Domenica, 26 gennaio 2020 - ore 02.40

GENTE DEL PO Una interessante relazione di Agostino Melega al Museo della Civiltà Contadina di Cremona

E’ bello di tanto in tanto portare a comun denominatore ricordi, incontri del passato, emozioni, letture. Sono quindi grato alla dott.ssa Anna Mosconi che mi ha dato l’opportunità di mettere a fuoco le immagini d’un tempo lontano ponendo al centro, come comun denominatore, il grande fiume di Cremona, il Po, e la sua gente, in un viaggio mentale effettuato sulle tracce d’esperienze personalmente vissute e d’incontri narrativi con scrittori e poeti locali.

| Scritto da Redazione
GENTE DEL PO Una interessante relazione di Agostino Melega   al Museo della Civiltà Contadina di Cremona

Agostino Melega ha tenuto lo scorso Mercoledì 19 Aprile al  Museo DELLA CIVILTA’ CONTADINA nella CASCINA “IL CAMBONINO VECCHIO” ha tenuto un relazione  sul tema della Gente del PO. Né pubblichiamo volentieri il testo integrale

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E’ bello di tanto in tanto portare a comun denominatore ricordi, incontri del passato, emozioni, letture. Sono quindi grato alla dott.ssa Anna Mosconi che mi ha dato l’opportunità di mettere a fuoco le immagini d’un tempo lontano ponendo al centro, come comun denominatore, il grande fiume di Cremona, il Po, e la sua gente,  in un viaggio mentale effettuato sulle tracce d’esperienze personalmente vissute e d’incontri narrativi con scrittori e poeti locali.

Va da sé, quindi, che nel titolo di questo incontro, “Gente del Po”, non ho inteso riferirmi, solo a pescatori, renaioli o ghiaiaioli, barcaioli, vogatori, motoscafisti, bagnanti, e alle persone, le più diverse, che ho incontrato e conosciuto e stimato sulle sue rive, sulle sue spiagge, attratte dal fascino ancestrale di questo fiume, di quest’acqua in movimento pregna di magia, che corre alla periferia della città di Cremona verso il mare.  Parlerò infatti anche di autori, mai incontrati sul Po, che si sono affidati alla pagina scritta per descrivere il fascino del fiume, chiamato anticamente Padus dai latini, Eridano dai greci e Bodinco o Bodingo, ossia “fiume profondo non guadabile”, da parte dei Celti padani.

Mi affiderò, dunque, a due categorie di persone. L’una, che ha semplicemente vissuto e respirato il fascino del fiume e mi ha trasmesso direttamente a voce, con le parole più significative, questo sentire; l’altra categoria, invece, ha testimoniato e descritto tale fascino affidandosi alla letteratura, alla cronaca e a resoconti, donandomi comunque emozioni anche se di rimbalzo, riflesse, ma non per questo meno significative. 

Inizierò col ricordo d’un amico recentemente scomparso, che conobbi una quarantina di anni fa, quando d’estate, con mia moglie Rosella e i miei due figli Marco e Mirko, era nostra abitudine frequentare gli spiaggioni del fiume.  Questo amico si chiamava Fulberto Ferragni, ed era allora direttore dell’industria dolciaria Sperlari. Egli aprì la nostra mente alla curiosità e alla conoscenza dell’avifauna padana, di quello straordinario mondo con le ali che vive fra la terra e cielo, avente come riferimento il corso del Po. Fulberto era pronipote del grande ornitologo Odoardo Ferragni, il quale bisnonno aveva raccolto e stampato nel 1885 i risultati di una lunga ricerca sul volume Avifauna cremonese, dove gli uccelli sono descritti e catalogati oltre che col loro nome scientifico, anche col nome italiano e (meraviglia!) con il nome in dialetto cremonese. Così il beccaccino, ad esempio, è descritto col termine sgnépa, l’upupa con böba, il barbagianni col vocabolo lùch.

Ebbene Fulberto, sulla scia di così rilevante maestro e bisnonno, conosceva le denominazioni scientifiche, italiane e dialettali di tutti gli uccelli che passavano sulla grande via d’acqua, od accanto ad essa. Mi ricordo che una volta, passeggiando sulla spiaggia sul versante piacentino del Po, Fulberto, guardando lontano, si fermò di scatto dicendo con meraviglia: ”Il cavaliere d’Italia!”. Allora all’orizzonte politico italiano non era ancora apparso il signore di Arcore. Per cui non mi uscì come risposta: ”Come? Berlusconi al Ponticello?”. Mi uscì, invece, più semplicemente: ”Chi è?”. Fulberto, sorridendo mi passò il suo cannocchiale. E così vidi non tanto il presidente del Milan, ma un meraviglioso fenicottero in formato mignon. Era un volatile esemplare, di cui allora non conoscevo nemmeno l’esistenza.

Magico fu pure il momento, nei pressi della foce dell’Adda, quando Fulberto ci segnalò il volo d’una rondine albina. Un’altra volta, dalla sua barca a motore in movimento, vedemmo dietro la scia dell’acqua mossa dall’elica un altro animale mai visto prima. “E’ una lontra!” disse Fulberto ed il solo pensiero di aver visto quell’animale così raro nel fiume, oggi in via d’estinzione, mi fa venire ancora adesso la pelle d’oca. E dobbiamo ancora a Fulberto le nostre attuali competenze ornitologiche. Infatti, quando mi reco in bicicletta con Rosella sulle strade di campagna che portano al grande fiume, nei pressi di Brancere, tali competenze ci fanno riconoscere il volo del gheppio o del falco di palude, oppure del miniattino, del cucài o gabbiano del Po, od il cinguettio del chiò-chiò, e ci fanno riconoscere il corriere, con le sue zampette dal velocissimo passo sulla spiaggia. Altrettanto sappiamo pure distinguere il tarabuso, la sgarza, l’airone cinerino ed il cormorano. Questa capacità di lettura dell’avifauna, la dobbiamo proprio a Fulberto, che se n’è andato per gli estremi lidi, come un uccello migratore, in silenzio, alla fine di gennaio di quest’anno.  

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