Domenica, 09 agosto 2020 - ore 00.44

L’Europa ha iniziato il suo lungo addio al carbone

L’Europa ha iniziato il suo lungo addio al carbone

| Scritto da Redazione
L’Europa ha iniziato il suo lungo addio al carbone

L’obiettivo principe del Green deal è chiaro: l’Unione europea deve raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Questo processo prevede la graduale abolizione del carbone come fonte di energia. Una sfida non da poco se si considera che in Europa sono attive decine di centrali a carbone che in alcuni casi sono fondamentali per le economie dei paesi che le ospitano. Ma andiamo con ordine.

Prima di tutto, quando si parla di carbone non va dimenticato che, oltre a un enorme costo, il prezzo più alto di questo tipo di energia lo paga il clima e l’uomo. Proprio l’utilizzo del carbone, una risorsa fra le più inquinanti, è uno dei principali ostacoli alla riduzione delle emissioni di gas serra e Co2. Ma, se l’impatto sui cambiamenti climatici si misura nel tempo, le conseguenze sull’essere umano sono più immediate e riguardano patologie come asma, bronchite o problemi respiratori. I benefici della transizione, quindi, riguardano direttamente i cittadini. E, nonostante lo scetticismo di molti sulla fattibilità, qualche piccolo passo in avanti già si intravede.

In Europa, a livello generale nel 2019 la quota di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili ha superato per la prima volta quella generata dal combustibile fossile più nocivo di tutti. I dati arrivano dall’istituto indipendente Agora Energiewende e mostrano, inoltre, che nei paesi dell’Unione sono state emesse il 12 per cento in meno di emissioni di CO2 rispetto all’anno precedente. E, nel frattempo, la quota di energie rinnovabili nella produzione di elettricità è salita al 35 per cento.

Altri dati, pubblicati qualche giorno fa, arrivano da Irena (The International Renewable Energy Agency) e mostrano che nell’ultimo decennio i costi per le energie rinnovabili sono progressivamente diminuiti. In testa il fotovoltaico (meno 82 per cento) e i sistemi a concentrazione solare (meno 47 per cento) seguito dall’eolico sia onshore (meno 39 per cento) che offshore (meno 29 per cento). In altre parole, significa che produrre energia pulita è conveniente non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia. Molti paesi sembrano averlo già capito e procedere spediti verso l’orizzonte futuro senza il carbone. Come fa notare Lifegate, insieme, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito e Italia hanno rappresentato l’80 per cento del calo dell’elettricità prodotta dal carbone.

Capofila della svolta green, se si considera anche il numero di centrali, è sicuramente la Germania che, come avevamo raccontato su Wired, aveva annunciato un piano di chiusura delle centrali approvato proprio a inizio luglio. Il Bundestag, ovvero la Camera dei rappresentanti del parlamento tedesco, ha dato infatti il via libera a un disegno di legge che prevede l’uscita graduale del paese dal carbone entro il 2038 allo scopo di centrare gli obiettivi climatici. Il progetto prevede più di 50 miliardi di euro a favore dei gestori di miniere e impianti, delle regioni coinvolte e dei dipendenti, proprio con lo scopo di arginare l’impatto del passaggio dal carbone alle energie rinnovabili. L’Austria, invece, ha chiuso la sua ultima centrale a carbone, con sede a Mellach, lo scorso aprile divenendo ufficialmente il secondo paese coal-free dopo il Belgio (pioniere, con la chiusura dell’ultima centrale nel 2016).

Anche in Italia l’utilizzo del carbone è ai minimi storici e il nostro paese si è impegnato a chiudere con questo tipo di energia entro 2025. La strada sembra quella giusta: nel 2019

Stessa scadenza anche per la Spagna che ha iniziato il suo processo verso un futuro senza carbone. In questo caso, però, sono proprio i calcoli economici a pesare piuttosto che una convinzione ecologica. A fine giugno sono state chiuse sette delle 15 centrali termoelettriche alimentate con il combustibile fossile. Si tratta, in termini di potenza elettrica a carbone, di oltre la metà del totale spagnolo. Le quattro società a capo delle centrali hanno preso questa decisione proprio perché era risultato troppo oneroso adeguarsi alla nuova direttiva europea sulle emissioni. Secondo alcuni, già entro il 2025 Madrid potrebbe già aver detto addio al carbone.

E sono proprio queste normative a dare impulso ad alcune chiusure, facendo sì che molte aziende preferissero chiudere direttamente gli impianti anziché adeguarli. Questo è accaduto anche in zone, come l’Europa centro-orientale, dove i paesi si oppongono alla transizione, in quanto le economie dipendono fortemente dal carbone per la produzione di energia elettrica. In Repubblica Ceca è stata avviata la chiusura della centrale Prunerov. Secondo Europe Beyond Coal, questa, insieme ad altre due centrali a carbone ceche fortemente inquinanti, Chvaletice e Pocerady, producono ogni anno meno energia del totale dell esportazioni della Repubblica Ceca, quindi “possono essere chiuse senza rischi per la sicurezza energetica domestica“.

Un altro record è stato stabilito oltremanica. Lo scorso 10 giugno, la Gran Bretagna infatti ha festeggiato due mesi di generazione elettrica libera da carbone, ovvero il periodo più lungo da oltre 140 anni. Proprio il paese che ha introdotto il modello del carbone nel mondo, ha l’obiettivo di chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2024, nell’ambito dei suoi sforzi per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Impensabile se si nota il fatto che appena 10 anni fa, circa il 40% dell’elettricità del paese proveniva dal carbone. La National Grid – che ha diffuso i dati del record – ha comunque sottolineato che hanno contribuito sia il lockdown (e una minore richiesta di energia) che il maggio più soleggiato mai registrato hanno contribuito. Al contempo, i bassi prezzi dell’energia elettrica hanno reso sempre meno redditizio il funzionamento delle centrali a carbone.

Il maggior ostacolo a questa transizione sono i paesi dell’Europa centro-orientale, come ad esempio la Polonia. I timori sono soprattutto legati al fatto che una passaggio ad altri tipi di energia, se non strutturato correttamente, possa portare a picco le loro crescita economica. Dall’altro lato, va sottolineato, il green deal prevede proprio delle misure di supporto per questi paesi. Uno strumento in tal senso è il Just Transition Fund che vuole finanziare anche investimenti nelle attività legate al gas naturale – qualora ritenute “ambientalmente sostenibili” secondo gli standard – nelle regioni fortemente dipendenti dall’estrazione e combustione di carbone e lignite. O almeno questo è l’ultima apertura che chiede la commissione Sviluppo regionale dell’Europarlamento (Regi) nel parere sul Fondo per la transizione, che sarà discusso nella plenaria di settembre per diventare poi la posizione di Strasburgo nei futuri negoziati.

Insomma, l’europa verde di domani è un passo più vicino, ma la salita è ancora lunga. I paesi che nel 1951 si erano riuniti per dar vita alla Ceca (comunità del carbone e dell’acciaio) si trovano oggi davanti una doppia sfida: conciliare gli interessi di tutti (nuovi stati membri compresi) e agire verso un futuro coal-free. Anche secondo alcuni dati pubblicati a maggio dall’Eea (Agenzia europea dell’ambiente) siamo sulla strada giusta. “Due terzi della riduzione delle emissioni del 2018 si sono verificati nel settore del calore e dell’energia, in cui le emissioni derivanti dalla combustione del carbone sono diminuite di quasi 50 milioni di tonnellate e l’uso di energie rinnovabili nella produzione di elettricità ha continuato a crescere”, si legge nel rapporto.

(Alessio Foderi, Wired cc by nc nd)

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