Lunedì, 25 ottobre 2021 - ore 06.51

Uno studio conferma che i social media ci rendono più arrabbiati

E’ la rabbia ad ottenere più like in assoluto sulle piattaforme dei social media. Come i moderati si estremizzano

| Scritto da Redazione
Uno studio conferma che i social media ci rendono più arrabbiati

Ultimamente, l’astio sembra imperversare sui social media. I post degli haters o degli arrabbiati si diffondono più velocemente su Internet di quelli che forniscono informazioni certe o dei discorsi pacati. Non stupisce quindi che Twitter sia stato spesso definito il luogo più arrabbiato della rete.

Lo studio “How social learning amplifies moral outrage expression in online social networks”, pubblicato recentemente su Science Advances da un team della Yale University dimostra come i social network incoraggino gli utenti a esprimere nel tempo una maggiore indignazione morale.

Secondo i ricercatori, «Questo avviene perché esprimere la propria frustrazione online fa ottenere più like di qualsiasi altro tipo di interazione. Il maggior numero di like e di condivisioni spinge le persone ad essere più arrabbiate. Inoltre, queste forme di gratificazione hanno il massimo effetto sugli utenti legati a reti politicamente moderate. L’indignazione morale si palesa sotto forma di rabbia, disgusto o frustrazione in risposta a un’ingiustizia».

Il principale autore dello studio, William Brady del Dipartimento di psicologia di Yale, che ha guidato la ricerca con Molly Crockett, professore associato di psicologia a Yale, sottolinea che «Gli incentivi offerti dai social media stanno modificando il tono delle nostre conversazioni politiche online». Il team di Yale ha misurato l’espressione dell’indignazione morale su Twitter durante eventi controversi della vita reale e ha studiato i comportamenti dei soggetti in esperimenti controllati progettati per verificare se gli algoritmi dei social media, che premiano gli utenti per la pubblicazione di contenuti popolari, incoraggiano le espressioni di indignazione.

Brady ricorda che «Questa è la prima prova che alcune persone imparano a esprimere più indignazione nel tempo perché sono ricompensate dal progetto di base dei social media».

L’indignazione morale può essere una forte forza benefica per la società perché motiva la punizione per le trasgressioni morali, promuove la cooperazione sociale e stimola il cambiamento sociale. Ma ha anche un lato oscuro, che contribuisce alle molestie contro i gruppi minoritari, alla diffusione della disinformazione e alla polarizzazione politica».

Social network come Facebook e Twitter dicono che forniscono semplicemente una piattaforma neutrale per conversazioni che altrimenti avverrebbero altrove. Ma in molti fanno notare che i social media amplificano l’indignazione, anche se finora mancavano prove concrete che questo fosse vero, «Perché – spiegano i ricercatori – misurare con precisione espressioni sociali complesse come l’indignazione morale rappresenta una sfida tecnica».

Per riuscire ad accogliere queste prove, Brady e Crockett hanno riunito un team che ha creato un machine learning software in grado di tracciare l’indignazione morale nei post di Twitter. Analizzando 12,7 milioni di tweet di 7.331 utenti di Twitter, il team di Yale ha utilizzato il software per verificare se gli utenti esprimessero più indignazione nel tempo e, in tal caso, perché e ha scoperto che «Gli incentivi delle piattaforme di social media come Twitter cambiano davvero il modo in cui le persone pubblicano. Gli utenti che hanno ricevuto più “Mi piace” e “retweet” quando hanno espresso indignazione in un tweet avevano maggiori probabilità di esprimere indignazione nei post successivi».

Per verificare questi risultati, i ricercatori hanno condotto esperimenti comportamentali controllati per dimostrare che essere ricompensati per aver espresso indignazione induce gli utenti ad aumentare continuamente le loro espressioni di indignazione. I risultati dello studio suggeriscono anche un collegamento preoccupante tra il ruolo svolto dal dibattito sui social media e la polarizzazione politica. Brady e il suo team hanno scoperto che «I membri dei networks politicamente estremi hanno espresso più indignazione rispetto ai membri dei networks politicamente moderati. Tuttavia, i membri dei networks politicamente moderati erano in realtà più influenzati dalle ricompense sociali».

Crockett conferma: «I nostri studi rilevano che le persone con amici e seguaci politicamente moderati sono più sensibili al feedback sociale che rafforza le loro espressioni di indignazione. Questo suggerisce un meccanismo per come i gruppi moderati possono diventare politicamente radicalizzati nel tempo le ricompense dei social media creano circuiti di feedback positivi che esacerbano l’indignazione. Lo studio non ha lo scopo di dire se amplificare l’indignazione morale sia un bene o un male per la società. Ma i risultati hanno implicazioni per i leader che utilizzano le piattaforme e i responsabili politici che stanno valutando se regolamentarle. L’amplificazione dell’indignazione morale è una chiara conseguenza del modello di business dei social media, che ottimizza il coinvolgimento degli utenti. Dato che l’indignazione morale svolge un ruolo cruciale nel cambiamento sociale e politico, dovremmo essere consapevoli che le aziende tecnologiche, attraverso la progettazione delle loro piattaforme, hanno la capacità di influenzare il successo o il fallimento dei movimenti collettivi. I nostri dati dimostrano che le piattaforme dei social media non riflettono semplicemente ciò che sta accadendo nella società. Le piattaforme creano incentivi che cambiano il modo in cui gli utenti reagiscono con gli eventi politici nel tempo».

Cosa possiamo fare quindi per invertire il circuito di retroazione della rabbia online? Brady ha detto a Popular Sciece: «Non credo esista una misura assoluta che le piattaforme possono adottare per cambiare d’un tratto il modo in cui avvengono le discussioni online, semplicemente perché non dipende solo dalla progettazione della piattaforma, ma anche dalla nostra psicologia. Pertanto, a mio parere è necessaria una combinazione di azioni, per cui le aziende dovrebbero promuovere piccoli incentivi a sostegno di dibattiti sani, e al tempo stesso fornire agli utenti gli strumenti necessari per essere consapevoli del modo in cui la progettazione della tecnologia è potenzialmente in grado di influenzare le informazioni sociali che essi vedono».

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