Venerdì, 10 luglio 2020 - ore 01.46

Alla Torre Viscontea ''Stefano Pensotti. Narratore di storie''

Gli scatti del fotografo lecchese in mostra fino al 15 marzo

| Scritto da Redazione
Alla Torre Viscontea ''Stefano Pensotti. Narratore di storie''

Inaugura venerdì 7 febbraio alle 18 presso la sala espositiva della Torre Viscontea di Lecco la mostra fotografica "Stefano Pensotti. Narratore di storie": l'esposizione propone 90 immagini a colori e in bianco e nero, realizzate dal fotografo lecchese in Europa, Africa e Asia.

Una retrospettiva che ripercorre la produzione dell'autore, primo italiano nominato fotografo dell'anno al premio londinese Travel Photographer of the Year (TPOTY) nel 2018, la sua evoluzione dagli anni '80, passando per i reportage in bianco e nero realizzati per le prime pubblicazioni nei volumi "Milano, la città raccontata da 15 grandi scrittori" e "Stranieri", fino agli ultimi lavori, seguendo un percorso incentrato sulla vita delle comunità, culture e persone, degli ambienti in cui vivono, con uno sguardo attento e genuino che vuole proporre un reportage geografico contemporaneo, rispettoso dell'unicità delle culture rappresentate e lontano da cliché visivi.

"Una mostra di fotografia fortemente voluta dall'amministrazione comunale, che inaugura il ciclo dedicato ai grandi fotografi lecchesi. Apriamo con Stefano Pensotti e chiudiamo l'anno con Luigi Erba, tra le due esposizioni, spazio ad altri importanti fotografi del territorio che hanno ottenuto riconoscimenti e premi - commenta l'assessore alla cultura del Comune di Lecco Simona Piazza - La volontà è quella di valorizzare la fotografia e gli autori del nostro territorio di fama ed esperienza internazionale, ma anche e soprattutto di raccontare viaggi ed esperienze che questi artisti hanno compiuto nel corso della loro carriera".

La mostra, a ingresso gratuito, sarà visitabile martedì e mercoledì dalle 9.30 alle 14, da giovedì a domenica dalle 15 alle 18, chiusa il lunedì. Sono inoltre organizzate delle visite guidate gratuite alle 16 e alle 17 di sabato 8 e 22 febbraio e domenica 9, 16 e 23 febbraio.

Stefano Pensotti:

Nato nel 1959 tra le montagne della Valsassina ho iniziato a fotografare quando ero un bambino, rubando la fotocamera di mio fratello maggiore. A quattordici anni inizio ad apprendere le tecniche di camera oscura: rapito dal fascino del processo analogico esploro da autodidatta le alchimie del processo di sviluppo e stampa in bianco e nero. Seguono anni di assidua frequentazione, sino alla fine degli anni ottanta, degli ambienti fotografici di Milano, storie, personaggi e gallerie che segnano profondamente il mio fare fotografia sia sul piano linguistico che su quello concettuale. La passione per la fotografia è andata aumentando di pari passo con quella per il viaggio al punto da farne una professione che sfocia nelle prime pubblicazioni negli anni novanta. Quello che ho capito della fotografia è che è tutta una questione di tempo, tanto tempo per vivere qualcosa di intenso da raccontare agli altri, per raggiungere una comprensione più profonda e complessa del mondo intorno a te. Altrettanto tempo poi occorre per sviluppare una propria voce "fotografica".

Fotogiornalismo, moda, ritrattistica, nudo, macro e micro fotografia; ho sperimentato i molti generi della fotografia, per scoprire quale fosse la “mia fotografia”. Alla fine la fotografia diviene l’espressione esatta del tuo "essere" in un dato momento, un linguaggio con cui dare voce ai tuoi pensieri e alle tue opinioni sul mondo intorno a te. Reportage pubblicati sui principali magazine italiani e 12 volumi fotografici pubblicati in Italia, Libia, Francia ed Inghilterra. Tra i numerosi riconoscimenti internazionali nel 2007 premiato al Premio Chatwin – camminando per il Mondo, nel 2009 premiato al Polaris Photo Contest, nel 2016 premiato al Siena International Photo Award, nel 2018 Vincitore Assoluto del TPOTY Travel Photographer of the Year (dalla prima edizione del 2003 è il primo italiano ad essere nominato fotografo dell'anno). Il mio lavoro oggi ruota attorno al reportage geografico, alla fotografia corporate e ritrattistica. In 35 anni ho viaggiato in oltre 50 Paesi, in Europa, Africa e Asia, per la produzione di servizi fotografici o accompagnando piccoli gruppi di Viaggiatori - Fotografi. Collaboro con le agenzie internazionali di rappresentanza di fotografi Marka di Milano e Age Fotostock, con editori italiani, francesi, inglesi. Base a Milano e Dakar.

Il punto di vista dell'artista:

La fotografia ha un senso quando trova soggetti davvero originali, quando è la narrazione della "propria, individuale percezione del mondo". Il vero scopo della fotografia sta nello svelare qualcosa di nuovo, di personale, di rivelatorio. Questa narrazione rappresenta il modo con cui l'autore può far conoscere la sua visione, e la via attraverso cui dare forma alla propria identità. Narrazione che non è mai il riportare “fedele” della realtà, in quanto la percezione di quest'ultima è soggetta all'interpretazione dell'osservatore. Ciò che è nella mia realtà è una selezione interpretativa della realtà. Non esiste una realtà universale ed un unico modo di percepirla; la realtà è relativa alla percezione che ognuno ha di essa e il suo significato è strettamente personale, sociale e culturale. Narrare rappresenta, quindi, un'operazione di consapevolezza in quanto equivale a costruire una propria visione di sé stessi e del mondo.

Con la diffusione dei social, i viaggi low cost, il turismo di massa, con il web, con il fatto di essere sempre online, la fotografia ha perso tantissima potenza evocativa e narrativa, perché viene utilizzata in modo banale, commerciale. Su Istagram vengono caricate in media 90 milioni di immagini ogni giorno, poi ci sono tutti gli altri social che traboccano di immagini degli pseudo «photographers». La maggior parte di questo oceano di immagini ripete clichè visuali e culturali che hanno portato molti fotografi ad un punto morto nella rappresentazione del mondo. In questo panorama viene da chiedersi «ma i fotografi esistono ancora?», tanto che Neil Burgerss (responsabile Magnum Photo New York) già nel 2011 era arrivato a dire «scusate studenti di fotografia, ma la professione di photoreporter non esiste più. Vi indebitate per studiare fotografia sperando in un lavoro che nessuno paga più!» Viviamo in un momento in cui la tecnologia ha portato alla morte di lavori che fino a qualche anno fa davano occupazione a decine e decine di migliaia di persone, inevitabile che tutto cambi anche per i fotografi. Un fotografo, «il fotografo» continuerà ad esistere se riuscirà a proporre una narrazione che la tecnologia da sola non può realizzare, se dotato di creatività e di una ottima cultura fotografica che gli permetta di sviluppare un linguaggio visivo personale. Un fotografo che offra al suo pubblico nuovi approcci ed uno stile unico, autoriale ed inconfondibile, risultati questi che non possono essere ottenuti con App o filtri. Tutte cose queste ultime che permettono al «Fotografo» di interpretare i propri soggetti secondo l’utilizzo ed i risultati da lui determinati, a cui un semplice «operatore» dell’immagine non può arrivare.

Realizzate in Europa, Africa ed Asia le immagini sono state scelte tra quante mai pubblicate in Italia, e propongono un percorso ideale che indaga la vita delle persone comuni e l'ambiente in cui vivono, con uno sguardo attento e genuino che vuole proporre un reportage geografico contemporaneo, rispettoso dell'unicità delle comunità rappresentate e lontano da cliché visivi.

La più grande intuizione? “La foto di un soggetto eccezionale non è automaticamente una foto eccezionale! La fotografia è sempre irrimediabilmente infedele al suo soggetto, me ne sono reso conto 25 anni fa nella valle dell’Omo River in Etiopia, fotografando le etnie che li vivono. Mi sono reso conto che stavo “rifacendo” il lavoro che Angela Fisher e Carol Beckwith avevano fatto dieci anni prima. Loro avevano documentato, in modo serio ed elegante, le etnie del Sahara, del Maghreb, del Corno d’Africa; attraverso immagini rigorose che ci illustravano quelle popolazioni presentandoci i loro gioielli, abiti, le decorazioni corporali, le acconciature delle donne e degli uomini. Che senso aveva rifare queste immagini 10 anni dopo? Non si è “Fotografi” se si riproducono le stesse immagini già scattate da altri fotografi, senza attingere dalle proprie esperienze, senza una visione personale, se non si va oltre che al semplice click! Da quel momento in poi ho cercato le mie storie, il mio sguardo. La fotografia ha un senso quando trova soggetti davvero originali, quando è la narrazione della "propria, individuale percezione del mondo". Una possibilità della Fotografia sta nello svelare qualcosa di nuovo, di narrare qualche cosa di personale, di rivelatorio. Questa narrazione rappresenta il modo con cui l'autore può far conoscere la sua visione, e la via attraverso cui dare forma alla propria identità. Narrazione che non è mai il riportare “fedele” della realtà, in quanto la percezione di quest'ultima è soggetta all'interpretazione dell'osservatore. Ciò che è nella mia realtà è una selezione interpretativa della realtà. Non esiste una realtà universale ed un unico modo di percepirla; la realtà è relativa alla percezione che ognuno ha di essa e il suo significato è strettamente personale, sociale e culturale. Narrare rappresenta, quindi, un'operazione di consapevolezza in quanto equivale a costruire una propria visione di sé stessi e del mondo. Sono io come narratore che, nel momento in cui racconto qualcosa, opero una selezione, un’organizzazione del materiale disponibile.

Il più bel complimento? Der geschichten-erzahler: Il narratore di storie. E’ il titolo che il Capo Redattore della rivista tedesca fotoMAGAZIN Manfred Zollner, ha voluto dare ad un articolo sul mio lavoro.

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