Lunedì, 27 gennaio 2020 - ore 14.18

L'ECO - LINGUA DEL TERRITORIO E CULTURA POPOLARE

Poesie di Giàcinto Zanetti (traduzioni di Clara Rossini)

| Scritto da Redazione
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Gentile Direttore, da tempo ammiro foto scattate da nostri concittadini e non che fissano alcuni gradevoli e pittoreschi aspetti della natura che ci circonda. Questa volta mi permetto inoltrarle una “pennellata” in vernacolo che, scritta dal poeta dialettale Giàcinto Zanetti, vorrebbe fissare negli occhi e nel cuore le immagini dei bei tempi trascorsi sulle rive del nostro grande fiume , il Po. Con rammarico e nostalgia si deve prendere atto che le sue acque offese dall’incuria e dall’incoscienza di tanti , non sono più in grado di accogliere gli sfortunati bagnanti . C’è una speranza però che, come dice il poeta, si possano potenziare accorgimenti e depuratori dalla sorgente alla foce, per non dover ancora coinvolgere altri specialisti e dottori .

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Così ci segnalava, ormai qualche settimana fa (circostanza che ci duole molto, almeno sul piano della consapevolezza dell’incapacità della nostra testata a far fronte agli inputs) una nostra affezionata collaboratrice. La segnalazione integra un combinato di spunti, che meriterebbero, anche singolarmente, spazio ed approfondimento.

Preferiamo, sia pur consapevoli dell’intempestività, affrontare lo spunto in una visione correlata, multidisciplinare, oseremmo dire.

Vale a dire, alla luce del suggerimento tematico e, contemporaneamente, alla modalità con cui viene espresso.

Annotiamo che, già a partire al test di sostenibilità della nostra testata, avevamo inteso fare della rubrica “lingua del territorio e cultura popolare” uno dei segmenti portanti de L’Eco.

Il suggerimento ci venne come portato sinergico dell’iniziativa editoriale, del cui successo siamo grati ad Agostino Melega e a tutti i collaboratori degli eventi correlati, imperniata sulla riscoperta di un profilo inedito e quasi sconosciuto (ma non agli intimi) della cospicua produzione del nostro storico direttore, Emilio Zanoni. Che fu giornalista, ma anche scrittore a tutto campo e che praticò in solitudine (salvo i pizzini vergati durante noiose sedute del Consiglio Comunale e del Direttivo Socialista) anche la vena poetica in lingua locale.

Un filone che, in generale ed erroneamente, è stato a lungo considerato un dio minore dell’arte dello scrivere.

Paradossalmente, come osserva Roberta Scorannese in un recente “il bello dell’Italia”, in piena civiltà digitale, che ha profondamente modificato l’espressione verbale e scritta, “i dialetti (non solo in Italia) ravvivano le conversazioni sui social”. Obiettiva presa d’atto, questa, che, considerati gli incombenti pericoli di deriva, non costituirebbe esimente dagli obblighi di correttezza e di fecondità della relazionalità, anche per i nuovi format.

Perché se l’interlocuzione a mezzo social (che di per sé costituirebbe un’opportunità, almeno dal punto di vista dell’immediatezza del messaggio e dell’estensione del campo) seguisse le orme del generalizzato imbarbarimento comportamentale, allora la scoperta del digitale come veicolo anche della cultura e delle lingue popolari (catalogate, in omaggio alla permanenza di un pregiudizio duro a morire, come dialettali) non sarebbe una buona notizia.

Meglio, in clima natalizio, vedere il bicchiere mezzo pieno! E, con compiacimento, prendere atto di un tendenziale sdoganamento degli idiomi locali. Su cui, rivela Scorranese, si è in presenza di qualcosa di più di una generica riscoperta. Bensì, di quello che sembra delinearsi come un generalizzato progetto, impostato sui perni interdisciplinari della lingua locale e del “bello” delle mille località; spesso negletti nelle consapevolezze e nell’immaginario.Si parla di progetti scientifici e di app ideate (ciò è di particolare conforto) da giovani e già si è in presenza “di una florida letteratura” dialettale. Per la “seconda” lingua, stigmatizzata dall’italianizzazione forzata operata dal fascismo, ghettizzata ad opera dell’invadenza radiotelevisiva di stampo nazionalpopolare, resa tendenzialmente obsoleta (quanto meno nel rating sociale) dallo speech della lingua mondializzata e confinata nelle comunità periferiche e nelle residuali fasce d’età, non è un segnale di poco conto.

Chi scrive (di provenienza periferica, ma di cultura urbana) non è catalogabile nella fattispecie dei portatori del nostalgismo rurale. Tratto, invece, divenuto diffusamente sincretico nel combinato provenienza-lingua-cultura.

Insomma, si profila all’orizzonte, una new wave; quella di non vergognarsi più di disporre di una lingua materna e di usarla all’onor del mondo. Talvolta, come nel nostro caso, di impiegarla nel pensare (fatto questo che rinsalda il rapporto con le radici).

Pare (se lo dice Corsera!) faccia bene a chi la pratica ed arricchisca il patrimonio culturale.

Buon per noi; che per approdare a questi convincimenti non abbiamo dovuto attendere l’imbeccata del ceto colto.

Se è vero che nelle edizioni del Festival dell’Avanti!, a partire da mezzo secolo fa e per molti anni, non abbiamo mai fatto mancare il Festival della poesia della lingua cremonese. E, se è vero che nel dare nuova vita alla testata diretta da uno dei massimi cantori (in versi ed in prosa giornalistica) dell’idioma dialettale, l’abbiamo collocato tra i segmenti costanti di questa testimonianza comunicativa.

Con ottimi riscontri di gradimento. Del che, ripetiamo, siamo grati a Melega ed ai numerosi e valenti collaboratori. La cui cerchia speriamo di estendere. Nell’ultimo anno, è stato tra noi come (tanto per gli snob anglofili) permanent guest, Giacinto Zanetti. Che, con la sua costanza e la sua indubbia perizia, ci ha mantenuto (come si direbbe in cremonese). Proprio, per evitare di cadere nell’opposto snobismo rivelatore di un impulso di alterigia nei confronti delle lingue “superiori”, affianchiamo alla versione vernacolare la traduzione italiana e, poiché pur non essendo vanagloriosi siamo impegnati ad estendere il raggio d’azione dell’audience, talvolta anche la traduzione in lingue europee. Al successo di tale episodica impresa concorre la benevolenza di persone di buon cuore e, soprattutto, di buona cultura. Perché un conto è la traduzione di una lettera commerciale; altro conto è la traduzione di una composizione in versi.

Insomma, non proprio col piattino in bocca ed il cappello in mano, chiediamo collaborazione!

Proprio nel momento in cui ci apprestiamo, tra qualche giorno, ad inaugurare in autonomia il network ecodelpopolo, facciamo voti perché questo rapporto collaborativo si rinsaldi e si estenda.

Nella presente edizione diamo spazio a due composizioni di ispirazione tematica apparentemente discontinua: il Po e l’incipiente ricorrenza natalizia.

Non proprio ossimoriche, ma poco azzeccanti, sì.

In realtà, non sarà difficile rinvenire in esse il file rouge che accompagna e lega le radici (di cui il Grande Fiume è dorsale identificativa) al mantenimento delle tradizioni.

Di cui il Natale (se è permesso ad un ateo, che pur volendosi mantenere coerente al secolarismo, non disdegna la ricorrenza, purché rigorosamente avulsa dagli impulsi consumistici, come manifestazione di consapevolezza del rinnovo della vita) costituisce uno degli ingredienti centrali.

In tale presentazione appare evidente il richiamo del poeta sia all’amore ed al rispetto dell’ambiente fluviale, come opportunità di serena fruizione ma anche come valore etico, sia alla consapevolezza derivante dalla constatazione che diversamente il simbolo implicito nel Natale del rinnovo della vita avrebbe, per credenti e non, poco senso e, quel che più desolante, poco futuro.

 

L’autore

Giàcinto Zanetti, dopo aver prestato servizio per trentanove anni come maestro elementare, di cui gli ultimi ventidue presso la scuola di Bonemerse, ha prolungato la sua attività insegnando il dialetto, come opzionale, presso le classi quarte della Scuola Sacra Famiglia di Cremona . Ama comporre poesie in vernacolo e da fine dicitore le propone negli incontri richiesti da varie Associazioni, organizzati dal gruppo, a cui da tempo ormai appartiene, El Zách

 

EL NÒOSTER PÒO 

Se ‘l nùm “Padus” el rìiva da ‘l véc latìin

vóol dìi che ‘l Pòo ‘l éera ‘n bèl angulìin:

difàti in sö la so rìiva,

alméeno dùua se pudìiva,

d’estàat se piasàava sdràio e umbrelòon

per cumbàter, cu’l bàgn, àanca ‘l caldòon.

‘L éera, alùura, en fiöm pulìit e nèt

ciamàat urmàai “el màar d’i puarèt”.

E àan se lüü, el Pòo, töti j’àn el na vurìiva sèt*,

te vedìivet sèen en möc de gèent

fóorse perchè el custàava pòoch o nièent.

Ma adès, cun plàastica e àqua inquinàada

l’è töta n’àaltra sunàada:

se ghe véen in mèent de fàa na pièena

o apèena de “metìise in schèena”

te tucarà vardàa l’àqua spùurca e scüüra

che la te farà amò paüüra,

ma la te lasarà fóora de ‘l rüüt gràm

e n möc de plàastica tacàada a i ràm…

Magàari te gudarèet amò en bèl tramùunt

e, da la bàarca, te vedarèet li rìivi fìna in fùunt.

Sarà difìcil truàa àanca en piàt d’ambulìna

che la finìiva in padéla da la séera a la matìna..

Però… spérum che fàasa vergutìna i depüradùur

per mìia pasàa a laüreàat e dutùur.

*Sèt: di morti annegati

 

Il nostro Po

Se il nome “Padus” deriva dall’antico latino

vuol dire che il Po era un bell’angolino:

infatti, sulla sua riva,

almeno dove si poteva,

d’estate si piazzavano sdraio e ombrelloni

per combattere, col bagno, anche il gran caldo.

Era, allora,

un fiume pulito e lindo

chiamato ormai “il mare dei poveri”.

E anche se lui, tutti gli anni ne voleva sette*,

vedevi sempre tanta gente

forse perché costava poco o niente.

 

Ma, adesso, con plastica e acqua inquinata

è tutta un’altra storia:

se gli viene in mente di fare una piena

o appena di “alzare la schiena”

si dovrà guardare l’acqua sporca e scura

che ti farà ancora paura

e che lascerà sulle rive dello sporco gramo

e una gran quantità di plastica avviluppata ai rami…

Magari potrai godere ancora di un bel tramonto

e, dalla barca, vedrai le rive bene fino in fondo…

Sarà difficile trovare anche un piatto di pesciolino dolce

che finiva in padella dalla sera alla mattina

Però… speriamo che facciano qualcosina i depuratori

per non doversi rivolgere a laureati e dottori

*sette morti annegati

 

(cliccare sul titolo) -->   NADÀAL   <-- (cliccare sul titolo)

NATALE

Quando guardi le cose con gli occhi di un bambini

che vede il mondo più bello ;

quando “ fai pulizia “ di fuori e di dentro

e stacchi le ragnatele del tempo;



Quando le luci che si accendono e si spengono

tolgono quella corteccia

di brutte cose e di male ...

allora, finalmente, è arrivato il Natale.

 

Così il mondo diventerà più buono

e nel cuore suoneranno mille canzoni ...

brilleranno d’oro le stelle del cielo

intanto che, intorno, si scioglie anche il gelo.

 

E alla fine sentimenti, pensieri, calde emozioni

Non saran più relegati nel solito angolino

Ma, davanti a un piccolo presepe sul camino

Sentirai, davvero, che è nato Gesù Bambino.

 

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