Venerdì, 17 settembre 2021 - ore 23.51

Polonia (e Ungheria) verso un limbo giuridico

Polonia (e Ungheria) verso un limbo giuridico

| Scritto da Redazione
Polonia (e Ungheria) verso un limbo giuridico

Dopo la Corte costituzionale tedesca, è ora quella polacca a negare la prevalenza del diritto Ue su quello nazionale. Ma in questo caso la legge controversa riguarda il rispetto stesso dello stato di diritto, un principio fondativo dell’Unione.

Le conseguenze di una decisione tedesca

Eravamo stati facili profeti quando avevamo definito la sentenza del 5 maggio 2020 della Corte costituzionale tedesca un bicchiere di veleno inoculato nel corpo della Ue. Ora quel veleno comincia a produrre i primi effetti e proprio laddove li si immaginava, ossia in Polonia.

La Corte tedesca aveva qualificato sia il programma di acquisto di attività del settore pubblico sui mercati secondari della Banca centrale europea (Pspp, Public Sector Purchase Programme) sia la sentenza Weiss della Corte Ue che lo aveva legittimato, come atti ultra vires, ossia non rientranti nelle competenze attribuite all’Unione, e pertanto non vincolanti per gli organi costituzionali, amministrativi e giudiziari tedeschi, nonché per la Bundesbank. La pressoché totalità dei giuristi in Europa aveva immediatamente denunciato il gravissimo pericolo insito nel mettere in discussione l’efficacia e il primato del diritto europeo: se ciascuno stato membro può non rispettare le parti del diritto dell’Unione che non ritiene condivisibili, l’intera Unione è destinata a disgregarsi in poco tempo. Era stupefacente come giuristi accorti quali i giudici della Corte costituzionale tedesca non avessero tenuto in conto le conseguenze sistemiche derivanti dalla negazione del pilatro principale sul quale si regge la casa europea, ossia il primato del diritto dell’Unione sui diritti nazionali.

Cosa affermano i giudici polacchi

Puntuali, le conseguenze sistemiche si sono manifestate. Il 14 luglio 2021, la Corte costituzionale polacca ha negato efficacia a una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione (20 aprile 2020, C-791/19 R) che chiedeva alla Polonia di sospendere una legge nazionale in quanto poneva a rischio l’indipendenza dei giudici polacchi rispetto ai poteri esecutivo e legislativo. Echeggiando le parole dei colleghi tedeschi, i giudici supremi polacchi hanno qualificato la sentenza della Corte Ue come resa ultra vires, e pertanto priva dell’efficacia prevalente sul diritto interno.

La parte del diritto dell’Unione che la Corte costituzionale polacca vorrebbe disattendere è ancora più cruciale di quella indigesta ai giudici costituzionali tedeschi. Non si tratta del problema, importante ma non esistenziale, della legittimità dell’acquisto di titoli nei mercati secondari, bensì del rispetto delle regole dello stato di diritto, che sono il fondamento della democrazia. Per l’Unione, lo stato di diritto è più di un principio fondamentale, è un principio fondativo. Lo dice a chiare lettere l’articolo 2 del trattato Ue: “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’eguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. Quando un paese terzo chiede di aderire all’Unione deve dimostrare di possedere una struttura politica e istituzionale che garantisce i valori dell’articolo 2 e, accedendo, il paese si impegna solennemente a rispettarli e a promuoverli.

La sentenza della Corte Ue che la Corte costituzionale polacca ritiene ultra vires aveva chiesto alla Polonia di sospendere, almeno provvisoriamente, l’applicazione di una legge interna che attribuisce a una speciale Sezione della Corte costituzionale poteri disciplinari e di regolazione dei rapporti di lavoro e del trattamento pensionistico concernenti i giudici della Corte stessa. L’invasività della legge sull’attività dei giudici sembra evidente, poiché, tra l’altro, consente che le decisioni giudiziarie possano essere qualificate come illecito disciplinare, prevede un Consiglio superiore della magistratura dominato dal potere politico e limita la libertà dei giudici di rivolgersi alla Corte di giustizia.

La Ue e lo stato di diritto

Tuttavia, la Polonia sa che la questione non si chiude qui. Da diversi anni il problema del rispetto da parte sua e dell’Ungheria dello stato di diritto è materia incandescente sui tavoli della Commissione e della Corte di giustizia, che si è già pronunciata numerose volte, condannando, in particolare, le misure che i due Stati continuano ad adottare per sottoporre i loro giudici ai condizionamenti dell’esecutivo. Il Parlamento e il Consiglio dell’Unione hanno adottato il 16 dicembre 2020 un regolamento (n. 2020/2092) che consente alle istituzioni europee di sospendere i pagamenti e i programmi finanziari nei confronti di quegli stati membri in relazione ai quali sia stata accertata una violazione dei principi dello stato di diritto. Se ne avesse la volontà politica la Commissione potrebbe iniziare sin da ora la procedura di applicazione di questo regolamento contro la Polonia.

L’Unione europea non prevede l’estromissione di uno Stato membro, ma solo il suo recesso volontario, come ha fatto il Regno Unito. Tuttavia, disattendendo i suoi valori fondativi e scontrandosi sistematicamente con le istituzioni e gli altri partner europei, uno Stato rischia di collocarsi in un limbo giuridico che lo condanna all’irrilevanza. La strada non conduce all’uscita, ma a un vicolo cieco. La Polonia e l’Ungheria sembrano aver deciso di imboccarlo, a fari spenti e nella notte.

(Pietro Manzini, Lavoce.info)

 

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