Venerdì, 17 settembre 2021 - ore 19.23

In Italia gli eventi estremi costano 3 mld di euro l’anno (e la prevenzione un decimo)

Greenpeace: ''La crisi climatica in corso rende più intensi e frequenti fenomeni come alluvioni, frane, incendi o siccità''

| Scritto da Redazione
In Italia gli eventi estremi costano 3 mld di euro l’anno (e la prevenzione un decimo)

Gli eventi meteo estremi stanno ferendo sempre più frequentemente il nostro Paese, dove il surriscaldamento del clima corre a velocità più che doppia rispetto alla media globale, e la cronaca di questi giorni – dagli incendi alle maxi grandinate – è solo l’ultima dimostrazione, come mostra lo studio appena pubblicato da Greenpeace sul tema.

L’analisi si concentra in particolare sul rischio frane ed alluvioni, con la maggior pericolosità che riguarda ben il 12% della popolazione italiana: 1,3 milioni di cittadini esposti a rischio frane e 6,2 a rischio alluvioni. Se allargassimo il quadro d’osservazione, troveremmo dati ancora più allarmanti: nel 2020 lo European severe weather database ha censito per l’Italia quasi 1.300 tra i principali eventi meteorologici estremi connessi al cambiamento climatico, il valore più alto mai registrato dopo l’anno record 2019, e dal 2008 si sono moltiplicati otto volte.

I numeri raccolti da Greenpeace parlano chiaro: a fronte di una stima del danno per alluvioni e frane di circa 20,3 miliardi di euro nell’arco di tempo 2013-2019, l’Italia ha investito solo 2,4 miliardi di euro per il risarcimento delle regioni colpite da questi eventi estremi, e 2,1 sono stati stanziati per la prevenzione. Un decimo dei danni fatti dagli stessi fenomeni estremi in Italia nello stesso arco di tempo.

«Come abbiamo modo di verificare ormai sempre più spesso anche nel nostro Paese, la crisi climatica in corso rende più intensi e frequenti fenomeni come alluvioni, frane, incendi o siccità – spiega Federico Spadini, della campagna Clima di Greenpeace Italia – Eventi estremi che, oltre a causare decine di vittime e a portare con sé pesanti ripercussioni sulla quotidianità delle comunità coinvolte, hanno cospicui impatti anche a livello economico. In questo ambito, tra l’altro, riusciamo a quantificare solo una parte dei costi, dato che abbiamo dati disponibili solamente per alcuni di questi eventi estremi».

Fenomeni come alluvioni e frane sono strettamente collegati alla crisi climatica, causata dall’azione del genere umano. Il surriscaldamento terrestre ha modificato infatti il regime delle precipitazioni, facendo concentrare grandi quantità di pioggia in un lasso di tempo sempre minore, con effetti devastanti in un Paese con una media di consumo di suolo ben al di sopra di quella europea.

Consumo di suolo che non si è arrestato neanche nell’anno della pandemia: continuando così, solo per questo fattore si stimano costi per l’Italia pari a 99 miliardi di euro già nel 2030, quanto metà Pnrr.

«La messa in sicurezza del territorio attraverso efficaci opere di mitigazione garantirebbe una riduzione dell’intensità dei processi, e quindi la loro distruttività: non azzererebbe i costi, ma salverebbe vite umane», commenta Paola Salvati del Cnr. Infatti, prima dei costi economici non si deve dimenticare il costo umano degli eventi estremi: «La buona notizia è che si salvano sempre più vite, ma la cattiva è che l’emergenza climatica in espansione colpisce sempre più persone», aggiunge Mami Mizutori, rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri. Anche in Italia, dal 2015 al 2019, più di 28 mila persone sono state evacuate a seguito di frane e inondazioni; in molte hanno visto distrutte le loro abitazioni, 89 hanno perso la vita. Se si allarga l’analisi agli ultimi cinquant’anni, dal 1970 al 2019, i morti per frana e inondazione sono stati 1.670, più di 320 mila gli evacuati.

«Oltre ad aumentare gli investimenti per la prevenzione e l’adattamento nei confronti degli eventi climatici estremi, l’Italia dovrebbe agire alla radice del problema, riducendo rapidamente fino ad azzerare le emissioni di gas serra, per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi – conclude Spadini – Una strada che questo governo, nonostante gli annunci, non sembra aver intrapreso. Chiediamo perciò al governo italiano di promuovere una svolta decisiva nei settori più inquinanti, abbandonando l’uso di gas fossile, petrolio e carbone e dando vita a una reale e solida transizione ecologica».

Transizione che non potrà fare a meno di investire non solo nella lotta contro la crisi climatica in corso, ma anche sull’adattamento dei rischi climatici ormai inevitabili a causa dell’aumento di temperatura già acquisito. E anche su questo fronte resta molto da lavorare: l’Italia è uno dei pochi Paesi europei ancora sprovvisto di un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, un documento che è rimasto chiuso dal 2017 nei cassetti governativi sotto forma di bozza, e che ha ripreso il suo iter nel marzo 2021. Da allora però, nessuna novità.

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