Mercoledì, 05 ottobre 2022 - ore 06.44

Amnesty denuncia: ‘Vergognosa la risposta del mondo alla crisi in Siria’

In un documento diffuso alla vigilia della conferenza delle Nazioni Unite, che si terrà a Ginevra domani, 9 dicembre, Amnesty International ha denunciato l’assenza di protezione da parte dei leader mondiali verso i più vulnerabili tra i rifugiati siriani e il conseguente rischio di effetti catastrofici

| Scritto da Redazione
Amnesty denuncia: ‘Vergognosa la risposta del mondo alla crisi in Siria’

Lasciati al freddo: i rifugiati siriani abbandonati dalla comunità internazionale: questo il titolo del documento con cui Amnesty International evidenza il vergognoso numero di posti per il reinsediamento offerti dalla comunità internazionale. Circa 3,8 milioni di rifugiati siriani si trovano nei cinque principali Paesi dell’area: Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Solo all’1,7% di loro il resto del mondo ha offerto protezione dall’inizio della crisi, risalente a oltre tre anni fa.

Gli Stati del Golfo, tra i quali figurano alcuni dei Paesi più ricchi del mondo, non hanno offerto un solo posto ai rifugiati siriani. Lo stesso hanno fatto Russia e Cina. Se si esclude la Germania, il resto dell’Unione Europea si è impegnata a reinsediare un risibile 0,17% dei rifugiati.

«Il numero dei posti per il reinsediamento offerti dalla comunità internazionale ai rifugiati siriani è davvero scioccante. L’agenzia dell’ONU per i rifugiati ha identificato circa 380000 persone per le quali è necessario il reinsediamento, eppure ad appena una minima frazione di loro è stato offerto un riparo altrove», ha dichiarato Sherif Elsayed-Ali, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International. «Il Programma alimentare mondiale ha annunciato negli ultimi giorni che è stato costretto a sospendere la fornitura di aiuti alimentari a 1,7 milioni di rifugiati siriani a causa della crisi finanziaria, segno rivelatore dell’infima risposta della comunità internazionale. La completa assenza di posti per il reinsediamento da parte dei paesi del Golfo è particolarmente riprovevole. I legami linguistici e religiosi dovrebbero porre quei paesi in prima linea nell’offerta di un rifugio sicuro a coloro che fuggono dalla persecuzione e dai crimini di guerra in Siria», ha aggiunto Elsayed-Ali.

In Libano, un Paese dall’economia precaria e un crescente debito, l’afflusso dei rifugiati siriani ha incrementato la popolazione del 26%. Il numero dei rifugiati ospitati è 715 volte superiore a quello dei siriani che hanno ottenuto asilo o reinsediamento nell’Unione Europea negli ultimi tre anni. L’assenza di sostegno internazionale ha avuto effetti disastrosi nei principali cinque Paesi ospitanti, in cui si trova attualmente almeno il 95% dei rifugiati siriani. Negli ultimi mesi, Turchia, Libano e Giordania hanno imposto forti limitazioni all’ingresso dei rifugiati, costringendo molti di loro a rimanere intrappolati in Siria, nel costante pericolo di subire violazioni dei diritti umani da parte delle forze governative, dal gruppo Stato islamico e da altri gruppi armati.

Amnesty International chiede che entro il 2015 almeno il 5% dei rifugiati siriani venga reinsediato e che una percentuale analoga sia reinsediata entro il 2016. In questo modo, potrebbero essere ricompresi coloro che attualmente sono considerati bisognosi di reinsediamento dall’Alto commissariato ONU per i rifugiati. Tra i rifugiati che necessitano il reinsediamento vi sono sopravvissuti alla tortura, minori non accompagnati e persone in gravi condizioni di salute.

«La conferenza della prossima settimana dev’essere l’occasione per invertire rotta. È giunto il momento che i governi prendano coraggio per condividere le responsabilità della crisi e contribuiscano a evitare ulteriori sofferenze. Se un piccolo Paese con un’economia debole e un debito elevato può gestire l’incremento di un quarto della sua popolazione, altri possono fare certamente di più», ha detto Elsayed-Ali.

Se si esclude la Germania, i cinque Paesi più grandi dell’Unione Europea (Regno Unito, Francia, Italia, Spagna e Polonia) si sono impegnati a offrire appena 2000 posti, ossia lo 0,001% della somma delle loro popolazioni. Occorre, senz’altro, un’inversione di tendenza.

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