Domenica, 17 novembre 2019 - ore 16.43

Cremona laica e repubblicana ha celebrato il 149° della liberazione di Roma

Come annunciato, nel pomeriggio di venerdì 20 si è svolta nel Cortile Federico di Palazzo Municipale la rievocazione celebrativa del 149° anniversario della presa di Porta Pia. Che da sempre è assunta come gesto simbolico della liberazione di Roma dal potere papista e dell’unità geopolitica della nazione italiana.

| Scritto da Redazione
Cremona laica e repubblicana ha celebrato il 149° della liberazione di Roma Cremona laica e repubblicana ha celebrato il 149° della liberazione di Roma

Come ogni anno, anche nel corrente 2019 che anticipa il 150° corrente l’anno venturo, l’iniziativa, organizzata da Comunità Socialista, Partito Repubblicano Italiano, Radicali, Partito Democratico, Associazione Mazziniana, Associazione Zanoni, L’eco del Popolo, A.N.P.I., i cui rappresentanti hanno partecipato alla manifestazione, ha, ancora una volta, avuto il patrocinio del Comune di Cremona.

Tommaso Anastasio, coordinatore della Comunità Socialista, ha aperto gli interventi, ricordando la sollecitudine di Mario Coppetti nei confronti di una ricorrenza inserita saldamente nell’agenda celebrativa delle istituzioni e dell’associazionismo politico laico e democratico.

Sono poi intervenuti nell’ordine il Presidente del Consiglio Comunale, Paolo Carletti, la Consigliera Comunale Stella Bellini, il Sindaco Galimberti.

Di tali contributi forniamo una sintesi.

Carletti ha esordito affermando che il 20 settembre è sempre di attualità. Pensiamo alla carica dei Bersaglieri, i quali combattevano contro quello che per loro era un'idea medievale di politica e di costruzione dello Stato. Un'idea in qualche modo di cui si impediva l'autodeterminazione dei singoli e l'autodeterminazione anche delle libere associazioni. E allora come non porre mente a chi oggi utilizza il rosario per presentare le stesse medesime idee per portare i medesimi pregiudizi per andare a rimpolpare le fila proprio del pregiudizio anti democratico e contro l'autodeterminazione dei singoli. Non c'è momento migliore per vedere questo. Noi ritenevamo che quello fosse il pregiudizio in qualche modo che quello fosse il pregiudizio. Attenzione perché c'è ovunque. Qui ci sta insegnando il Sindaco, nato e cresciuto in un ambiente cattolico, che il 20 settembre è lontano da ogni pregiudizio di quel tipo. Perché c'è modernità e qualità in ogni 20 settembre. Per questo ringrazio la fascia tricolore del nostro sindaco.

Arch. Stella Bellini: Vorrei fare in questa occasione di emozione perché stiamo ricordando in Pagliari una persona che ha dato la propria vita per i valori in cui credeva. Attraverso la breccia come si diceva giustamente prima si voleva abbattere qualcosa che era vissuto come medievale, mostruoso oscurantismo Che nell'Italia di oggi purtroppo perdura nella negazione dell'autodeterminazione della persona. Perdura nell'orrendo scempio che si è fatto dei simboli religiosi, utilizzandoli per bieche politiche. Che poi negano la sopravvivenza a persone che sono costrette a migrare, ad esempio. Quindi il nostro impegno di persone profondamente libertarie e democratiche, come diceva il nostro sindaco, è quello di coalizzarci, perché ci siano ancora delle brecce, perché la democrazia utilizzi queste brecce per evolversi per avere una società sempre migliore, perché l'oscurantismo l'inquisizione (la chiesa di San Domenico è stata distrutta ed è stato un vero scempio architettonico, però lì c'era l’inquisizione). Ma i patrioti hanno abbattuto quella e con la breccia di Porta Pia, simbolicamente, noi vogliamo abbattere l'inquisizione e l'oscurantismo. Non il cattolicesimo illuminato e il sano amore per la democrazia e per la libertà che tutti i presenti rappresentano nel migliore dei modi e per il quale tutti noi lottiamo tutti i giorni.

Il [Sindaco Galimberti per primo ha ringraziato per le parole del Presidente del Consiglio Comunale Paolo Carletti. Che tra l’altro sta portando davvero la sua esperienza all’insegna del rispetto profondo delle istituzioni che nasce dalla sua storia, dalla storia di molti di voi e di noi. Quindi va a lui un ringraziamento profondo anche per un legame di amicizia. Penso che abbia colto un punto chiave, cioè il tema che pone questa data è di cosa vuol dire uno stato laico. Che cos'è? Penso sia un grandissimo tema da approfondire. Ma io penso che ci sia una cosa che va ridetta con molta forza: uno Stato laico è uno Stato dentro il quale la coscienza di ognuno con la sua storia originale, proviene da culture diverse, si interroga su come rapportarsi alla coscienza degli altri per costruire una storia comune. Non negando il proprio percorso, non negando le proprie opinioni, mettendole a confronto con quelle degli altri. Non negando la propria cultura, ma mettendola a confronto con quella degli altri. Il grande tema che ci consegna la breccia di Porta Pia è come è possibile costruire una democrazia che non viva solo dall'esercizio del voto, pure momento essenziale e fondamentale, conquista straordinaria sicuramente dei popoli, ma una democrazia che viva durante l'esercizio di un voto ed il successivo e viva attraverso un’opinione pubblica, una capacità culturale di dialogo, anche di sconto che sappia arrivare ad una elaborazione di pensiero condiviso, cioè una società che accetti la relatività dei valori. Non il relativismo. Ogni ismo è qualche cosa che non va. La relatività dei valori. Ma la reattività dei valori presuppone che ci sia il desiderio di costruire e ricostruire ogni volta una elaborazione condivisa valoriale. Una scelta di priorità che non è dato una volta per tutte da un catalogo di valori o di priorità che qualcuno detta e gli altri si assoggettano a questo; ma nasce da una coscienza collettiva fatta dalle coscienze delle persone che definiscono periodo per periodo, di volta in volta sulla base di alcuni concetti fondamentali. Quali sono priorità secondo cui la società può erigersi. Questa è una questione democratica fondamentale ed io trovo che questo sia forse il senso più profondo della laicità dello Stato. La capacità di costruire dentro la relatività dei valori un percorso di elaborazione condivisa. Prendere la relatività dei valori come straordinarie opportunità per dirsi: “bisogna costruire di volta in volta percorsi che definiscano priorità valoriali”.

Al termine della manifestazione i partecipanti hanno reso omaggio alla figura centrale di questo avvenimento, che fu il cremonese Giacomo Pagliari. La cui testimonianza è riassunta nell’epigrafe marmorea posta sulle storiche mura del Municipio. Che recita: “Giacomo Pagliari, ucciso a Porta Pia di Roma il giorno 20 settembre 1870 nel combattimento che fu l’ultimo ad atterrare una dominazione sacerdotale non voluta da Cristo e condannata dalla ragioni della storia”.

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La cronaca dell’evento è propizia per una riflessione sul valore, nella temperie attuale, dei grandi impulsi e nei grandi ideali che orientarono, un secolo e mezzo fa, la scesa in campo delle migliori testimonianze civili allo scopo di far compiere un passo decisivo al completamento politico e statuale del processo risorgimentale. E, se non è poco, di incardinare nevralgici passaggi destinati a concretizzarsi in tempi lunghi, ma forieri di precondizioni fondamentali.

La vulgata prevalente ha affidato per decenni lo stereotipo dell’aggressione esterna ad un libero stato, quello papista, che incorporava un attacco alla libertà religiosa. In realtà, quello stato papista costituì per secoli (unitamente alle altre entità reazionarie) una coartazione permanente al pieno dispiegamento della liberaldemocrazia in un’entità geopolitica, lasciata divisa per secoli, nonostante la forte identità di lingua, di cultura, di tradizione.

Il potere cosiddetto “temporale” del Vaticano era, giunto, come rilevano illuminanti approfondimenti storiografici recenti, alla canna del gas da ogni punto di vista. Non ultimo la condizione di default patrimoniale e finanziario.

Gli indotti della breccia non sarebbero stati, come anticipato, immediati (come è tradizione nei processi storici che in Italia sono fatti di pochi rettilinei ma di molti tornanti).

Già nell’impresa di unità nazionale erano palesi le divaricazioni tra l’impulso che animava la trazione anteriore della conquista territoriale e la grande idealità del Risorgimento.

La convergenza delle due parallele, come direbbe, Moro sarebbe avvenuta sul terreno della real politik; ma non sempre sarebbe stata trasparente e quasi mai feconda per un’unificazione nazionale ispirata dai fermenti suscitati dai movimenti politici, sociali, culturali e filosofici della seconda metà dell’800.

Indubbiamente, le radici della progressione che porterà alla spallata allo Stato pontificio sono rinvenibili nel generoso ma sfortunato tentativo anticipatore della (seconda) Repubblica Romana del 1849. La cui Carta avrebbe fortemente orientato la successiva Carta Repubblicana di un secolo dopo.

Tra un anno cadrà il 150° anniversario, la cui celebrazione dovrà assicurare una riflessione storica molto impegnativa. Già sin d’ora appare evidente ed ineludibile lo sforzo di leggere le vicende italiane di questo secolo e mezzo, articolate nel rapporto tra potere politico-istituzionale e sfera religiosa, in un ottica meno evasiva. A cominciare dalla testimonianza discendente non già dal test sulle prove offerte dallo strumento concordatario, bensì tout court dalla battaglia decisa in direzione del totale e definitivo superamento dei vincoli pattizi.

Non già come reiterazione di un pregiudizio di ispirazione ateistica o peggio di una tardiva pulsione antireligiosa; bensì come doverosa presa d’atto delle conseguenze di una progressione delle consapevolezze che orientano sempre più a situare la libera professione spirituale nello stretto ambito individuale.

Sono trascorsi trentacinque anni dalla revisione concordataria del 1984, che fece interpretare, in certi ambienti laici e socialisti, il fatto come una avanzamento riformista. Se qualcosa mutò, si trattò di aggiustamenti di ordine “tecnicistico”; rispetto all’intelaiatura che regola la separazione del potere politico-istituzionale e la sfera religiosa. Che resta, nonostante o forse per effetto del montante processo di scristianizzazione, fortemente ancorata all’impulso di fornire un’offerta più temporale che spirituale.

Sembra di vedere in non stop un vecchio film. Non siamo più al Decreto del Santo Uffizio del 1 luglio 1949 (con cui si statuivano le scomuniche). Ma non è possibile derubricare a livello di sine cura, più che il costante collateralismo, la tenace invadenza nella sfera del riformismo civile.

In Italia, le acquisizioni introdotte nei paesi più avanzati decenni addietro, sono approdate in grave ritardo, sono state formulate in modo da favorire la disapplicazione, sono costantemente sotto la spada del disfattismo, motivato alla luce dell’obiezione di coscienza.

I nostri lettori sanno di che parliamo. Ci limitiamo alla legge 194 dell’aborto, la cui applicazione, già a partire dagli albori, è, paradossalmente, diventata proibitiva nel tempo. In tal senso, rendiamo merito (noi che in nessun modo ci faremo una ragione della sua leadership alla testa del PD) allo Zingaretti governatore laziale per l’introduzione di concorsi riservati a medici non obiettori (che, come è noto, costituiscono a livello nazionale una minoranza, fino al punto da rendere impraticabile l’accesso ad un diritto garantito dalla Costituzione).

Oltre alle riforme civili snaturate e disapplicate, sta di fronte a noi un orizzonte di ritardi e di resistenze su temi irrinunciabili, come la palese violazione dell’Art. 32 della Costituzione “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”. Noi aggiungiamo: neanche a “trattamenti” che in realtà configurino inutili e fors’anche dolorose ed umilianti pratiche “conservative”. E neanche a trattamenti che si pongano l’impedimento tout court delle determinazione del fine vita, che costituisce, specialmente in condizioni di estreme criticità fisiche e psicologiche (patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili, in soggetti capaci di prendere decisioni libere e consapevoli, sopravvivere solo attraverso trattamenti di sostegno vitale) una prerogativa del libero arbitrio.

Lamentiamo da uomini di sinistra, profondamente laici, la totale latitanza del maggior partito dell’area, il PD, che, nonostante abbia recentemente avuto importanti ruoli di governo e congrue rappresentanze parlamentari, non ha cavato il proverbiale ragno dal buco. Con il risultato di favorire l’inerzia del Parlamento e l’affidamento della castagna bollente alla Consulta. Scrive il direttore della testata telematica socialista ADL: “In nome della “libertà” non si può astrattamente praticare una sorta di neutralismo di fronte al suicidio. Ma in nome della “vita” non è astrattamente lecita la tortura. Occorre individuare un punto di equilibrio ragionevole, tenendo ben presente l’articolo 32 della Costituzione. Ora, se il Parlamento italiano, in tutt’altre faccende affaccendato, non riesce a trovare il coraggio d’occuparsene, bene farà la Consulta a riempire il vuoto normativo”.

Di nostro aggiungiamo a quanto sopra che non ci fa tremare il polso l’idea di rivendicare anche il diritto eutanasico.

Ma, come è evidente nei contesti attuali mortificanti per la qualità del lavoro legislativo, è in fase di reclutamento l’armata antiriformista e l’alzata di scudi d’Oltretevere. Con la scesa in campo anche di quel Francesco, che lo stereotipo della sinistra rinunciataria e, diciamolo pure, anche un po’ fellona, ha fatto assurgere a campione di una sinistra mondiale. Che secondo noi ha smarrito i collegamenti col riformismo-gradualismo e, soprattutto, con la centralità dei temi etici e dei diritti civili. (E.V.)

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