dall’altro, la convergenza settoriale, che consente all’industria della gestione dei rifiuti di poter dialogare, assai più che in passato, con grandi realtà industriali nell’obiettivo dell’economia circolare”.

Le Top 120 pubbliche e private – che coprono il 56% dei Comuni italiani, servono circa il 70% degli abitanti e raccolgono il 76% dei rifiuti urbani – hanno investito il 5,7% del loro valore di produzione, mezzo punto in più rispetto all’anno precedente. Ancora maggiore è l’incidenza per le aziende di trattamento e smaltimento, che crescono del 12,5%. Il 60% degli investimenti è stato destinato alla realizzazione di nuovi impianti e al miglioramento di quelli esistenti.

Se tutto questo appare, ed è, un quadro confortante, non mancano i ben noti problemi di scarsità di impianti a servizio del sistema come non ha mancato di sottolineare il vicepresidente di Utilitalia, Filippo Brandolini, intervenuto al webinar, dove ha spiegato come siano fondamentali “una gestione industriale dell’intero ciclo dei rifiuti, così come la realizzazione di impianti, indispensabili per il riciclo e per minimizzare il ricorso allo smaltimento in discarica, soprattutto al centro-sud, e il superamento delle frammentazioni gestionali”.

Quel che serve, come risulta implicito di fronte alla fotografia dell’andamento del settore, è un quadro normativo chiaro e stabile insieme a un lavoro di comunicazione adeguata per superare gli ostacoli Nimby e Nimto che ostacolano la messa a terra degli investimenti. Perché il problema oggi non è più, o non è più così tanto come prima, di natura economica, bensì la possibilità effettiva di spenderli bene. Gli stessi estensori del report ricordano, infatti, che “il mercato si dovrà confrontare con un quadro normativo ancora critico a causa di stratificazioni legislative e a misure non del tutto coerenti, con la questione End of Waste, cruciale per il funzionamento della filiera, ancora aperta”.

Il settore, come detto, sta molto cambiando grazie all’innovazione tecnologica in un’ottica di economia circolare, ma in pochi se ne stanno accorgendo. Il rapporto prende come esempio quello della “figura che lavora nelle nuove utility impegnate nella filiera del waste management” che “è sempre meno netturbino e sempre più tecnico specializzato nella selezione e valorizzazione del rifiuto”.

Non solo “è proprio questa la fase più dinamica, quella che sta evidenziando i risultati migliori, con il consolidamento di vari gruppi attivi in diverse fasi della value chain, dalla raccolta fino al riciclo”.

Il report poi passa in rassegna tutte le filiere del riciclo soffermandosi sulla gestione della Forsu (il materiale raccolto dalla differenziata dell’organico) che “è considerata strategica e sta creando nuove opportunità grazie alla trasformazione in biogas e biometano”. Inoltre sottolinea che “l’innovazione sta rendendo il comparto più diversificato anche in termini di operatori, con l’intensificarsi della presenza di iniziative sperimentali nella produzione di biofuel, idrogeno e bioplastiche”.

Il settore sta cambiando anche perché cambiano o per meglio dire si ampliano le tipologie di rifiuti da gestire in un’ottica di economia circolare: l’aumento dei quantitativi di apparecchiature elettriche ed elettroniche e la crescente diffusione di pile e accumulatori per numerose applicazioni sta gradualmente mutando anche i mercati dei rispettivi rifiuti. Le filiere di Raee e Ripa (rispettivamente rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, e pile e accumulatori) stanno dunque progressivamente convergendo, trainate dall’innovazione tecnologica e dalla digitalizzazione dei processi.

In questo contesto, il futuro – conclude il Was report – riserva sfide impegnative: la diffusione di nuove tecnologie e materiali, l’aumento dei volumi prodotti dovuto all’elettrificazione dell’automotive e alla diffusione delle energie rinnovabili comporteranno infatti una trasformazione profonda. Altro fronte aperto è quello del riciclo dei pannelli fotovoltaici che, secondo le prospettive, esploderà dopo il 2030. In particolare in Italia, dove “il parco è relativamente anziano e il progresso tecnologico ne accelera l’obsolescenza, rendendo cruciale la gestione del fotovoltaico a fine vita”.

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