Domenica, 13 giugno 2021 - ore 23.00

ANGOLO DEL DIALETTO CREMONESE (9) | Agostino Melega

MARA SOLDI MARETTI, LA FATA DEL DIALETTO CREMONESE

| Scritto da Redazione
ANGOLO DEL DIALETTO CREMONESE (9) | Agostino Melega

ANGOLO DEL DIALETTO CREMONESE (9) | Agostino Melega

MARA SOLDI MARETTI, LA FATA DEL DIALETTO CREMONESE

 La personalità poetica sulla quale ci soffermeremo oggi è la poetessa Mara Soldi Maretti (1931-1988), la “fata del dialetto cremonese”, la quale sembrava sempre sospesa fra una dimensione materiale e uno spazio più alto, più etereo, col suo fare, col suo agire, col suo proporsi leggera come l’aria, spinta dal vento della sua anima mai doma nel cercare il bene e di promuoverlo ovunque.

 Il suo era un nobile modo di amare il tempo a lei concesso dal destino e di cantare la vita, quella stessa vita che un giorno il fato brutale volle spezzarle, per una mortale frenata dell’auto che ella stava guidando, su una strada del milanese nei pressi di Melegnano, il 27 novembre del 1988.

  Ma il fato non è riuscito a frantumare e disperdere il suo canto, la sua voce, la sua poesia,   perché ogni qual volta l’attenzione dello sguardo  si deposita sulla sua scrittura poetica, Mara fa rivivere i battiti del suo cuore nel cuore del lettore, nel cuore di tutti noi.

  Mi sono chiesto più volte dove potessero essere individuate le radici della sua estetica letteraria. E mi son detto che forse la loro origine è situata nell’infanzia, quando all’età di undici anni dovette subire la separazione dei genitori e vivere le vacanze estive presso i parenti materni, a San Martino del Lago.

  Ed è qui infatti che la fanciulla Mara venne ad identificarsi con la natura circostante e ad immergersi nel fascino e nell’energia che il creato è in grado di trasmettere ad un animo sensibile, a fronte della disponibilità del fruitore a riceverne e comprenderne i messaggi variegati e profondi.

 Dopo la frequenza della scuola media, la maturità classica e il diploma magistrale, a diciannove anni, Mara intraprende la professione di maestra elementare, prima a Isola Pescaroli, poi a San Daniele Po, infine per venticinque anni nel circolo didattico di Casalbuttano.

 Nel 1953, poco più che ventenne, si sposa con l’agricoltore Ersilio Soldi e lo segue in cascina a Pieve d’Olmi, dove in pochi anni diviene madre di quattro figli: Demetrio, Paolo, Maria Grazia e Simona, per poi trasferirsi con la famiglia a Casalbuttano, dove a 39 anni avrà la quinta figlia, Anna, nel 1970.

  Per riassumere in un quadro di sintesi il suo agire in campo artistico, si può dire che Mara si è dedicata con successo a due forme artistiche: alla poesia, sia in lingua che in dialetto, e alla pittura.  

  Molti suoi testi  sono stati pubblicati su quotidiani e periodici e in volumi antologici, nel mentre la sua attività multiforme l’ha fatta approdare pure all’esperienza di compositrice di testi per canzoni dello “Zecchino d’Oro”, manifestazione canora promossa dall’Antoniano di Bologna, dove nel 1976 riuscì vincitrice.

 Nel 1985 pubblicò Prosit, un testo di pregio riguardante l’arte culinaria. Nello stesso anno, gli amatori del vernacolo le furono grati, con la possibilità di leggere la sua silloge dal titolo Ma pudarò màai dìite. Ma non potrò mai dirti (1966-1979), scritta in un dialetto di campagna, che – come scrive il critico di Casalbuttano Sergio Torresani – non ha molto da vedere (o ben poco) con la parlata del borgo della Torre della Norma.

LA FANTASIA DI MARA LEGATA ALLA VITA

             Mario Muner, commentando una poesia di Mara su Cento e un anno di poesia Cremonese, parla di “estroso vagabondaggio della fantasia”, ovvero di una fantasia pienamente risolta in poesia, in una sorta di lirismo dell’evasione, o “della fiaba”, in un’evasione - come indicano le parole ancora di Sergio Torresani – “che aiuta a vivere, perché la vita, nel cielo della fantasia, è piena soltanto di cose belle e pulite: senza male e senza dolore”.

 A testimonianza di quanto detto, andremo ora a leggere una lirica di Mara dal titolo “... E te sarèet pütéla (... E verrai bambina), dove nell’incanto dello sferruzzare di una madre giovanissima, ossia nella proiezione speculare della stessa Autrice, viene creata, come in un magico gioco, una scarpetta destinata ad accompagnare la crescita della figlia da poco nata, in una delicatezza di  movenze che impongono il ritmo binario del diritto e del rovescio proprio del lavorio a maglia.

 E questo avviene nel silenzio della neve che sta cadendo, avendo per compagno l’Autrice un gattino, dal pelo color fumo, che si diverte ad afferrare con le unghie il gomitolo che sta ruotando.  

  A questo quadro idilliaco si accompagnano nel contempo pensieri leggeri... E sogna la giovane madre il futuro dell’infante diventata bambina, con i capelli finissimi come ragnatele, e con i riccioli biondi, e gli occhi dai movimenti delicati e leggiadri al pari di quelli delle farfalle.

  Ed il pensiero si tramuta poi in sogno, nel prevedere nella bimba un cuore d’usignolo e la voglia di cantare, e quella di ballare sulla punta dei suoi piedini. Lo sferruzzare di Mara continua poi nel disegnare, insieme al movimento delle mani, il futuro della bimba, nel mentre il suo cuore di giovane madre pulsa d’amore e d’ammirazione per la piccola creatura.

  Scrive Renzo Bodana che questo è “un testo che sicuramente spiega i quadri tenui e dolci di Mara pittrice, dove le tinte, più che colori, sono soprattutto luce interiore. Scrittura splendida! Certamente fra le più belle e convincenti della poetessa”. E noi che possiamo aggiungere? Che siamo perfettamente d’accordo!

 

... E TE SARÉET PÜTÉLA

‘N indrìt ‘n invèers

‘n indrìt ‘n invèers...

I fèr i càanta cu’ i to dìit legéer,

la fiurìs na scarpìna

tà’me ‘n gióoch.

El cùr

el gamisél* de làana ròoša                      *il gomitolo

cu’i ùungi de’n menìin*,                           *di un gattino

el péel de föm*.                                          * fumo

E té, spùuša pütéla,

višìin a la finèstra

te gùcet* nel silèensi de la néef,             *fai la maglia

te nìnet* nel silèensi i to penséer            *culli

tèner e antìich

tà’me ‘l è antìich el céel.

 

“... e te sarèet pütéla,

cu’ i cavelìin fìin ‘me telamòori*              *ragnatele

e rìs e biùunt,

e ùc tà’me parpàje*.                                   *farfalle

E te gh’arèet el cóor de ‘n üšignóol

e vója de cantàa,

e vója de balàa ‘n d’ì pesulìin.

 

Inséma cantarùm mìla cansòon

e ridarùm per l’èerba tempurìida*             *l’erba mattiniera

e per i böt de’l sàles ingremìit*                   *i germogli del salice intirizzito

e per la prìma vióola de la brìna.

 

E vardarùm la néef sì balarìna*,                 *così ballerina

la löna de merlèt* insìma i cùp.                  *di pizzo

el sivetòon cu’j uciàai d’òor rutùunt

e il vùul de’l galavròon néegher e ciùch.

E cercarùm li stéli, li furmìighi,

la cà de’l ròsp, la cà de la fümàana

e la lòodula aléegra e svulandrìna*...             *pazzerella

El mùunt intùurno a té

el sarà na cüna.

 

‘N indrìt ‘n invèers...

Ùura per ùura

té, spùuša pütéla,

me divèentet céel,

dé dòpo dé

te divèentet niàal.

 

‘N indrìt ‘n invèers...

La téesta apèena cuciàada

la nìna penséer celestìin*.                                *culla pensieri azzurrini

 

La stàansa indurmèenta

in de’l grìis de la séera

la tàas tà’me céeša,

la lüüs de la to figürìna rutùunda*.                 *della tua maternità

E ‘l cóor el dilöma*                                              *si scioglie

in de’l rimiràate.

 

... E VERRAI BAMBINA. Uno dritto uno rovescio/ uno dritto uno rovescio.../ Gli aghi cantano sotto le tue dita leggere,/ fiorisce una scarpetta/ come un gioco./ Corre/ il gomitolo di lana rosa/ sotto le unghie di un gattino,/ il pelo di fumo./ E tu sposa bambina/ presso la finestra/ fai la maglia nel silenzio della neve,/ culli nel silenzio i tuoi pensieri/ delicati e antichi/ come è antico il cielo.// “... e verrai, bambina,/ con i capelli fini come fili di ragnatela/ e ricci e biondi,/ e occhi come farfalle./ Avrai il cuore di un usignolo/ e voglia di cantare/ e voglia di ballare nei tuoi piedini./ Insieme canteremo mille canzoni/ e rideremo per l’erba mattiniera/ e per i germogli del salice intirizzito/ e per la prima viola nella brina.// E guarderemo la neve così ballerina/ la luna di pizzo sopra i tetti/ la civetta con i tondi occhiali d’oro/ e il volo del calabrone nero e ubriaco./ E cercheremo le stelle, le formiche,/ la casa del rospo, la casa della nebbia/ e l’allodola allegra e pazzerella.../ Il mondo attorno a te/ sarà una culla”.// Uno diritto uno rovescio.../ Ora per ora/ e tu, sposa bambina,/ mi diventi cielo,/ giorno dopo giorno/ tu diventi nido.// Uno diritto uno rovescio.../ Appena coricata, la testa/ culla pensieri azzurrini.// La stanza addormentata/ nel grigio della sera/ conserva in silenzio come chiesa/ la luce della sua maternità./ E il cuore si scioglie nel rimirarti.// (Traduzione nostra).

 

I CURIOSI VOCABOLI DI MARA

 

In uno scandaglio filologico, il primo termine sul quale soffermarci nella poesia che abbiamo appena letto, è gamisél (gomitolo), derivante dal latino medioevale glomiscellum.

  Lo stesso termine con la frase fàa sö ‘n gamisél traduce in dialetto l’italiano “aggomitolare”.  

  Nel contempo la stessa identica espressione viene proposta linguisticamente come metafora nel senso di “incominciare una relazione”, nel mentre fàa šó el gamisél viene ad indicare l’intavolazione di un lungo discorso. Per altro verso, desfàa el gamisél viene a significare la rottura dei rapporti con una persona (specialmente tra fidanzati). Chiude il quadro dei riferimenti curiosi l’espressione te pàaret en gamisél rivolto a chi sta rannicchiato.

  Nella lirica di Mara incontriamo pure il verbo ninàa, ossia cullare. Ebbene per i giochi che ogni lingua sa offrire al proprio lessico, nel dialetto cremonese è presente il modo di dire ninàa la Vécia, ossia la metafora dal significato di adulare.

  Abbinato al termine telamòora, incontrato nella poesia appena letta, abbiamo nel mondo comunicativo dell’idioma cremonese un’espressione sferzante ed imperiosa nonché intrisa di maschilismo : tiràa šo le telamòore a na pöta, ossia far conoscere l’amore ad una donna non sposata.

  Abbiamo già incontrato nelle nostre disamine dei vocaboli dal significato molteplice, plurimo. Fra essi possiamo aggiungere il termine parpàja, usato da Mara nel senso comune di farfalla. Ma il Dizionario del dialetto cremonese (DDDC) aggiunge pure altri nessi metaforici, uno dei quali è riferito alla donna dai costumi leggeri ed un altro alle orecchie “volanti”: parpàje a svèentula.

 Mentre al fiocco di neve può essere attribuita l’immagine di parpàja de néef, ossia della neve che vola come una farfalla. Una dicotomia di significati si può avere col termine svulandrìna, con il quale si può intendere pure una donna dai facili costumi.  Un ultimo dettaglio lo riferiamo al verbo dilümàase, che il DDDC traduce con spegnersi, ossia consumarsi lentamente, che noi però non abbiamo usato nella trascrizione in italiano preferendo il verbo “sciogliersi”. 

 

LE IMMAGINI FAVOLOSE DI MARA

            Favolose sono le tante immagini specchiantisi nell’anima di Mara che abbiamo attinto dagli intensi versi che ha scritto. La forma poetica che determina questo aspetto trasforma tali riferimenti iconici in una chiave di lettura lieve e trasparente. “Allora il fiore, l’albero, la luna, le stelle – scrive Sergio Torresani – diventano simboli di salvezza, di una felicità che sta dentro e fuori le cose, dentro perché nasce con loro, fuori perché la fantasia corre lontano, là dove le stesse cose vivono incorrotte”.

  Ed è veramente magica l’immedesimazione, l’identificazione, la proiezione del proprio sé da parte di Mara, in una creatura non umana, come nel caso della frugale cicala, in un rapporto d’assimilazione poetica che è riscontrabile pienamente nella lirica intitolata Mé, la sigàla (Io, la cicala). Lei e la cicala sono la stessa cosa e cantano i giorni donati loro dal destino, l’una specchiantesi nell’altra.

 

MÉ, LA SIGÀLA.

Càanta, sigàla, càanta: j è i to dé.

La vùus l’è vàalta, l’ànima prufùunda,

celèst el céel e véerda la speràansa.

Càanta, sigàla, càanta: j è i to dé.

 

Nuéla tà’me ‘l vìin el dé d’i mòort,

fréesca ‘me l’àaqua che gh’è in fùunt a ‘l pùs

dùa se spécia la löna stimüsìna,

fòorta ‘me la speràansa che te mèt

‘sì tàanta vùus in gùla e ste gràn vója

de sigütàa a cantàa, la me sigàla!

 

Sarà fóorse perché l’ è primavéera...

Gh’è fiurìit la mügnàaga atàch a’l müür,

la parpàja* la bàla, stüpidéla                                    *la farfalla

(töti i la sà che la gh’à nièent in còo...)

La vùus de la rundàana la se pèert

in de ‘n céel che te ‘l tùchet cun en dìit,

tàan ‘l è višìin e ciàar e ròoša e bèl.

Dumàan l’è féesta e töti j è cuntèent.

Càanta, sigàla, càanta: j è i to dé.

 

E pàsa j àn. Nòo, vàarda mìia indrée.

Màai. Sàara sö j ùc, pütòst.

Vàarda denàans e tàas, la me sigàla.

Epüür gh’è töt ‘me prìma, e la parpàja

la bàla, stüpidéla, insìma ‘i fiùur*,                         *ai fiori

sèensa savìi ‘l perché.

(Töti i la dìis che la gh’à nièent in còo)

 

Vèen séera insìma a l’èera,

e tùurna a cà i pütéi

che j éera endàt a vióoli.

Ma ‘l céel ‘l è cušé frèt, cušé luntàan...

E vòoltete mìia indrée, la me sigàla.

 

Càantet amò? Ma sé, pianìin pianìin.

E la vùus la se léeva sütilìna,

la trèma, la se incàanta...

la và adrée a la parpàja en mumentìin,

pò la se smòorsa tà’me na candéela.

 

La cansòon l’è finìida. Tàas de lé.

Crìida, sigàla, crìida: j è i to dé.

 

IO, LA CICALA. Canta, cicala, canta: sono i tuoi giorni./ La voce è alta, l’anima profonda,/ celeste  il cielo e verde la speranza./ Canta, cicala, canta: sono i tuoi giorni.// Novella come il vino il giorno dei morti,/ fresca come l’acqua che c’è in fondo al pozzo/ dove si specchia la luna vanitosa,/ forte come la speranza che ti mette/ tanta voce in gola e questa grande voglia/ di continuare a cantare, la mia cicala!// Sarà forse perché è primavera.../ E’ fiorito l’albicocco vicino al muro,/ la farfalla balla, stupidella/ (tutti lo sanno che non ha niente nella test...)./ La voce della rondine si perde/ in un cielo che tocchi con un dito,/ tanto è vicino e chiaro e rosa e bello./ Domani è festa e tutti sono contenti./ Canta, cicala, canta: sono i tuoi giorni.// E passano gli anni. No, non guardano indietro./ Mai. Chiudi gli occhi, piuttosto./ Guarda davanti e taci, la mia cicala./ Eppure è tutto come prima, e la farfalla/ balla, stupidella, sopra i fiori,/ senza sapere il perché./ (Tutti lo dicono che non ha niente nella testa.)// Viene sera sopra l’aia,/ e tornano a casa i bambini/ che erano andati a viole./ Ma il cielo è così freddo, così lontano.../E non voltarti indietro, la mia cicala.// Canti ancora? Ma sì, pianino pianino./E la voce si alza sottile,/ trema, si incanta.../ segue la farfalla per un momento,/ poi si spegne come una candela./ La canzone è finita. Taci./ Piangi, cicala; piangi: sono i tuoi giorni.//.

1221 visite

Articoli correlati

Petizioni online
Sondaggi online