Lunedì, 20 maggio 2019 - ore 22.54

L’ECOEVENTI Alla Libreria del Convegno Pautasso ed il Futurismo

L’incipit della breve cronaca dell’evento svoltosi, ieri pomeriggio, presso la saletta della mai sufficientemente (per questo) elogiata (al pari delle altre, a partire da Feltrinelli di Corso Mazzini) Libreria del Convegno, non può che partire dal compiacimento derivante dall’avervi partecipato.

| Scritto da Redazione
L’ECOEVENTI Alla Libreria del Convegno Pautasso ed il Futurismo L’ECOEVENTI Alla Libreria del Convegno Pautasso ed il Futurismo L’ECOEVENTI Alla Libreria del Convegno Pautasso ed il Futurismo L’ECOEVENTI Alla Libreria del Convegno Pautasso ed il Futurismo

L’ECOEVENTI Alla Libreria del Convegno Pautasso ed il Futurismo

L’incipit della breve cronaca dell’evento svoltosi, ieri pomeriggio, presso la saletta della mai sufficientemente (per questo) elogiata (al pari delle altre, a partire da Feltrinelli di Corso Mazzini) Libreria del Convegno, non può che partire dal compiacimento derivante dall’avervi partecipato.

L’avevamo scritto quindici giorni fa in relazione ad una precedente conviviale e (ovviamente manifestando un gusto personalissimo) lo ribadiamo anche qui: che c’è di meglio del dedicare una parte del pomeriggio domenicale alla conoscenza libraria ed all’approfondimento di un segmento importante della cultura e dell’arte?

Che, nella fattispecie, trattandosi di Futurismo, riguardava un aggregato molto più vasto e complesso, fino a costituire un combinato suscettibile di coinvolgere le più elevate espressioni del genio umano. Dalla pittura alla letteratura, alla poesia e, come ha disvelato il protagonista dell’evento, dal giornalismo all’arte recitativa. Fino a pervadere la politica, in contesti in cui testimonianza Futurista ed evoluzione del quadro politico hanno, non sempre e non totalmente integrate e sovrapposte, interagito.

Ma di questo aspetto nodale, anche se non esattamente inedito ma meritevole di sottolineatura, dei percorsi futuristici, diremo più avanti.

Nelle premesse ci pare doveroso far menzione di un profilo, apparentemente marginale ancorché degno di sottolineatura, relativo alla paternità dell’evento.

Che ha potuto svolgersi, con palpabile gradimento dei partecipanti che hanno stipato la location, per iniziativa praticamente privata (Silvia Locatelli ed Alessandro Zontini, che nella vita svolgono attività professionali non correlate e che non si sono avvalsi di particolari patrocini nell’organizzazione della conferenza) e per non meno encomiabile disponibilità di Guido Andrea Pautasso. Il quale, nella vita, per dirla in modo succinto, scrive. E, come ha dimostrato venendo a Cremona ieri, non solo (com’è legittimo ed auspicabile) promuove nel contatto con il pubblico i libri che scrive, ma anche svolge un’apprezzabile attività di divulgazione del sapere. Fatto che, di questi tempi, nei quali la cultura è percepita da non pochi come un’arte del nemico del popolo, non è decisamente trascurabile. Specialmente quando, come nella fattispecie, con un eloquio alla portata di tutti riesce a trascinare un interesse eccedente l’argomento in trattazione.

Dicendo su di lui qualcosa di meno stringato, che tra l’altro agevolmente si ricava da fonti universalmente accessibile, ci si rende conto che questa sua propensione ad essere operatore di cultura a vasto raggio discende da un profilo interdisciplinare e da una vocazione ad orizzonti vasti. E’ venuto, come abbiamo anticipato, al Convegno di Corso Campi, a dar conto delle sue più significative e recenti opere (Cucina futurista, Moda futurista,  Erotismo futurista); ma ne aveva già edite altre. E decisamente   (Mangiare con arte per agire con arte: epopea della cucina futurista (Cremona, Edizioni Galleria) il suo campo d’azione è ben più vasto. Studioso delle avanguardie artistiche del Novecento, della controcultura underground e del vampirismo nella letteratura italiana Artista e saggista, ha pubblicato articoli in riviste accademiche e periodici nazionali, curato mostre di carattere storico e collaborato come consulente letterario con diverse case editrici italiane e con la Rai. Dal 2017 cura la rubrica “Divorare l’arte/Devouring Art” per la rivista ArteIn World e fa parte del comitato scientifico dell’Archivio THAYAHT & RAM e della Fondazione Julius Evola. Tra i libri si ricordano: Vampiro Futurista (Vanilla Edizioni, Albissola 2018); Marco Nereo Rotelli-Capanno al mare in blu verbale (Franche Tirature, Pietrasanta 2017); Moda futurista. Eleganza e seduzione (Abscondita, Milano 2016); Versilia futurista. Dalla Repubblica di Apua alle scorribande di Marinetti e dei futuristi in Versilia (Franche Tirature, Pietrasanta 2015); Majakovskij. Il proletariato volante (Abscondita, Milano 2015); Piero Manzoni. Divorare l’arte (Electa, Milano 2015).

Ripercorrendo la storia, gli stili e l’evoluzione del movimento fondato da Marinetti 110 anni fa, riverberati nei tre lavori editi da Abscondita, l’autore, che ha, anche stimolato da un pubblico attento ed informato, arricchito l’esposizione con stralci dedotti dai testi, ha lanciato un’abile offa affinché lo stimolante approfondimento non venisse lasciato cadere da astanti attivi che erano venuti appositamente.

L’argomento, tra l’altro, si prestava e si presterà sempre. Anche perché andrebbe precisato che la Tendenza fondata nel 1909 da F.T. Marinetti che, per dirla all’ingrosso, basava la propria concezione estetica sul dinamismo, sul culto della modernità e della tecnica, in contrasto polemico con il tradizionalismo nelle arti e nei costumi, si presenta come un inesauribile pozzo di San Patrizio. Da cui, in aggiunta a quanto già abbondantemente prelevato in più di un secolo, si potrà attingere molto altro. In sfaccettature ritenute laterali, ma, come ha dimostrato il confronto di ieri, alimentato da sensibilità culturali in partenza distanti, ma suscettibili di intrigare e di fornire spunti praticamente all’infinito.

Diciamolo francamente, la Tendenza, ex post rivalutata forse al di sopra degli effettivi meriti (obiettivamente riconosciuti quanto meno tracciati sul terreno della modernizzazione e della discontinuità), intriga sempre, anche per i suoi innumerevoli profili rivelatori, in aggiunta a incontrovertibile genialità ed appeal fantasmagorico, della latente inclinazione ad una accattivante scapigliatura ai limiti dell’equilibrio psicologico.

Ma è proprio questo che i Futuristi volevano testimoniare (o provocare). Però, va dato atto a Pautasso, che, pure ha attinto a piene mani dai depositi delle stravaganze e delle apparenti insensatezze, di aver tenuto ben saldi, in voce ed in scritti, gli ormeggi con l’intera realtà fattuale (e quindi dei limiti) del Movimento.

Tra questi vanno sicuramente citati (anche perché hanno visibilmente incuriosito il pubblico) gli incroci con i contesti generali dei suoi primi due, tre decenni, con le altre tendenze della prima metà del Novecento e, ultimo ma non ultimo, con la politica. Di particolare interesse si è rivelato il rapporto con l’altro gigante (anche se meno generalista) artistico e culturale del periodo, il dannunzianesimo. Con la politica il rapporto, ovviamente a parere di chi scrive, dovrebbe essere depurato dalle tossine delle letture faciliores e degli stereotipi che hanno definito un tanto al chilo la perfetta sovrapponibilità tra il percorso della Tendenza ed il ciclo di potere con cui venne a contatto (rispetto al quale, insiste in sede privata uno dei due organizzatori dell’evento, marcherà il proprio territorio di autonomia. In una certa misura, forse anche se non in perfetta consapevolezza, lo anticipò tentando di cavalcarlo (non si sa se più per essere coerente con il proprio dna di discontinuità ovvero se per aumentare il proprio potere contrattuale, tentò di condizionarlo). Molto più semplicemente, per le riflessioni dell’autore, il movimento che aveva fornito carburante al Sansepolcrismo, come peraltro al fiumanesimo, da cui si sarebbe distaccato o da cui sarebbe stato emarginato, sarebbe approdato ad un rapporto, mai uscito dagli ambiti di una sussidiarietà pilotata, tenuta a guinzaglio ed, all’occorrenza, messa in riga. D’altro lato, andrebbe obiettivamente considerato che “le tendenze” (come la scomposizione e la ricomposizione delle teorie politiche e degli equilibri di potere, affidate a processi non esattamente scontati negli approdi) avrebbero potuto interagire con collateralismi anche di segno opposto a quello su cui confluirono. La sommatoria di impulsi miranti a protestare un assetto culturale e politico impermeabile ad una modernizzazione che stentava ad enuclearsi era, in quel tempo, simile ad un magma incandescente dalla solidificazione imprevedibili. Molti dei testimoni della tendenza avevano un retroterra politico-culturale significativamente agli antipodi dell’irreggimentazione. Altri, che pure nella loro opera artistica avevano palesemente praticato piena o significativa aderenza ai canoni di quella new wave epocale (vedi il collateralismo iconografico rivolto a sinistra), non seguiranno i percorsi marinettiani. Che, invece, si contamineranno con le discontinuità all’orizzonte. Potrebbe essere, in qualche misura; una diminutio capitis per il rating del marinettismo. Ma le cose andarono così; se soprattutto nel rapporto col Duce il suo ispiratore e guida non raramente retrasse, nei momenti di sconfinamento in campo politico, la coda in mezzo alle gambe, accontentandosi (come l’orbo veggente) dei vantaggi concreti concessi dal Regime.

Tale è, almeno, la nostra personale riflessione. Una versione più soft, suggerita nei conversari a battenti chiusi e, per quanto ispirata in senso attenuante, non totalmente destituita di fondamento, milita a favore dell’interpretazione secondo cui “il duce non fu mai ispiratore di Marinetti ma al limite fu usato da Marinetti stesso per finanziare il movimento futurista. E poi Marinetti fu solidamente distante dalle posizioni intransigenti di Mussolini soprattutto dal punto di vista razziale e il suo essere fascista veniva ultimo dopo il fatto di essere italiano e futurista. Il fascismo era una sorta di realta a cui non poteva sottrarsi”.

Non meno affascinanti si sono rivelati gli incroci con le altre coeve tendenze di discontinuità rispetto alle preesistenze del sistema politico ed istituzionale. Uscendo dalla circonlocuzione, potremmo esplicitamente parlare di tendenze rivoluzionarie. Come ha sottolineato, con dovizia di riferimenti, il relatore, riferendosi all’anarchismo futurista, che aveva fornito alimento, in termini teorico- pratici, al sansepolcrismo ed al fascismo, non esente da simmetrie con l’altra ben maggiore tendenza rivoluzionaria, quella sovietica. Ma anche qui arrischieremmo la banalità, se pensiamo che, per non pochi versi, la dorsale antisistemica delle tendenze rivoluzionarie dell’epoca fu, se non proprio comune, significativamente densa di analogie.

Dire che leninismo, sansepolcrismo, marinettismo, fascismo fossero la stessa cosa sarebbe paradossale. Ma appare lecito concludere che tali filoni di pensiero e di testimonianza avessero tra di loro, al di là delle apparenze, molto di più in comune (in aggiunta alla carica eversiva) di quanto, ad esempio, il leninismo avesse con il pensiero ed il progetto della sinistra liberalsocialista.

E, per finire la cronaca attorno ad  un evento dagli sviluppi tendenzialmente inesauribili, facciamo menzione dell’incrocio tra il Futurismo ed un suo esponente cremonese.

Quell’Enzo Mainardi, fondatore tra l’altro della rivista futurista La Scintilla, forse ingiustamente trascurato anche dalla cultura territoriale. Su cui Pautasso, motu proprio quanto per gli stimoli del dibattito, ha preannunciato il completamento di un già avviato lavoro di approfondimento e la confluenza del medesimo verso un saggio di prossima pubblicazione.

 

 

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