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Africani nel Sinai: aggiornamento Africani nel Sinai: aggiornamento

| Scritto da Redazione
Africani nel Sinai: aggiornamento Africani nel Sinai: aggiornamento

Africani nel Sinai: aggiornamento e nuovi sviluppi, di EveryOne Group
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Milano, 1 gennaio 20100. Un importante organizzazione israeliana che opera per scongiurare o risolvere situazioni di crisi umanitaria nel Medio Oriente collabora da oggi con il Gruppo EveryOne nell'azione per liberare i 250 profughi africani dalle mani dei predoni e per indurre il governo egiziano e le Istituzioni internazionali a iniziare un'operazione efficace e a lungo termine per contrastare il traffico di esseri umani e di organi.
L'anno nuovo comincia così, con un progetto che germoglia in un mondo bruciato, sotto l'aspetto dei diritti dell'uomo.  Esistono troppi bambini, troppe donne, troppi uomini senza diritti e il mondo democratico, concentrato sulla propria idea di benessere e sicurezza, ha scelto di assistere con indifferenza alla loro tragedia. La situazione dei migranti africani nel nord del Sinai è sempre più grave.
Da qualche giorno il gruppo di 250 giovani e bambini è stato diviso in due. Circa 140 persone sono ancora a Rafah, nel frutteto vicino alla moschea, alla chiesa trasformata in scuola, all'edificio governativo. Le autorità sanno dove si trova e chi sono i rapitori. Ma non agiscono. Altre 90/100 persone sono state spostate in un'altra località. Abbiamo ricordato all'organizzazione israeliana che 8 eritrei sono stati assassinati dai trafficanti, mentre 4 sono stati portati in una clinica clandestina, dove hanno tolto loro i reni. Solo chi paga il riscatto grazie ai parenti in Europa, viene liberato al confine con Israele. 24 africani hanno raggiunto Israele e sono stati identificati.
Altri sono stati arrestati dalla polizia di frontiera egiziana. Non sappiamo quanti. E' probabile inoltre che gruppetti di profughi siano riusciti a entrare nello Stato di Israele, perché non sempre i controlli al confine sono impermeabili e i trafficanti conoscono i punti deboli della sicurezza alla frontiera. Tutti i prigionieri hanno subito violenze e torture. Ognuno ha pagato 2000 dollari quando è entrato in Egitto, ma i rapitori ne hanno chiesti altri 8000. Alcuni di loro hanno il cellulare e continuano a chiamare i parenti per supplicare loro di versare il denaro. I versamenti vengono fatti con Western Union o attraverso un conto corrente bancario in Egitto.
Il governo egiziano e le Nazioni Unite hanno ricevuto da noi e dall'Agenzia Habeshia nomi e cognomi di alcuni trafficanti (Abu Khaled di Hamas e l'etiope Fatawi Mahari, residente a Rafah, per esempio). Hanno ricevuto anche i numeri di telefono dei predoni. Però non agiscono. Il ministro degli Interni della Repubblica Araba d'Egitto sostiene che non può mandare l'esercito o la polizia nel covo dei trafficanti per un accordo con Israele. Afferma che non è possibile attuare un'operazione contro predoni armati fino ai denti, visto che l'Egitto ha sottoscritto un patto con Israele, impegnandosi a non portare armi pesanti vicino al confine. I trafficanti sono armati con armi moderne. Abbiamo spiegato al nostro nuovo partner in questa difficile missione che può risultare estremamente utile chiedere al governo di Israele di consentire all'Egitto l'uso di armi pesanti per liberare gli ostaggi e magari di partecipare alle operazioni, mettendo a frutto un'esperienza senza uguali di lotta al terrorismo. Sarebbe un modo di avvicinarsi, per i due Paesi. Oltre a gruppo di 250 africani, sembra che nel Sinai egiziano vi siano tanti altri migranti ridotti in schiavitù. Si parla di 2000 persone.

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