Nella Relazione sui materiali d’armamento che il governo D’Alema trasmise al Parlamento il 31 marzo 1999, si legge: “nel 1998 la quota rilevante delle esportazioni si è concentrata su un solo paese di destinazione e, in pratica, per una sola commessa: la Siria”. Di fatto, dagli anni 90, per circa un decennio, la Siria è stata per l’Italia la maggior commessa di sistemi militari, per un valore di 206 milioni di euro.
Secondo Control Arms, in questo arco di tempo, la nostra industria militare ha fornito 500 sistemi di puntamento per modernizzare i carri armati che poi Bashar al-Assad ha usato per sparare sulla popolazione. L’ultima fornitura risale all’agosto di due anni fa quando i carri armati siriani hanno cominciato a bombardare la popolazione in rivolta. Da allora, secondo le cifre Onu ci sono stati 100 mila morti e due milioni di profughi.
Che cosa in concreto abbia significato quella commessa, lo si capì negli anni seguenti: si trattava di visori diurni e notturni, con capacità termica e laser per il puntamento dei carri armati. Un sistema d’eccellenza chiamato “Turms” prodotto da Finmeccanica per ammodernare i vecchi tank T-72 di produzione sovietica che erano assai rudimentali quanto a sistemi di puntamento. Montando il “Turms”, anche il vecchio T-72 può sparare in movimento e per di più può sparare di notte.
Certamente le forniture d’armi italiane alla Siria sono poca cosa se confrontate con quelle della Russia, Iran, Corea del Nord, tuttavia, sono di gran lunga superiori a tutte quelle degli altri paesi europei negli ultimi 10 anni (Sipri, Yearbook 2013).
L’Osservatorio Permanente sulle armi leggere di Brescia (OPAL) segnala che a partire dal 2011 sono aumentate tantissimo anche le spedizioni di armi bresciane verso tutti i paesi confinanti con la Siria. Si passa da un export di 1,7 milioni di euro del 2001 a oltre 36, 5 miliardi di euro nel 2012.
Tra la tipologia d’arma esportata, i dati Istat segnalano oltre le armi per la difesa personale anche una gamma di pistole semiautomatiche, fucili per corpi speciali, per contractors e forze di polizia. Queste esportazioni sono passate indisturbate perché trattandosi di armi comuni non sono riportate nè nella Relazione del Parlamento italiano né in quella dell’Unione Europea. La cosa strana è che, secondo i Rapporti ufficiali dell’Unione Europea, non c’è stata alcuna autorizzazione all’esportazione di armi leggere verso questi paesi nel biennio 2010-2011, mentre, un attento esame dei dati resi disponibili dall’ISTAT sull’export di “armi e munizioni” (categoria CH 254) evidenzia le crescenti esportazioni di queste armi dalla provincia di Brescia proprio verso i paesi confinanti con la Siria.
A questo punto, l’osservatorio OPAL chiede come mai i dati di questo rilevante export di armi leggere non sia alla luce del sole secondo la normativa in vigore, ma si cerchi di aggirarne la trasparenza. Se, come dice Kofi Annan, “le armi leggere sono le vere armi di distruzione di massa che alimentano i conflitti” allora -denuncia OPAL- bisognava fermarne per tempo le esportazioni di che dall’Italia in particolar modo dalla provincia di Brescia vanno in Medio Oriente.
Così non è stato. L’Italia prima ha venduto alla Siria sistemi per ammodernare i suoi carri armati, poi ha fornito dosi massicce di armi leggere ai paesi vicini. Dopo due anni di stragi terribili insieme ai suoi partner internazionali l’Italia si dichiara per una soluzione politica che deve ancora arrivare e che, in pratica, ha lasciato la parola alle armi che ha venduto ai padroni della guerra o ai capibanda settari. E… grazie all’indifferenza generale verso le 100 mila vittime e i milioni di profughi, i mercanti di armi hanno continuato e continuano indisturbati i loro affari d’oro.
Ha ragione papa Francesco nel denunciare che si fanno le guerre per vendere le armi!
Pax Christi Cremon
2013-09-10



