Martedì, 28 giugno 2022 - ore 15.05

Cremona Pianeta Migranti. L’Africa ha fame di pane, l’Europa del gas africano.

La guerra in Ucraina affama l’Africa e crea in Europa la crisi energetica. Ora i Paesi europei mirano al gas africano.

| Scritto da Redazione
Cremona Pianeta Migranti. L’Africa ha fame di pane, l’Europa del gas africano.

Cremona Pianeta Migranti. L’Africa ha fame di pane, l’Europa del gas africano.

La guerra in Ucraina affama l’Africa e crea in Europa la crisi energetica. Ora i Paesi europei mirano al gas africano. Un’occasione di sviluppo o di altro sfruttamento?

 I mercati agricoli africani soffrono le conseguenze della guerra in Ucraina. L’Africa subsahariana, che nel 2020 ha importato prodotti agricoli per 4 miliardi di dollari dalla Russia e per 3 miliardi dall’Ucraina, sta entrando in una gravissima crisi alimentare con un perverso effetto domino.

Se in Kenya un pacco di farina costava meno di un euro, con l’inizio della guerra in Ucraina ha toccato un euro e 50 centesimi. Due anni fa a Khartoum un panino costava due sterline sudanesi, oggi costa 50 sterline. Uno dei Paesi a rischio eÌ€ proprio il Sudan, dove già oggi un abitante su tre ha bisogno di aiuti. Per la fine dell’anno quasi metaÌ€ dei 45 milioni di sudanesi patiranno la fame. Senza rifornimenti alimentari adeguati, la crisi diventerà sociale e genererà malnutrizione, migrazione, malattie, ecc.

Il conflitto russo-ucraino ha portato l’Europa in una forte crisi energetica così che i governi europei oggi, guardano con tanto interesse ai ricchi giacimenti di gas africano. Il Mozambico detiene il 52% delle riserve di gas, seguito da Senegal e Mauritania con il 20% e Tanzania con il 12%. Anche Gabon, Nigeria e Sudafrica hanno buone riserve.

Queste notevoli fonti energetiche, messe sul mercato, potrebbero far da volano allo sviluppo economico e sociale dei Paesi che le posseggono, se non fosse per quella predatoria logica estrattiva  che distrugge l’ambiente, sfrutta la manodopera locale, viola regole e diritti umani, rifiutandosi poi di assumere le responsabilità dei danni causati. 

Fino ad ora, la massiccia richiesta europea di gas ha incontrato molti ostacoli in terra africana, tra cui proprio la ribellione delle popolazioni e di gruppi armati contro le imprese estrattive. E’ noto il caso della Nigeria, il piuÌ€ grande produttore di petrolio africano, toccato da anni da un conflitto a bassa intensitaÌ€ lungo l’inquinatissimo delta del fiume Niger dove le popolazioni locali si oppongono alle compagnie estrattive che stanno devastando l’ambiente e la salute.

Altro esempio è il Monzambico. Nella provincia di Cabo Delgado a confine con la Tanzania, dove si concentrano 5mila miliardi di metri cubi di gas, sono arrivati miliardi di dollari di investimenti per estrarlo. Potrebbe sembrare una buona notizia per una delle zone più povere dell’Africa, ma gli abitanti non hanno tratto nessun beneficio. Al contrario. Molti hanno dovuto abbandonare i propri villaggi sulla costa a causa delle attività industriali. Infatti, per fare spazio alle installazioni di supporto alle piattaforme, interi villaggi sono stati evacuati d’autorità. Lo sostiene Justiça Ambiental, organizzazione mozambicana affiliata alla rete internazionale Friends of the Earthe.

La situazione è peggiorata da quando nella zona è sorta una guerriglia di stampo islamista. È intervenuto l’esercito, sono arrivati contractor armati russi e forse anche sudafricani. Bilancio: oggi Cabo Delgado conta oltre 200mila sfollati, la violenza dilaga, la regione è militarizzata, l’economia locale devastata. Inoltre.  i documentati rapporti delle organizzazioni ambientaliste affermano che i progetti estrattivi a Cabo Delgado rilascerebbero nell’aria 49 volte le emissioni annuali di gas serra del Mozambico e 7 volte quelle della Francia.

È l’ennesima storia di “maledizione delle risorse”, quando l’estrazione di una ricchezza naturale si trasforma in un inferno.

 

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