Martedì, 02 giugno 2020 - ore 06.34

Le misure contro il coronavirus stanno riducendo l’inquinamento atmosferico in Italia

Scarse invece le conseguenze sul clima, ma il crollo dei prezzi petroliferi apre «un momento d’oro» per tagliare i sussidi ai combustibili fossili: valgono 400 miliardi di dollari l’anno

| Scritto da Redazione
Le misure contro il coronavirus stanno riducendo l’inquinamento atmosferico in Italia

Come già accaduto in Cina, per eterogenesi dei fini le misure messe in atto per contenere la diffusione del coronavirus Sars-Cov-2 stanno avendo effetti positivi – benché temporanei – sulla qualità dell’aria anche in Italia: le immagini satellitari raccolte dal programma europeo Copernicus e diffuse su Twitter da Santiago Gassó, oggi all’Università del Maryland, mostrano nell’ultimo mese «una chiara decrescita nei livelli di NO2 (un marcatore dell’inquinamento atmosferico) in nord Italia». Un dato non da poco, dato che l’Italia è prima in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, cui si aggiunge il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600).

Una consistente riduzione, inoltre, è stata rilevata anche per la concentrazione di particelle fini, come documentano i dati raccolti dall’Istituto meteorologico finlandese. Queste prime rilevazioni necessitano di ulteriori approfondimenti, anche alla luce delle misure di contenimento previste dagli ultimi Dcpm approvati dal Governo, ma già oggi sembrano autorizzare un parallelo con la riduzione dell’inquinamento già registrata prima nella provincia di Hubei (dove si trova la città di Wuhan) e poi in vaste aree della Cina.

«Non bisogna però trarre conclusioni affrettate – spiega Antonello Pasini dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr, in riferimento ai dati cinesi – dal momento che l’inquinamento nei bassi strati dell’atmosfera (quelli in cui viviamo), in particolare quello da NO2, dipende, oltre che dalle emissioni di inquinanti, dallo stato fisico dell’atmosfera stessa, cioè dalle condizioni meteorologiche. In questo senso, manca ancora un’accurata analisi delle situazioni meteo dei due periodi da confrontare. Tuttavia, primi tentativi di depurare il dato di inquinamento dalla sua componente dovuta alla meteorologia fanno propendere per la tesi che, effettivamente, una parte consistente delle riduzioni di NO2 sia dovuta proprio al calo delle emissioni. Dunque c’è stato un effetto quasi immediato sulla qualità dell’aria».

E per quanto riguarda i cambiamenti climatici? Sebbene non ci siano ancora dati a disposizione per l’Italia, in Cina la diminuzione di emissioni di anidride carbonica (CO2) è stata molto marcata, ma la notizia non è di grande conforto. «Purtroppo – argomenta Pasini – non sono episodi limitati nel tempo a poter stabilizzare la temperatura del pianeta a livelli non pericolosi, ma un’azione continua di contenimento e riduzione delle emissioni. La CO2, infatti, si accumula anno dopo anno in atmosfera, dove ha un lungo periodo di permanenza, e dunque occorre un’azione protratta nel tempo per giungere a risultati significativi sul clima».

Nel mentre proprio i dati Cnr mostrano che si è appena concluso uno degli inverni più miti e secchi per l’Italia da quando abbiamo a disposizione osservazioni meteorologiche, con un’anomalia pari al trentennio di riferimento pari a +2.03°C e piogge che a febbraio sono arrivate al -80%.

È ancora troppo presto per delineare con ragionevole sicurezza gli impatti che la pandemia in corso avrà sulla crisi climatica, ma al momento una variabile in particolare appare di particolare interesse: il prezzo del petrolio, che è crollato insieme alla domanda di materia prima. A fronte di quest’elevata volatilità che sta mettendo in crisi le imprese di settore gli investitori potrebbero decidere di puntare le proprie risorse sulle energie rinnovabile ritenendole un investimento più sicuro, favorendo una riduzione delle emissioni climalteranti; oppure, al contrario, i bassi prezzi del petrolio potrebbero semplicemente favorirne un maggior utilizzo.

A fronte di quest’incertezza, anziché lasciare i giochi totalmente in mano ai mercati, gli Stati potrebbero però favorire una strada anziché un’altra. Come sintetizzato da Francesco Starace, alla guida di Enel, dato che i prezzi dei combustibili fossili sono già molto bassi questo è un «momento d’oro: i sussidi alle fonti fossili possono essere tagliati adesso». Si tratta di circa 400 miliardi di dollari l’anno a livello globale – tra i quali almeno 16 miliardi annui arrivano dall’Italia – che potrebbero essere utilizzati in modo più fruttuoso, attraverso investimenti pubblici che contrastino sia l’imminente recessione da coronavirus sia quella (ancor più catastrofica) dovuta alla crisi climatica.

Se una pandemia riduce le emissioni di gas serra o quelle di inquinanti, infatti, non si tratta di un risultato per il quale felicitarsi, né le sue conseguenze sull’ambiente dureranno a lungo. Quel che occorre è scelta consapevole verso un diverso e più sostenibile modello di sviluppo: «Non c’è nulla da festeggiare per un probabile declino delle emissioni causato dalla crisi economica perché in assenza delle giuste politiche e misure strutturali questo declino – osserva il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), Faith Birol – non sarà sostenibile», e finirà per ricadere sulle spalle delle fasce più povere della popolazione.

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