Recensione di Gianni Cuperlo su ultimo libro di Achille Occhetto
Il titolo del libro è :OLtre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia
Achille Occhetto ha scritto uno splendido diario intellettuale, uno zibaldone dove ha riversato antiche letture e passioni traendone spunti e suggestioni per leggere il presente (Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, Passigli editore, 2026).
Il risultato sono anche citazioni illuminanti, da Socrate a Flaiano, e de Tocqueville, Melville, Svevo o Leopardi.
Nessuna mostra di erudizione, piuttosto un viaggio carico di note per questo tempo della Storia.
Con un allarme di fondo, che quanto di più moderno è oggi a nostra mercé s’impasta al precipitare dell’Occidente in una regressione della sua civiltà.
Declinata altrimenti, viviamo la contraddizione tra il balzo tecnologico più dirompente degli ultimi secoli e un arretramento dell’intero processo di liberazione umana.
In tutto questo la democrazia diviene oggetto di un attacco esplicito.
C’è chi ha rammentato come in Fiesta, il capolavoro di Hemingway, a uno dei personaggi venga chiesto come sia accaduto che abbia fatto bancarotta e la sua risposta secca “è accaduto un po’ alla volta e all’improvviso”.
Analogo destino potrebbe investire la democrazia, anch’essa indebolita, depauperata, e infine ritenuta inadatta a governare processi complessi e ingiustizie sociali intollerabili tanto da deperire “un po’ alla volta e all’improvviso”.
Alcuni anni fa un editoriale di Limes descriveva l’errore dell’Occidente dopo il 1989: non avere seguito il consiglio di Augusto morente Tiberio, “Non estendere i confini dell’Impero” perché allargando quel perimetro si sarebbero inglobati popoli capaci di scardinarne l’assetto.
L’Occidente si è mosso in direzione opposta convinto che il mondo fosse al nostro servizio e regole e principi della democrazia liberale e di un mercato globalizzato potessero farsi egemoni del nuovo ordine.
Ma già Gramsci spiegava che quando un vecchio ordine tende a scomparire e quello nuovo stenta a imporsi si determina una fase di interregno dove possono affacciarsi fenomeni morbosi.
La realtà è quella di una destra, di un’internazionale reazionaria, che mira ad abbattere i monopoli statali sicurezza, moneta, giustizia.
Che fa dell’antiparlamentarismo la sua moneta di scambio con un decisionismo autoritario e una concentrazione del potere nelle mani di pochi tecno-miliardari cinici e spregiudicati.
L’attacco, giunti lì, non è sugli accordi commerciali, ma è aggressione alle radici dell’Illuminismo, a Montesquieu, allo stato di diritto e alla laicità delle istituzioni.
Allora, come reagire?
Anche su questo piano Occhetto offre chiavi di senso e soprattutto invita a riscoprire il significato del conflitto che lo stesso capitalismo attuale non riuscirà a rimuovere essendo ossigeno vitale per la democrazia.
Peccato manchino pagine che sarebbero state illuminanti sulla sconcertante polemica estiva attorno al woke, dal momento che l’intero ragionare dell’ultimo segretario comunista non fa sconti ai ritardi della sinistra.
Scriveva Blaise Pascal nel Seicento, “non potendo fare in modo che ciò che è giusto sia forte, abbiamo fatto in modo che ciò che è forte sia giusto”.
Come non scorgere in quella denuncia buona parte dei limiti che hanno scortato la sinistra nell’ultimo mezzo secolo?
Torna l’aforisma di Bruno de Finetti, matematico e intellettuale, diceva che bisogna pensare in termini di utopia perché pensare di risolvere i problemi in altro modo è solo una “ridicola utopia”.
Ecco perché leggere queste pagine è allo stesso tempo istruttivo e responsabilizzante, perché ci fa ricordare che se siamo oggi ciò che siamo, se dalle nostre parti la sinistra tutto sommato ha retto l’urto del secolo breve, molto è stato anche merito di chi, oramai quasi quarant’anni addietro, ebbe coraggio e intuizione per traghettare il comunismo italiano verso un nuovo approdo.
Casomai, è su quanto è mancato dopo che bisogna dissotterrare le radici dei nostri ritardi.
E quindi riflettere sul controllo dei dati e delle fonti, sull’impatto dell’intelligenza artificiale, sulla democrazia come “il potere di un popolo informato”, e ancora sull’uso politico di Dio, ma non il Dio della misericordia, e sull’errore capitale di avere separato libertà e eguaglianza, democrazia formale e sostanziale.
L’insieme dovrebbe proiettare le riflessioni di questo lavoro dentro il confronto che avvolge il campo largo uscendo dalla strettoia tra programma e leadership per porsi l’interrogativo fondamentale, quello di un nuovo “pensiero” per la storia che ci attende.
Buona giornata e un abbraccio
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red/welcr/ Gian Carlo Storti



