Venerdì, 30 ottobre 2020 - ore 14.04

La Russia e il revisionismo storico sugli stati baltici

| Scritto da Redazione
La Russia e il revisionismo storico sugli stati baltici

Le celebrazioni in Russia del 75° anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, lo scorso 9 maggio, sono state l’occasione per rilanciare la propaganda filosovietica nelle tre repubbliche baltiche.

L’ambasciata russa a Tallinn ha infatti rilanciato un articolo del sito Russia Beyond dal titolo “Perché i Paesi baltici erano un ottimo posto dove vivere durante il periodo sovietico”. Russia Beyond è stata finanziata fino al 2017 da Rossijskaja Gazeta, organo ufficiale del governo della Federazione russa, per passare poi sotto la direzione della compagnia ANO Tv-Novosti, stesso editore del canale televisivo Russia Today (RT). L’articolo, che include anche una serie di fotografie di scene di vita quotidiana dell’Estonia, della Lettonia e della Lituania occupate dai sovietici, ha il chiaro scopo di mostrare gli stati baltici come le repubbliche più privilegiate dell’URSS.

Questo stesso approccio di revisionismo storico si ritrova in un saggio a firma dello stesso presidente russo Vladimir Putin sulla rivista di politica estera statunitense The National Interest:

Nell’autunno del 1939, l’Unione Sovietica, perseguendo i suoi obiettivi strategici militari e difensivi, iniziò il processo di incorporazione di Lettonia, Lituania ed Estonia. La loro adesione all’URSS è stata attuata su base contrattuale, con il consenso delle autorità elette. Ciò era in linea con il diritto internazionale e statale di quel tempo. […] Le Repubbliche baltiche all’interno dell’URSS conservarono i loro organi di governo e la loro lingua.

Ciò che l’articolo non menziona è che gli stati baltici, secondo il diritto internazionale, furono annessi illegalmente dall’Unione sovietica nel giugno 1940 a seguito del patto segreto Molotov-Ribbentrop e continuarono la loro resistenza – prima armata, poi pacifica – durante i 45 anni di occupazione. I governi, i rappresentanti diplomatici e molti cittadini di Estonia, Lettonia e Lituania andarono in esilio in Europa o in America. Infine, l’occupazione illegale delle repubbliche baltiche fu riconosciuta a livello internazionale con l’espulsione dell’URSS dall’organizzazione intergovernativa della Società delle Nazioni, antenata dell’ONU che sarebbe nata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Durante il periodo sovietico, in realtà la cultura era a totale servizio del regime. Il russo, lingua dominante, era promosso nelle scuole e nella vita pubblica a scapito delle lingue locali. Secondo il rigido canone del realismo socialista, gli artisti sovietici dovevano veicolare i messaggi ideologici dal Partito. Solo dopo la morte di Stalin, la società si liberalizzò gradualmente e le richieste del Partito divennero meno rigorose. Tuttavia le prescrizioni ufficiali alla cultura sovietica rimasero fino agli anni ’80.

Per quanto riguarda lo sviluppo economico, secondo un funzionario del comitato di pianificazione statale della repubblica socialista sovietica estone – come riportato negli articoli di Russia Beyond – nel 1980 il reddito nazionale pro capite dell’Estonia sarebbe stato superiore a quello del Regno Unito, della Norvegia o della Finlandia. Tuttavia, valutazioni più realistiche, sebbene approssimative, indicano che il PIL estone nel 1991 era di 1000 dollari pro capite, una cifra che corrispondeva ai livelli riscontrati in Papua Nuova Guinea, Ecuador e Tunisia, piuttosto che nella vicina Finlandia.

L’industrializzazione forzata secondo il modello dell’economia pianificata e il forte afflusso di lavoratori dal resto dell’Unione sovietica, con conseguente russificazione linguistica, hanno messo a dura prova la tenuta demografica e culturale-nazionale dei paesi baltici. Nel 1989 gli estoni rappresentavano solo il 61,5% della popolazione totale del loro paese. In Lettonia, la cifra corrispondente era del 52%. Tutt’oggi Estonia e Lettonia hanno una numerosa minoranza russa che vive nei propri territori (attorno al 25% in entrambi i paesi).

Durante il Consiglio europeo di luglio 2020, il presidente lituano NausÄ—da ha posto la questione delle ingerenze e del revisionismo storico russo sul tavolo degli altri partner europei. “Gli sviluppi in Russia sono preoccupanti”, ha detto NausÄ—da, aggiungendo: “Consideriamo queste come azioni contro la sovranità e l’indipendenza degli stati”. Anche il Ministro degli Esteri della Lettonia si è recentemente espresso con una lettera in cui invita la Federazione Russa “a rinunciare all’approccio Stalin-Breznev e ad avviare invece una valutazione obiettiva della responsabilità del regime sovietico, nonché a astenersi da ulteriori tentativi vani e disperati di cambiare tragici capitoli della storia”.

Non è certo una sorpresa che Mosca voglia sempre più indebolire l’immagine dell’Occidente. In una situazione in cui solo il passato sembra avere un futuro radioso, distorcere i fatti e selezionare con cura le immagini per sostenere la narrazione del Cremlino è una tattica ormai consolidata per sorvolare sulle pagine più spiacevoli della storia sovietica. Il 75° anniversario del Giorno della Vittoria ne è stato solo un ennesimo pretesto.

(Lorenzo Di Stasi, East Journal cc by nc nd)

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