Lunedì, 19 agosto 2019 - ore 22.14

Pianeta migranti. La Corte Penale Internazionale sulle violenze contro i migranti in Libia.

La Corte Penale Internazionale sta valutando la possibilità di indagare sui centri di detenzione libici e sui tremendi abusi che vi si compiono. Sono gli stessi centri di detenzione verso cui saranno rimandati i migranti dall’Italia. Che dirà la Corte Internazionale dei respingimenti in un paese dove i diritti umani più elementari sono violati su così larga scala?

| Scritto da Redazione
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Fatou Bensouda, pubblico ministero della Corte Penale Internazionale, ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che sta raccogliendo informazioni per un’indagine su quanto avviene ai migranti in Libia. La Corte Penale internazionale, che ha sede all’Aia, è operativa dal 2002, dopo la ratifica del Trattato di Roma, del 1998, che la istituiva e l’approvazione dello Statuto che ne definiva gli obiettivi. La Corte penale Internazionale ha giurisdizione su crimini quali il genocidio, i crimini di guerra e contro l’umanità che avvengono negli stati membri e nei casi richiesti dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

La Bensouda, si occupa della Libia fin dal 2011, quando il Consiglio di sicurezza aveva  chiesto di indagare  sui crimini commessi nel paese dall’inizio della rivolta che aveva portato alla caduta di Gheddafi. Questo mandato le dà la possibilità di lavorare anche su quanto avviene ai migranti, situazione per cui si è detta molto preoccupata. 

Negli ultimi mesi, infatti, si sono susseguite informazioni sempre più documentate e angoscianti riguardo alle incredibili violazioni dei diritti umani che si compiono nel paese su chi lo attraversa nel loro viaggio verso l’Europa. Coloro che non possono continuare a rispondere alle continue richieste di denaro dei trafficanti  vengono spesso ridotti in condizioni di schiavitù, venduti per poche centinaia di dollari in veri e propri mercati approntati nelle varie tappe sulle piste del deserto. Quelli che riescono a terminare il viaggio, vengono detenuti  in centri, nominalmente gestiti dal governo - ma quale? ce ne sono almeno due nel paese, uno solo dei quali riconosciuto dalla comunità internazionale, e molte zone del paese in cui dominano bande criminali e gruppi terroristici – in condizioni a dir poco squallide, senza poter parlare con avvocati o operatori delle organizzazioni che si occupano dei migranti e dei richiedenti asilo. Alcuni di questi, intervistati dall’autorevole giornale inglese, The Guardian,  hanno raccontato di essere stati veduti dai funzionari stessi del campo a milizie e a trafficanti. Ma esistono anche numerosi centri non ufficiali, organizzati dagli stessi trafficanti, dove gli abusi sono anche maggiori, in particolare contro le donne e i minori, sempre più numerosi tra i migranti.

Queste condizioni di vita drammatiche non fanno che aumentare la domanda di continuare il viaggio e di conseguenza gli affari, enormi, dei trafficanti. Un donna eritrea, intervistata dal giornale inglese sopra nominato, ha detto: “Metterci sul mare non è una nostra scelta. Ma se il governo non ci aiuta, se l’UNHCR non ci aiuta, se nessuno ci aiuta, l’unica possibilità è rivolgerci ai trafficanti”. Una considerazione di buon senso, che pare però estranea ai ragionamenti dei governi europei, e anche di quello italiano.

E’ infatti verso questi centri di detenzione che si sta programmando di mandare i migranti che non hanno diritto all’asilo. In un paese che non ha mai ratificato la convenziona internazionale di Ginevra, in un paese in guerra dove non può essere garantito nessun diritto umano, neppure quello alla vita. Ai migranti non rimarrà che cercare il modo di rimettersi in viaggio o soccombere.

Se poi la Corte Penale Internazionale riuscirà ad istituire un processo, è certo che chi in qualche modo ha contribuito a questo genocidio mascherato debba rispondere. E’ prevedibile che non potranno restarne fuori i governi che hanno respinto i migranti verso la Libia, neanche il nostro.

 

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