Mercoledì, 12 maggio 2021 - ore 23.36

I pesanti effetti economici e ambientali del cambiamento climatico sulle isole italiane

Uno studio sul futuro climatico ed economico delle isole europee e i casi di Sardegna e Sicilia

| Scritto da Redazione
I pesanti effetti economici e ambientali del cambiamento climatico sulle isole italiane

Il progetto SOCLIMPACT,  finanziato dal programma Horizon 2020, che si è appena concluso, dopo 40 mesi di lavori, ha riunito istituti di ricerca ed enti locali, università e società private, economisti e politologi, fisici e climatologi per capire cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni nelle isole europee, da Cipro fino alle Azzorre, ma anche in Sicilia e Sardegna, che sono minacciate su più fronti dal cambiamento climatico. E le preoccupazioni non riguardano solo impatti ambientali o sulla biodiversità, ma anche per le possibili conseguenze sociali ed economiche. SOCLIMPACT, al quale hanno partecipato 24 partner di ricerca provenienti da 8 Paesi europei, tra cui l’università di Bologna,  ha cercato di individuare strategie efficaci di adattamento ai cambiamenti previsti e realizzato modelli di previsione dei cambiamenti climatici su scala locale, guardando a territori insulari particolarmente fragili ed esposti: Antille Francesi, Azzorre, Baleari, Canarie, Corsica, Creta, Cipro, Fehmarn, Madeira, Malta, Sardegna e Sicilia, con un focus su acquacoltura, energia, trasporti marittimi e turismo, quattro settori chiave per la “blue economy”.

Il gruppo di lavoro dell’università di Bologna ha sfruttato le competenze del Centro di Studi Avanzati sul Turismo (CAST), attivo al Campus di Rimini e punto di riferimento internazionale per la ricerca nel settore turistico, in particolare, e il capo del team UniBo,  Paolo Figini, professore al Dipartimento di scienze economiche, evidenzia che «Il nostro contributo si è concentrato soprattutto sull’introduzione di metodologie sperimentali per stimare l’impatto dei cambiamenti climatici sul settore turistico, attraverso l’uso di big data provenienti dai social media e da altre piattaforme web. Questo approccio ci ha permesso di valutare in maniera innovativa l’impatto dei cambiamenti climatici sul settore turistico, sia definendo la variazione futura della spesa turistica e il suo impatto sul PIL, sia stimando l’impatto che i cambiamenti climatici hanno sull’immagine delle destinazioni turistiche».

I rischi legati al cambiamento climatico presi in considerazione dal team di SOCLIMPACT sono: l’aumento del livello del mare, la perdita di superficie costiera, i mutamenti della flora marina, l’aumento degli incendi, la maggiore diffusione di malattie infettive, e spiegano che in base a questo «Sono stati definiti modelli di proiezione dei rischi calcolati per due scenari climatici, a basse emissioni e ad alte emissioni, e su due orizzonti temporali, di medio periodo (tra il 2046 e il 2065) e di lungo periodo (tra il 2081 e il 2100). Per valutare i possibili rischi dei cambiamenti climatici a cui vanno incontro le isole e gli arcipelaghi europei, i ricercatori hanno considerato il monitoraggio della vulnerabilità dei territori, i possibili impatti economici nei diversi campi della “blue economy”, e gli effetti socioeconomici in termini di PIL, consumi, investimenti e occupazione».

I dati racconti hanno permesso di mettere a punto strategie alternative di adattamento ai cambiamenti climatici per ognuna delle isole e per ognuno degli scenari considerati, con un processo partecipativo che ha coinvolto anche gli attori locali dei territori. E’ così che è nato il Regional Exchange Information System (REIS): una piattaforma che permette non solo l’accesso a risultati del progetto, ma che è anche un punto di riferimento per il dibattito e la proposta di nuove idee e di nuove soluzioni in relazione ai cambiamenti climatici, anche oltre i confini dei 12 territori insulari studiati dal progetto.

Da questo maxi studio viene fuori che alla Sardegna nel 2100 il riscaldamento globale potrebbe costare tra il 4% e l’8% del Pil e alla Sicilia tra il 2% e il 4%, più o meno quanto la crisi finanziaria del 2008 o quella del Covid-19 nel 2020.

Figini ha detto all’ANSA che «Nello scenario peggiore si prevede, nel 2100, una spesa turistica molto più bassa di quella che si avrebbe nello stesso anno in condizioni normali. A livello complessivo si può stimare che la spesa turistica complessiva a fine secolo sia del 59% inferiore in Sardegna, mentre in Sicilia siamo al meno 38%».

Il rischio inv cendi è ritenuto moderato ma potrebbe comunque far calare del 20% la spesa turistica in Sardegna e del 13% in Sicilia. Secondo lo scenario peggiore, la perdita della biodiversità marina potrebbe arrivare al 14% in Sardegna e al 28% in Sicilia. L’innalzamento del livello del mare e l’aumento degli eventi estremi potrebbero ridurre del 58% l’attuale superficie delle spiagge in Sardegna e del 61% in Sicilia, facendo calare del 26% la spesa turistica in Sardegna e del 17% in Sicilia, più attrezzata per il turismo culturale. Invece, l’allungamento della stagione estiva favorito dall’innalzamento delle temperature avrebbe un effetto positivo sul turismo: + 16% in Sardegna e +2% in Sicilia. Anche se diversi studi prevedono che <, su un periodo ancora più lungo, se non faremo quanto necessario per contenere gas serra e temperature, gran parte del Mediterraneo diventerà troppo caldo per i turisti.

Figini conclude: «In definitiva, però, il saldo degli effetti socioeconomici è negativo: i due modelli macroeconomici utilizzati danno per la Sardegna una perdita di Pil al 2100 che va tra il 4 e l’8%, mentre in Sicilia è tra il 2 e il 4% rispetto a una situazione “ideale”. E questo perché alberghiero, turismo e ristorazione vedrebbero un “taglio” del valore aggiunto attorno al 20% in Sardegna e al 9% in Sicilia. Insomma, l’effetto del cambiamento climatico sull’economia delle isole è simile a quello di un’importante crisi economica o di una pandemia. E’ importante considerare gli effetti dei cambiamenti climatici sui singoli territori: alcuni territori ne possono pure beneficiare, ma per quanto riguarda la nostra area, quella europea, è un rischio che produrrà dei costi economici oltre che ambientali».

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