Giovedì, 02 dicembre 2021 - ore 20.11

Il trattamento delle acque reflue migliora in Europa ma l’Italia è molto sotto la media Ue

In Italia solo il 56% delle acque reflue urbane viene trattato secondo la direttiva Ue, in Europa il 76%

| Scritto da Redazione
Il trattamento delle acque reflue migliora in Europa ma l’Italia è molto sotto la media Ue

La raccolta e il trattamento delle acque reflue sono fondamentali per ridurre le pressioni ei rischi per la salute umana e per l’ambiente, in particolare per fiumi, laghi e acque costiere. L’European Environment Agency (EEA) ha pubblicato i  country profiles on urban waste water treatment, i dati divisi per i 27 Stati membri dell’Ue, Islanda e Norvegia che dimostrano che la quota di acque reflue urbane raccolte e trattate in linea con gli standard dell’Ue è in aumento in tutta Europa dove circa il 90% delle acque reflue urbane viene raccolto e trattato in conformità con la direttiva Ue sul trattamento delle acque reflue (Urban Waste Water Treatment Directive – UWWTD).

L’EEA sottolinea che «Sulla base dei profili dei Paesi, 4 paesi – Austria, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi – trattano il 100% delle loro acque reflue urbane in conformità con i requisiti della direttiva, mentre altri 10 Paesi hanno raggiunto un tasso di conformità superiore al 90%. All’altra estremità della scala ci sono 5 Paesi – Irlanda, Bulgaria, Romania, Ungheria e Malta – che rispettano gli stessi standard in meno della metà delle loro aree urbane». Poco sopra, confermando i suoi storici problemi, c’è l’Italia con solo il 56% delle acque reflue trattate in conformità con la direttiva Ue che prevede che le acque reflue urbane devono essere trattate adeguatamente perché possono contenere batteri, virus, azoto, fosforo e altri inquinanti che possono rappresentare un rischio per l’ambiente e la salute umana e stabilisce un piano temporale per la costruzione di infrastrutture per la raccolta e il trattamento delle acque reflue nelle aree urbane. L’EEA ricorda che «In generale, le acque reflue devono essere sottoposte a trattamento biologico (“trattamento secondario”), che rimuove una percentuale molto elevata di inquinamento organico, batteri e virus. Per ridurre il rischio di fioriture algali, è necessaria un’ulteriore rimozione di azoto e/o fosforo nelle aree urbane più grandi collegate a corpi idrici sensibili».

Ma ecco cosa viene fuori dal profilo dell’Italia:

Nel nostro Paese, le famiglie e alcune industrie in 3.034 aree urbane generano ogni giorno acque reflue per 78,0 milioni di abitanti equivalenti (ae), il che equivale a circa 15,6 milioni di m3 o a 156 milioni di vasche da bagno, Ma, per evitare l’inquinamento dell’ambiente,  queste acque reflue urbane devono essere trattate prima di essere scaricate e in Italia , le acque reflue urbane vengono trattate in 3.691 impianti sparsi su tutto il territorio nazionale: 1.762 sono di trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo; 1.757 sono trattamento biologico: 172 trattamento primario.

Secondo l’UWWTD, nelle aree urbane l’Italia è tenuta a fornire: la raccolta di 78,2 milioni di ae di acque reflue: il trattamento biologico per 74,8 milioni di ae di acque reflue; il trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo a 35,3 milioni di ae di acque reflue. Il rapportyo EEA evidenzia che «L’Italia deve applicare un trattamento biologico per rimuovere almeno il 75% di azoto e fosforo dalle acque reflue generate in alcune parti del suo territorio. Per 3,0 milioni di ae di acque reflue urbane, l’ Italia applica sistemi individuali (come depuratori domestici e fosse settiche), anziché sistemi di raccolta e depurazione centralizzati. Queste alternative sono consentite dalla normativa, purché l’ambiente sia adeguatamente protetto. Inoltre, per 0,29 milioni di ae di acque reflue urbane l’ Italia non ha bisogno di applicare il trattamento biologico, perché si tratta di acque reflue scaricate in zone costiere da aree urbane più piccole (inferiori a 10 000 ae). Queste alternative sono consentite dalla normativa, purché l’ambiente sia adeguatamente protetto». Dal rapporto EEA emerge anche che «La quantità di acque reflue urbane che necessitano di trattamento biologico con abbattimento di azoto e/o fosforo ( 35,3 milioni di ae) è inferiore alle acque reflue urbane raccolte (78,2 milioni di ae), perché questo tipo di trattamento è necessario solo per aree urbane più grandi (oltre 10.000 ae), scaricando in aree sensibili».

Va anche detto che diversi Comuni costieri e insulari usano il “trucco” di spalmare gli abitanti equivalenti su tutto l’anno, mentre il periodo di picco estivo supererebbe di gran lunga i 10.000 abitanti equivalenti.

Comunque, l’ Italia non ha raggiunto gli obiettivi per la raccolta e il trattamento delle acque reflue urbane e sono necessari ulteriori sforzi per fornire: Raccolta di ulteriori 0,57 milioni di ae di acque reflue urbane (0,7%); Trattamento biologico per ulteriori 9,15 milioni di ae di acque reflue urbane (12,2%); Trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo per ulteriori 2,24 milioni di ae di acque reflue urbane (6,3%). Il risultato è che «Complessivamente, il 56 % delle acque reflue urbane in Italia viene trattata secondo i requisiti della UWWTD. Questo è al di sotto della media UE del 76%.

Anche grazie ai continui richiami e alle procedure di infrazione dell’Ue e alla campagne ambientaliste come Goletta Verde l’ Italia ha compiuto alcuni progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di raccolta e trattamento delle acque reflue urbane. Tra il 2014 e il 2018, l’Italia ha: «Mantenuto l’obiettivo richiesto per la raccolta delle acque reflue urbane: ha aumentato l’obiettivo richiesto per il trattamento biologico delle acque reflue urbane; ha diminuito la sua distanza dall’obiettivo richiesto per il trattamento biologico delle acque reflue urbane con rimozione di azoto e/o fosforo»

Un altro problema è quello dello smaltimento dei fanghi di depurazione delle acque reflue e l’Italia nel 2018 ne ha prodotto oltre 387.289 tonnellate. Il rapporto sottolinea che Il 23,9 % è stato riutilizzato in agricoltura; il 31,5 % è stato riutilizzato per altri usi; l’’11,4 % è stato messo in discarica; il 12,7 % è stato incenerito; il 20,5 % è stato smaltito in altro modo.

La cosa sconfortante è che per l’Italia, il Paese che si vanta di essere all’avangiuardia per l’economia cricolare in Europa, «Non sono disponibili informazioni sul riutilizzo delle acque reflue urbane trattate».

Per quanto riguarda l’impatto delle acque reflue sul cambiamento climatico, in Italia, tra il 2010 e il 2019, le emissioni di gas serra del settore del trattamento delle acque reflue urbane sono diminuite del 6,8%.

Troppo azoto o fosforo nell’acqua possono causare fioriture algali che possono influire negativamente sui pesci, sui bagnanti e sull’ambiente in generale. L’Italia ha designato parte del suo territorio come aree sensibili e ha deciso che per alcuni territori gli agglomerati con più di 10 000 ae che scaricano in aree sensibili devono applicare un trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo e per alcuni territori almeno il 75% dell’azoto totale e almeno Il 75% del fosforo totale viene rimosso dal totale delle acque reflue urbane generate e scaricate in aree sensibili.

Questa situazione si riflette  in una significativa pressione sulla qualità delle acque in Italia. Secondo gli ultimi piani di gestione dei bacini idrografici, in Italia, «Gli scarichi di acque reflue urbane contribuiscono in modo significativo a una qualità dell’acqua inferiore alla buona nel: 13,1% dei corpi idrici fluviali; 7,8% dei corpi idrici lacustri; 12,2% dei corpi idrici di transizione; 12,7% dei corpi idrici costieri; 1,7% della superficie dei corpi idrici sotterranei- Gli scarichi di acque reflue da abitazioni non collegate contribuiscono in modo significativo a una qualità dell’acqua inferiore a una buona nel: 2,3% dei corpi idrici fluviali; 2,3% dei corpi idrici lacustri; 1,7% dei corpi idrici di transizione; 1,8% dei corpi idrici costieri; 1,1% della superficie dei corpi idrici sotterranei. Gli scarichi delle acque piovane in eccesso contribuiscono in modo significativo a una qualità dell’acqua inferiore alla buona nel: 2,2% dei corpi idrici fluviali; 4,9% dei corpi idrici lacustri; 1,2 % dei corpi idrici di transizione; 4,8% dei corpi idrici costieri: 0,4% della superficie dei corpi idrici sotterranei»

I siti monitorati di acque di balneazione con eccellente qualità delle acque in Italia sono aumentati tra il 2010 ( 4036 siti) e il 2020 ( 4891 siti), ma il rapporto EEA segnala che «I siti di balneazione non sono necessariamente interessati da scarichi diretti di acque reflue urbane. Pertanto, i problemi di qualità dell’acqua osservati possono essere correlati anche ad altre attività».

Questi evidenti problemi derivano da un basso investimento pubblico: «L’Italia investe attualmente 16 euro per cittadino all’anno per nuove infrastrutture di raccolta e trattamento, nonché per il rinnovo di infrastrutture obsolete. Questo è al di sotto della media Ue di 41 euro per cittadino ogni anno».

Per quanto riguarda il rispetto della Direttiva Ue, l’EEA ricorda che «Poiché l’Italia applica l’articolo 5, paragrafo 4, ad una parte del suo territorio e l’articolo 5, paragrafi 2 e 3, alla parte restante, le statistiche di cui sopra sul trattamento biologico con rimozione dell’azoto e del fosforo sono un riflesso generale del tasso di conformità. I dati di conformità generalizzati per l’articolo 5 sono indicati per rendere possibile un confronto con i dati basati sugli agglomerati per gli articoli 3 e 4. Il metodo per il calcolo della distanza dall’obiettivo è lo stesso per tutti gli Stati membri, indipendentemente dal fatto che applichino o meno l’articolo 5, paragrafo 1. 4). L’Italia applica l’articolo 5, paragrafi 2-3, della direttiva ad una parte del proprio territorio (90 aree sensibili e relativi bacini idrografici). Di conseguenza, tutti gli agglomerati >10.000 ae in quest’area e che scaricano in un’area o bacino idrografico sensibili devono essere conformi all’articolo 5 (applicare un trattamento più rigoroso di quello secondario, ovvero rimozione dell’azoto e/o del fosforo)».

Le aree sensibili e i relativi bacini di utenza sono: 77 aree in cui è necessaria la rimozione di azoto e fosforo per evitare l’eutrofizzazione; 4 aree in cui è necessaria la rimozione del fosforo per evitare l’eutrofizzazione; 2 aree in cui sono necessarie la rimozione dell’azoto e la disinfezione; 3 aree in cui sono necessarie la rimozione e la disinfezione di azoto e fosforo; 4 aree in cui è necessaria la disinfezione

L’Italia applica l’articolo 5, paragrafo 4, della direttiva alla restante parte del suo territorio. Sono 5 le aree sensibili in cui l’Italia applica l’articolo 5, paragrafo 4, della direttiva. Di conseguenza, il rispetto di un trattamento più rigoroso è calcolato principalmente a livello di “area sensibile” e non solo a livello di agglomerato».

Il rappoto EEA conclude: «Lo Stato membro deve applicare un trattamento più rigoroso in modo da eliminare almeno il 75% dell’azoto totale e il 75% minimo del fosforo totale. Il rispetto dell’articolo 5 non può essere sostenuto fino a quando tutti gli agglomerati >10.000 ae nelle aree in cui si applica l’articolo 5, paragrafo 4, non rispettano anche gli articoli 3 e 4. Nel 2018, oltre il 75% dell’azoto totale e del fosforo totale è stato rimosso dalla raccolta del carico di acque reflue in 4 aree sensibili e quindi conformi. L’area sensibile denominata “bacino Distretto Padano” (che comprende 7.265 impianti di trattamento con una capacità progettuale di circa 29.896.000 ae) non ha raggiunto le prestazioni minime e la riduzione è stata del 68% per l’azoto e del 75% per il fosforo. Questa area sensibile non è pertanto conforme all’articolo 5, paragrafo 4».

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