Lunedì, 23 maggio 2022 - ore 01.38

Senza voler mettere il proverbiale carro, davanti...

Carlo Cottarelli è diventato, nell’ambito del pensiero politico-economico e della vita pubblica, una testimonianza, sconfinata, forse suo malgrado, sempre più nel must; di cui, soprattutto, i media sembrano non voler fare a meno.

| Scritto da Redazione
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Anche noi, che lo conoscemmo negli anni ottanta (quando si era appena laureato all’Università degli Studi di Siena in  Economics and Political Science ed, ovviamente, era agli albori di una carriera indirizzata a posizioni di grande prestigio), grazie ad una fugace e fortuita presentazione propiziata dal padre Celeste, che se lo coccolava, orgoglioso e consapevole dei robusti fondamentali posseduti dal rampollo e presago di un rimarchevole cursus honorum, apprezziamo appieno sia il senso che il valore del suo profilo. Ma, oggi personaggio diventato, a coccolarlo è una sempre più vasta platea di estimatori che si aggiunge al giustamente orgoglioso padre “Celo”. Il quale, per un lungo periodo, connotò virtuosamente la vita cittadina; curiosamente anticipando, da Assessore al Bilancio del Comune Capoluogo (ruolo in cui aveva esordito da liberale e, nel prosieguo, concluso  nelle file del riformismo socialista), le orme di una spesa pubblica efficiente e virtuosa. Una volta tanto, Cremona, smentendo una ben nota quanto biasimevole indole, dimostra che qualcuno può essere profeta in patria. Fino al punto da far azzardare, come autorizza il combinato di apprezzate conferenze e di pressing non esattamente subliminale, che Carlo Cottarelli potrebbe essere un ottimo candidato ad raggiungere quel traguardo, che il padre (con merito) aveva in teoria sfiorato senza (a causa di un rapporto, se non proprio snobistico, certamente distaccato, forse un po’ aristocratico, con la politica) raggiungerlo.

Premessa: una personalità di così alto profilo non merita assolutamente di finire in un incongruo tritacarne di scoop mediatici né tantomeno in un divertissement di simulazioni di chi butti e di chi porti sulla torre.

Il suo essere a Cremona sempre più frequentemente può, in qualche misura, aver dato la stura a congetture o forse solo a fantasie. Che, considerata la vastità delle praterie di ulteriori opportunità di carriera del diretto interessato, potrebbero restare tali; vista la sproporzione di rating tra queste ed il microcosmo della pur amata città natale.

Sia come sia, le supposizioni sulla possibilità che l’ex consulente governativo per la spending review e tuttora direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale possa seguire le orme di Cincinnato per dedicarsi, anziché all’agricoltura, alla guida della istituzione comunale si sono infittite e, secondo chi scrive, meritano di essere, almeno in teoria, considerate e sviluppate.

Potrebbero, per la stampa, essere provvidenziali a colmare quel buco di notizie titpico della stagione estiva; per noi, invece, offrono un assist per opportune riflessioni sullo scenario cittadino e sullo stato dell’arte dei processi di cambiamento della politica amministrativa.

I tempi sono cambiati. La demarcazione dei campi contrapposti è diventata labile, quanto meno flessibile. La de-ideologizzazione della testimonianza civile e la quasi totale rarefazione del fattore (fideistico) di appartenenza ai movimenti ed alle alleanze supportano l’inclinazione ad apprezzare maggiormente il merito (individuale) rispetto ai vincoli di ed ai condizionamenti tipici della vecchia camaraderie.

Quasi inutile rilevarlo, ma la mestierizzazione della politica, combinata o forse frutto del suo essere diventata liquida, ha condotto ad un ceto di operatori istituzionali, che, salvo lodevoli e rare eccezioni, risulta fortemente inadeguato.

Dalla fase in cui le nomenclature, sin dalla prima repubblica, pescavano dal collateralismo personalità per lo più già contigue ai partiti (ma catalogate “indipendenti”, per accrescerne il tasso di attrazione sui non schierati) si passò alla new have della selezione dalla “società civile”. Donde gli eredi dell’agonizzante sistema consociativo si ingegnarono, assecondando le pulsioni populistiche, ad intercettare profili in qualche modo non contaminati con la degenerazione partitocratica e, soprattutto, meglio spendibili, secondo le ormai prevalenti categorie dell’appeal d’immagine.

La filiera cremonese applicativa dell’ideologia della supremazia della società civile sulla politica ha finito per mettere in prima fila il candidato outsider per eccellenza; quell’Oreste Perri, scoperto (o creato, a seconda delle interpretazioni) dalla testata giornalistica cittadina. Dimostratasi incontrovertibilmente sintonizzata coi rumors popolari, meglio delle forze politiche.  Sfiancate da una continuità durata troppo a lungo, da opache selezioni (più simili alle cooptazioni) sempre all’interno dei soliti circoli ristretti, dai disastri di civil servants de noantri, taroccati. Come il doppio-lavorista dott. Bodini che, in aggiunta al ben evidente filotto di disastri, non ridurrà ma addirittura aggraverà, attraverso l’esaltazione del primato della casta dirigenziale municipale (necessaria per colmare il proprio vuoto), il monopolio della politica politicante sul potere locale. Si finisce così alla società civile di ultima generazione. Che, con l’auto-candidatura del professor Galimberti, espressa nelle modalità di un’OPA ostile nei confronti di un partner in teoria detentore della golden share, ha ritagliato, per gli storici players della vita istituzionale dell’ultimo quarto di secolo, il ruolo di sherpa (per la raccolta del plebeo ma ineludibile consenso elettorale) contrappuntato da un destino di irrilevanza politica. Il pigmeo dai piedi d’argilla, che é Galimberti (ed il suo improbabile profilo di papa straniero prevalso sulla supposta gerarchia partitocratica), ha inequivocabilmente posto la politica cremonese di fronte ad criticità fin qui mai conosciute. I fasti, si fa per dire, della gestione-stralcio della prima repubblica definitivamente archiviati; le non rimpiante performances di una transizione caratterizzata dallo smarrimento della realtà e dall’impossibilità a trovare la quadra tra l’impulso (se ci fu) ad allestire un accettabile ceto dirigente e cercare candidature trasparenti e meritevoli e a trovarle effettivamente; l’ormai evidente inadeguatezza, su tutto il fronte, a percepire, più che i sentiments, i rumors (tanto della gente comune quanto dei soggetti sociali intermedi che, almeno nei riscontri del primo anno di mandato, sembrano costituire un combinato poco rassicurante): tali sono i dati incontrovertibili del flop di coloro che volevano “far nuova la città”. E di coloro, che, pur consapevoli della deriva, non hanno potuto o voluto opporvisi (chi rifiuta la battaglia perde la guerra)

Insomma, la politique politicienne cremonese le ha provate tutte, ma proprio tutte. Se si eccettua la breve, stimolante, ma dagli esiti infecondi, parentesi delle primarie di coalizione, più che al palo, sembra alla canna del gas.

Di cui è segnalatrice l’inaspettata e sorprendente afasia che ha colpito il giovane Sindaco; non si sa se più per effetto dello sberleffo dell’opposta tifoseria, scandito dalla colonna del jingle di Stanlio ed Ollio (la curva non canta più!) o per la constatazione dell’essersi cacciato in un cul de sac.

La politica, o é in possesso, ben s’intende, di un progetto strategico adeguato e cerca al proprio interno e propone profili altrettanto adeguati di candidati oppure accetta di consegnarsi definitivamente a quel destino di sussidiarietà, decretato da Galimberti e dai suoi suggeritori ed, in prospettiva, dopo un mandato impresentabile, di marginalità.

A cominciare dalla conferimento del motore di ricerca dei papabili per i vertici istituzionali a non ancora ben identificate, ma intuibili supplenze.

Con due (ovviamente, in aggiunta alle precedenti della preistoria della seconda repubblica) sindacature inqualificabili, come quelle di Perri (meritevole, però, di molte attenuanti) e di Galimberti (suscettibile, invece, dell’aggravante per il vasto e sciupato consenso attribuito da un consapevole e maggioritario elettorato riformista), la Città, in uno scenario, in cui avrebbe dovuto recuperare il consistente gap di innovazione e di sviluppo, ha bruciato (nell’ipotesi improbabile che il giovane sindaco non torni anzitempo alla più socialmente utile missione dell’insegnamento) un triplo lustro. Che, in contesti in cui gli scenari mutano velocemente) costituisce una scansione da eternità.

Avremo modo, in un breve prosieguo, di rivisitare i passaggi salienti della recente vita istituzionale; a partire, a ritroso, proprio dal mandato in corso.

Senza voler porre innanzi il proverbiale carro, ci sembra di poter, però, anticipare l’impressione che, mentre, tra un po’, il clima inteso in senso meteo si rinfrescherà, quello politico, invece, potrebbe riscaldarsi. A meno che il serpeggiante sconcerto nelle file della coalizione di sinistra, emerso negli ultimi mesi, torni a manifestarsi con le modalità del pucciniano coro a bocche chiuse ovvero addirittura a reprimersi.

Il check della tenuta del primo anno è e sarà sempre di più nelle cose; come, d’altro lato, dimostrano, da un lato, la totale dissolvenza di quell’honeymoon, per il vero accreditato solo dall’interessato, degli esordi e, dall’altro, le criticità vieppiù emerse. Criticità che derivano, in parte, dalla manifesta sottovalutazione della profondità del declino di Cremona e, dall’altra, dall’inadeguatezza di questo vertice gestionale; frutto, lo diciamo espressamente, di un pregiudizio nei confronti della sinistra riformista.

L’assetto politico-gestionale, che, a prescindere dalla consistenza dell’apporto elettorale, assegna al PD, che ha reso possibile la remuntada, una funzione di utilità marginale ed al Sindaco e la sua lista il ruolo di partner industriale e di governance ha provato di non reggere.

Un programma amministrativo, che dettaglia prevalentemente se non esclusivamente profili software, non può reggere a lungo l’urto delle contraddizioni e dell’inadeguatezza progettuale.

Il diavolo sarà pure nei dettagli, come dimostrano, al di là di un gentlemen agreement di facciata, le scaramucce su ogni singolo problema che il buon dio manda ogni giorno nel mondo piccolo della città del torrone.

Ma, quando i dettagli attengono alla strategia delle cosiddette “partecipate”, al decomissioning del termovalizzatore decretato da logiche fondamentalistiche ed anti-industriali, alla discendente riorganizzazione, con riflessi sulla qualità e sulla sostenibilità del servizio, della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, allora si è di fronte ad una manifesta, irricomponibile divaricazione progettuale.

Il vertice dell’attuale assetto politico-istituzionale, assolutamente privo di una visione strategica collegata alle priorità di fondo rappresentate da qualsiasi opportunità in grado di agganciare la fuoruscita dalla marginalità territoriale e la proiezione in chiave espansiva ed innovativa, è ostaggio di un’illusione ottica.

Quella secondo cui le problematiche della città, di cui l’establishment politico-istituzionale non sembra minimamente consapevole, si possano ovviare col software della “rigenerazione urbana”.

Diventato un ossessivo mantra beneaugurante, elevato a quella sorta di divinità spiccia-faccende che  è Ganesha (dona prosperità e fortuna e, soprattutto, dicono i fedeli induisti, mette al riparo dalle avversità).

D’accordo, ragazzi (anche i suggeritori dietro le quinte più attempati dello scrivente), va bene estendere la prevalente pedonalizzazione del centro-città; va bene la riqualificazione del suo decoro (ma, perché non cominciamo dalla ripulitura delle facciate?); va bene l’animazione del centro (e, per par condicio, della periferia); va bene la pedalata sugli argini padani. Ma, se la portata del progetto di rigenerazione che avete per Cremona è tutta qui (un po’ panem et circenses un po’ buona volontà senza risorse), allora basta un solo assessorato.

Sottoscriviamo pienamente la prudenza con cui l’editorialista del quotidiano stampato cremonese sterilizza il primo anno di sindacatura da preconcetti (con l’aria, però, di precostituirsi l’alibi per le stroncature che sono venute e verranno in crescendo).

Da un osservatorio molto meno importante (ma anche molto meno interessato a confondere il piano dell’analisi con quello di eventuali scambi) diciamo, invece, che nelle premesse di questo primo anno risiedono tutti i presupposti per un disastro annunciato.

Mutuiamo semanticamente, per rendere meglio il concetto dell’esigenza di cui vogliamo farci portatori, dai fantasmagorici depositi berlusconiani.

Il “confronto di idee” richiede, come minimo, che ci siano in campo idee. Il motore della governance a trazione Partecipolis dimostra di seguire una sua traiettoria concettuale del tutto avulsa dalla portata vera dei mali e dei rimedi della nostra comunità.

E, per tornare là da dove siamo partiti, riteniamo che profili, come quello di Carlo Cottarelli, focalizzato sul quadrante della città in cui è nato, si rivelano, quand’anche fossero solo un ballon d’essai, edificanti.

Quanto meno, per fornire alle consapevolezze dei cittadini una grammatica di base per l’interpretazione della realtà e le contromisure alla stagnazione del pensiero e dell’azione politica ed amministrativa.

Fanno già bene al solo sapere i contributi dei cremonesi che si sono fatti strada in scenari più vasti ed importanti. Il fatto che i medesimi preludano all’assunzione di dirette responsabilità nella vita istituzionale cittadina è solamente auspicabile.

D’altro lato, la Capitale del Po deve archiviare, decisamente ed appena possibile, l’ultimo quarto di secolo di “ricreazione” rispetto ai molti decenni precedenti contraddistinti da ben altre visioni, culture e valori gestionali (da socialisti non pentiti siamo in imbarazzo di fronte all’intensità con cui si evocano le testimonianze di Zanoni e Zaffanella, insieme con Vernaschi).

Le presenti riflessioni non traggono spunto e motivo da reconditi compiacimenti tributati ai populismi dilaganti.

Siamo ben consapevoli del valore, peraltro riconosciuto nei ranghi parlamentari e governativi, di alcuni eminenti politici cremonesi (che potrebbero tornare ad occuparsi della loro città). Come lo siamo del potenziale rappresentato dall’impegno di alcuni giovani assessori e consiglieri (comuni a tutte le aree di pensiero) esorditi col mandato in corso.

Importante è la consapevolezza di essere giunti ad un punto di svolta, che pone le coscienze democratiche di fronte all’ineludibilità delle opzioni. Tra il continuismo dei format, rappresentati dalle aree precostituite per schieramento, da un lato, e un nuovo modo di rappresentare i valori ed i doveri civili di appartenenza.

Ci può essere un nesso di coerenza tra la testimonianza politica europea e nazionale e quella di livello territoriale. A patto che ciò non implichi derivazioni dogmatiche. Se i diversi piani di quella che, con un po’ di imprecisione, si può ancora definire militanza reggono alla prova della coerenza e della sostenibilità e, soprattutto, dell’adeguatezza anche in termini di risorse progettuali ed intellettuali, allora ci può stare che magari uno, come chi scrive, idealmente sentendosi parte della sinistra riformista europea ed italiana, possa anche ritenersi prioritariamente sintonizzato con l’area riformista locale.

Ma, se questa area della sinistra riformista cremonese resta zavorrata da un passato che non passa, da inqualificabili miopi visioni di bottega (che includono sintomatologie da sindrome di Stoccolma), da incorreggibili ritardi di cultura politica, allora l’analisi ed il posizionamento nell’ambito territoriale non necessariamente devono derivare da automatismi.

Cremona ha bisogno di qualcosa di più degli afflati rigenerativi, dispensati con il piglio (immotivatamente) saccente dei professorini impalcati dalle sviste e dalle omissioni della sinistra e dall’intraprendenza di sponsors opachi. Si è ormai capito quasi tutto dei probabili sviluppi dei restanti quattro anni di mandato.

Cremona non può perdere altro tempo ed altre potenzialità per invertire le presenti tendenze alla stagnazione ed al declino. Come non può perdere un’altra generazione di potenziali capaci uomini delle istituzioni locali (che sono presenti, come abbiamo detto, un po’ in tutti i gruppi e soprattutto nel PD).

Tanto varrebbe affrontare il problema, ormai non più nella culla (come si sarebbe dovuto fare due anni fa) ma, ora, nell’infant seat o nel box, che dir si voglia. E, senza ovviamente voler mettere davanti il proverbiale carro, puntare da subito, pur nella consapevolezza della discontinuità giustificata da uno scenario difficilmente rimediabile, alla messa in campo, per il bene della comunità, di progetti e di testimonianze  di valore.

Indubbiamente, l’eventualità che siffatte analisi possano incrociare fattuali disponibilità da parte degli interessati non è cosa di poco conto. Né sul terreno dell’inversione delle precondizioni atte ad aprire nuovi scenari, né su quello della reintroduzione di una grammatica più consona alla comprensione della realtà e dei passaggi propedeutici all’azione.

Quando, come è accaduto, si congettura, attorno alla praticabilità dell’ingaggio di Cottarelli e delle caratteristiche della sua mission, di figura trasversale, ci si consegna già alla catena degli equivoci.

Trasversale a che? O si voleva dire non partisan?

Indubbiamente, la condizione della città che l’ordinario confronto dialettico tra le aree opposte e le discendenti dinamiche gestionali hanno dimostrato di non saper adeguatamente affrontare, esigerebbe, come abbiamo anticipato, una discontinuità culturale, un cambio di passo e di fase, maggiormente aderenti alle consapevolezze ed all’etica civile della responsabilità.

Il che, sempre tenendo l’ipotesi Cottarelli come segnavia di un nuovo percorso, non implica necessariamente la fuoruscita dalle normali dinamiche.

A meno che qualcuno pensi che per l’attuale alto dirigente del FMI  possa ritagliarsi un percorso extra-istituzionale (come un più che improbabile, impossibile commissariamento), l’approdo non può che far capo alla filiera della selezione d’uso.

Altrimenti si arrischia di cadere, per una così rilevante personalità, nelle suggestioni dell’uomo della provvidenza e delle prerogative senza limiti. Che, come è noto, deformano le peculiarità, se non proprio della democrazia, del buon senso.

Dei requisiti scientifici e professionali di Cottarelli jr si sa molto; a partire dal fatto che quel “suo calibro forse fin troppo per la nostra città” ( così giudicato da qualcuno, che evidentemente preferirebbe le stature molto più basse, del recente passato e del presente) può diventare, innanzitutto, fattore di stimolo ad inquadrare il capoluogo ed il territorio nell’ottica molto più vasta degli scenari praticati dal protagonista in questione.

In questo senso, la sua discesa in campo può determinare una ricaduta trasversale nelle consapevolezze e nelle modalità di approntamento delle risposte.

Qui comincia e finisce, secondo noi, il valore aggiunto di una testimonianza super partes (molto sopra le scalcinate truppe politiche che fin ora hanno tenuto il punto).

Cottarelli sa tutto di finanza e di politiche economiche mondiali, nonché di bilanci statali. E’ lecito supporre, quindi, che disponga, benché da tempo non operi e non viva a Cremona, anche di rilevanti capacità interpretative della realtà locale.

La sua disponibilità a spendersi nel confronto con l’espressione dei corpi intermedi depone favorevolmente, nell’ovvio caso decidesse quantomeno di considerare la praticabilità di un suo impegno amministrativo, per un abbrivio giusto e coerente, non solo con la realtà locale, ma soprattutto con un metodo coerente al progetto.

Che non può non essere ispirato al pieno coinvolgimento dei protagonisti della vita economica e sociale del territorio; piuttosto che della sovrastruttura categoriale (notevolmente complice nella pratica consociativa, che ha condotto al disastro).

In questa prospettiva la politica, intesa come migliore prerogativa del confronto e come organizzazione dell’associazionismo, non può che svolgere un ruolo parallelo, di interpretazione e di sintesi per aree delle acquisizioni di questo sforzo progettuale. Ruolo che, lo affermiamo con una forte dose di paressia, esclude fin dalle prima battute, aspettative per nomine a «zii» dei nuovi assetti.

Cottarelli, sempre supposto che fosse disponibile per un ruolo di pilot, di guida, di un tale percorso culturale e per le conseguenti responsabilità, deciderebbe coerenti collocazioni e traiettorie.

Di cui è prematuro parlare, anche solo in via del tutto astratta.

E.V.

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