Lunedì, 21 settembre 2020 - ore 13.59

I timori di una seconda ondata in Europa

| Scritto da Redazione
I timori di una seconda ondata in Europa

La Spagna è alle prese con una nuova ondata di contagi. Il Regno Unito impone la quarantena a chi torna da aree ad alto rischio, nuovi focolai vengono registrati nell’est Europa, mentre Francia e Germania adottano misure per aumentare l'uso delle maschere negli spazi pubblici: il vecchio continente assiste ad una moltiplicazione dei casi di Coronavirus che rinnovano i timori per l’arrivo di una ‘seconda ondata’. I problemi sono gli stessi un po’ per tutti: come fare per mantenere attiva l'economia, salvare il salvabile nel turismo, riaprire le scuole a settembre e consentire all'agricoltura, che necessita di manodopera straniera, di andare avanti senza riaccendere l'epidemia. Anche l’attesa ci accomuna: quella per un vaccino che consenta, finalmente, di mettere via le mascherine.

Non rassicurano le ultime dichiarazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) secondo cui la pandemia di Covid-19 sarà “un’unica grande ondata, non un’epidemia stagionale che andrà su e giù”. Lo ha spiegato Margaret Harris, portavoce dell’organizzazione, mettendo in guarda dal pensare alla pandemia “in termini di ondate”, perché il Covid-19 non si comporta come l'influenza che tende a seguire l'andamento delle stagioni: “La cosa migliore è appiattirla e trasformarla in qualcosa che sfiori appena i nostri piedi”. Harris ha ribadito che per contrastare efficacemente il virus è necessario rispettare le raccomandazioni: “distanziamento sociale, lavaggio frequente delle mani, utilizzo della mascherina nei luoghi chiusi”. Intanto, il bilancio della pandemia a livello planetario ha superato i 16 milioni e mezzo di contagi, causando oltre 650mila morti.

Il primo paese in Europa per cui si è cominciato a parlare di una ‘seconda ondata’ è la Spagna, il secondo stato con più casi accertati di contagio, dopo il Regno Unito. Dopo un calo dei casi quotidiani a fine giugno, la curva ha cominciato a risalire a metà luglio arrivando a toccare quasi mille nuovi infetti quotidiani, la metà dei quali in Catalogna, dove la Generalitat è tornata a chiudere discoteche, bar e locali notturni. In particolare, a preoccupare, sono i dati provenienti da alcune aree specifiche come ad esempio Aragona, Navarra e Catalogna. Per questo altri paesi europei, tra cui il Regno Unito, hanno deciso di imporre la quarantena per i viaggiatori provenienti dalla Spagna mentre Francia e Germania hanno sconsigliato ai propri cittadini di recarsi nelle regioni della penisola considerate più a rischio. Molti turisti di conseguenza hanno scelto altre destinazioni per le loro vacanze, nonostante in altre aree della Spagna i contagi registrati siano stati pochi e senza recenti ed evidenti aumenti. Preoccupa anche la situazione nei Balcani con Romania, Serbia e Bosnia sorvegliate speciali. In aumento anche i casi in Belgio, ad Anversa che la settimana scorsa ha registrato il 47% in più delle nuove infezioni. Intanto in Germania sono stati registrati 633 nuovi casi nelle ultime 24 ore. “Siamo nel mezzo di un rapido sviluppo della pandemia”, ha ammesso il direttore dell'Istituto Robert Koch (Rki), Lothar Wieler, esortando la popolazione al rispetto delle norme sul distanziamento sociale e a indossare le mascherine anche all’aperto, se non si riesce a mantenere una distanza di 1,5 metri.

Se la prima fase dell’epidemia ha insegnato qualcosa è che la diffusione del virus va circoscritta e controllata: per questo molti paesi stanno adottando misure di “smart lockdown”, chiusure circoscritte nelle aree più a rischio, test diagnostici più frequenti e un’individuazione più veloce dei contagiati grazie alle app di contact-tracing. La Commissione Europea ha messo nero su bianco delle linee guida come la somministrazione di vaccini anti-influenzali a tappeto, investimenti economici sulla sanità pubblica e potenziamento delle terapie intensive. Per prepararsi meglio all'autunno, la Commissione ha chiesto ai paesi di eseguire prove di stress sui sistemi sanitari e sulle case di cura, di segnalare quali sono le loro esigenze in termini di dispositivi di protezione e dispositivi medici e i livelli delle loro attuali scorte. L’obiettivo è attivare una risposta coordinata che limiti, al massimo, l’insorgenza di nuovi focolai. Tra i problemi che le istituzioni europee si trovano a fronteggiare c’è però la mancanza di dati comparabili – dovuta ai diversi metodi di calcolo utilizzati negli stati membri – che rendono più difficile una valutazione complessiva sullo stato dell’epidemia nel continente.

“Non è il momento di abbassare la guardia – ha avvisato Stella Kyriakides, commissario Ue alla Salute – dobbiamo sfruttare quest’estate per prepararci ed evitare di avere un déjà vu in autunno”.

Intanto prosegue a ritmi serrati in tutto il mondo la ricerca di un vaccino che riesca a debellare il virus responsabile della pandemia. Se il presidente americano Donald Trump sta mettendo il turbo alle case farmaceutiche americane per averlo – anche come arma elettorale – prima di novembre, da Mosca a sorpresa, Putin annuncia che la Russia comincerà a produrlo già dal 10 agosto. Ma dato che nessun dato sui test effettuati è stato ancora diffuso, al momento è impossibile verificarne in maniera indipendente la sicurezza o l’efficacia. Incoraggianti sarebbero invece i risultati di un vaccino sviluppato da Moderna, un’azienda di biotecnologie statunitense, e pubblicati sulla rivista scientifica New England journal of medicine. Somministrato a un gruppo di primati, il vaccino non avrebbe evitato l’infezione, ma avrebbe contribuito a limitare la carica virale negli esemplari vaccinati. Nella corsa al vaccino per il Covid-19 anche l’Italia fa la sua parte: Il vaccino realizzato dal colosso farmaceutico AstraZeneca, in collaborazione con l'Università di Oxford, ma realizzato materialmente a Pomezia, avrebbe dato i primi importanti risultati ma non ha ancora completato la sperimentazione. Nell’attesa, l’Italia ha sottoscritto un contratto – insieme a Francia, Germania e Olanda – per l’approvvigionamento a livello europeo di 400 milioni di dosi. Anche se in molti ritengono che per ultimare la sperimentazione e superare le tre fasi di trial necessarie, non si arriverà alla distribuzione prima della fine dell’anno solare e l’inizio del 2021.

Di Matteo Villa, Research Fellow ISPI Migration Programme

 

"Trascorsa la prima ondata e riaperte le frontiere, in molti pensavano che l'estate avrebbe rallentato il virus tanto da permetterci di trascorrere vacanze serene. L'aumento dei casi nel sud degli Stati Uniti avrebbe già dovuto metterci in guardia. E se è vero che i casi possono aumentare anche perché migliorano le capacità di testing, il rapido aumento dei decessi in USA delle ultime tre settimane dovrebbe farci capire che il pericolo è reale. Insomma, riaprire era necessario. Quello che manca, talvolta, è la prudenza".

 

 

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A cura della redazione di  ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca,  ISPI Advisor for Online Publications)

 

 

FONTE BUONGIORNO SLOVACCHIA

 

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