Domenica, 25 luglio 2021 - ore 02.15

Il punto di Arnaldo De Porti su chiesa, matrimonio e divorzio

Di seguito, tre articoli di Arnaldo De Porti che approfondiscono la questione

| Scritto da Redazione
Il punto di Arnaldo De Porti su chiesa, matrimonio e divorzio

La cecità della chiesa di oggi. Perché i divorziati conviventi non possono accedere ai sacramenti? Perché i preti non si sposano? Da diversi anni vado ripetendo, spesso inimicandomi il Clero, che la Chiesa è a una svolta pericolosa se non rivede con urgenza il suo atteggiamento di chiusura verso una società che cambia ogni giorno, ora per ora. Al suo interno sono cambiate sì diverse cose, allo scopo, forse inutile, di mantenere le sue posizioni, tanto che i preti hanno finito per abbandonare anche l’abito talare a favore di un abbigliamento più comodo, peraltro molto spesso privo di alcun segno di appartenenza alle istituzioni religiose, ma hanno determinato solo qualche perplessità negativa presso gli anziani, giacché, anche girare l’appostazione del celebrante in direzione dei fedeli e cambiare la celebrazione della Santa Messa dal latino all’italiano, non sono sembrate certo iniziative foriere di qualche apprezzabile risultato, almeno a mio avviso. La Chiesa quindi, “inventandole tutte” pur di aggregare il popolo di Dio, finisce sempre – almeno da ciò che si vede - per ottenere l’effetto contrario, specie nei grossi centri. Si calcola infatti che il popolo dei cosiddetti “fedeli” sia dimezzato rispetto a soli vent’anni fa, mentre quelli che sono rimasti pare abbiano attenuato di molto il senso religioso tanto da considerare le funzioni religiose una specie di “cosa diversa” dalla routine quotidiana, una specie di riempitivo “che male non fa” dei giorni festivi. Ma il senso religioso dov’è? Non voglio, da cristiano, remare contro questa istituzione che sicuramente, fra i suoi compiti, ha anche quello di essere di aiuto spirituale a coloro che si trovano in difficoltà, salvo poi chiudere loro la porta in faccia quando questi “bisognosi” siano dei separati o dei divorziati, al punto da considerarli cristiani di serie B a cui si vieta persino di accedere ai sacramenti, ma vorrei semplicemente dare un contributo di pensiero affinché la Chiesa si rinnovi, pena la sua stessa sopravvivenza a breve. Le altre religioni, a cui il Santo Padre ha chiesto collaborazione attraverso l’ultima enciclica, Fides et ratio, a mio avviso, continuano a far sempre più proselitismo a danno della nostra religione: i musulmani ormai sono una realtà che, per certi versi, dovrebbe far riflettere a voce altissima! C’è da chiedersi perché il Santo Padre l’abbia scritta se non per fronteggiare anche questo serio problema! Invece la Chiesa continua a fare discriminazione fra cristiani sposati e divorziati, senza tener conto che, al giorno d’oggi, le coppie che si separano hanno raggiunto percentuali vertiginose; la Chiesa vuole che le coppie arrivino “vergini” al matrimonio quando è stato appurato che ciò non è mai successo salvo in casi eccezionali; vuole insegnare le regole matrimoniali quando non ha alcuna competenza in materia in quanto i preti, almeno in Italia, ancora non hanno avuto l’autorizzazione a sposarsi; vuole incrementare le vocazioni e la stampa, proprio in questi giorni, parla di nessuna vocazione a Venezia e in altre città italiane. Concludo brevemente dicendo che, se nell’arco di pochi anni la Chiesa non si sarà rinnovata anche dal punto di vista dei riti, ormai superati ed obsoleti, evitando altresì le attuali discriminazioni fra gli stessi cristiani come detto poco fa, consentendo a breve agli operatori del culto di contrarre matrimonio in nome di quelle regole anche fisiologiche di cui la natura, creata da Dio, ha fornito l’intero scibile umano, non solo saranno guai per la nostra Chiesa, ma si continuerà anche a sentire quelle notizie che è meglio non citare. Questo, a mio avviso, è un modo chiaro e coraggioso di affrontare i problemi, nell’interesse di tutti i cristiani di questo mondo.

La chiesa e i divorziati L’argomento è senz’altro destinato a sollevare un giusto e attuale dibattito non soltanto fra i lettori, ma anche e soprattutto in seno al Clero che, almeno a mio avviso, non sta attraverso un momento felice: vocazioni in forte calo, affluenza sempre più ridotta alla Messa domenicale e persino difficoltà a tener in piedi i luoghi di culto, tanto che taluni pensano di far pagare una tassa per entrare in certe Chiese. Non penso di ossidare i miei buoni rapporti con la Chiesa terrena dicendo che essa ha assoluto bisogno di una rivisitazione al suo interno, con riferimento alla realtà sempre più numerosa, e in costante aumento, del popolo dei divorziati. Per questi ultimi, infatti, non è possibile accedere ai sacramenti, in primis a quello della Comunione, in quanto si andrebbe contro al principio dell’indissolubilità del matrimonio. Ebbene, io credo che la prima sacra istituzione a essere vittima del divorzio, seppur diverso rispetto a quello di cui mi accingo a parlare qui di seguito, sia proprio la Chiesa che, giorno dopo giorno, vede rarefarsi il rapporto con i fedeli che “divorziano” appunto dalla frequentazione dei riti di precetto. Andrebbe ricordato che, forse in maniera discutibile, la Chiesa accetta però il divorziato in Chiesa quanto questi deve passare ad altra vita… E allora mi chiedo se esistono sacramenti più elastici da interpretare… A chi più non lo ricorda, rammento che i sacramenti sono sette: Battesimo, Cresima, Santa Eucarestia, Penitenza, Estrema Unzione, Santi Ordini e Matrimonio. Domanda: «Se al divorziato si nega la Santa Eucaristia, alias la comunione, perché non gli si nega allora anche l’estrema unzione che fa pur parte dei sette sacramenti?». Non vorrei sentirmi rispondere che la Chiesa non può esimersi dal portare l’estrema unzione in quanto essa è sinonimo di carità, misericordia e perdono. Se questa fosse infatti la risposta, a mio avviso si correrebbe il rischio di dare una valenza diversa ai predetti sacramenti: la predetta triade costituita dalla carità, dalla misericordia e dall’amore, sembra, nel caso di specie, non prevedere gli stessi effetti riconducibili all’unico denominatore comune del perdono. Che poi, a un divorziato, cosa si deve perdonare se il matrimonio è stato un fallimento, magari per colpa dell’altro? Io penso che la Chiesa debba al più presto fare un po’ di revisionismo sotto questo aspetto, non dico andando contro al principio dell’indissolubilità del matrimonio, ma prendendo in seria considerazione alcune situazioni alla luce del tempo attuale. La Chiesa errante, in continuo movimento, insegna infatti che Cristo è in tutti i sacramenti nella sua veste di Dio vero, di uomo che sbaglia e si corregge, di risorto, di vivente e vivificante. E allora, perché non sviluppare questi profondi concetti in direzione della vita? Voglio dire, magari con qualche pensiero irriguardoso, che la Chiesa finora ha sempre trovato un linguaggio volto a “giustificare” tante situazioni, anche al suo stesso interno. Perché non lo trova anche in questo? Come si risolve il problema di chi, divorziato, vuole risposarsi, magari con chi, avendone in diritto, vuole sposarsi in Chiesa? La Chiesa non gli/le risponderà mica che l’avente diritto non può sposarsi con un divorziato. Sono certo, da sprovveduto di diritto canonico, e senz’altro anche dal punto di vista evangelico, di aver detto diverse cose sindacabili, così come sono altrettanto certo però che questo problema debba essere risolto senza alcun indugio, pena due tipi di divorzio: quello con la Chiesa e l’altro nella sua vera accezione. Mi piacerebbe avere un cenno sull’argomento, magari prudentemente anticipatore in direzione… “rivoluzionaria”, anche da parte dello stesso Clero, che ringrazio sin d’ora.

Quanto durerà la chiesa ancora? Vent’anni? Forse meno? Che la Chiesa stia passando una fase assai critica non ci piove, almeno con riferimento alle vocazioni, sempre più rare; circostanza quest’ultima che costringe i vescovi persino a centellinare i servizi dei vari parroci, sdoppiandoli fra varie parrocchie e, da ultimo, eliminando persino, qui da noi, le Messe prefestive del sabato sera, a partire da dopo l’Epifania 2007. Io penso che farsi domande simili sia più che legittimo, anzi doveroso, da parte di un cristiano. Perché succede tutto questo? Perché certi Ministri della Chiesa sembrano meno “fermi” rispetto ai dogmi ecclesiali? In questi giorni si parla di matrimonio possibile dei preti, ci sono Vescovi che ormai hanno già rotto questo tabù, c’è anche chi, scherzosamente, dice che in nome della “par condicio”, potrebbero sposarsi anche le suore, ci sono poi preti che, lontani dai palazzi ecclesiastici, faticano a esercitare il loro ministero in quanto lasciati “soli” dal potere spirituale centrale che, in questa sorta di “competizione” religiosa, ha altri grattacapi da risolvere a livello mondiale, con ripercussioni negative e pericolose per il Cristianesimo. Islam docet! Una volta le chiese erano aperte tutto il giorno, ora la stramaggioranza di esse sono chiuse tutto il giorno, per poi riaprire qualche minuto prima delle funzioni religiose; si dice, a causa anche della crescente delinquenza. Che fare? Che dire? Di questo passo c’è da supporre che fra una ventina d’anni, forse anche meno, non ci siano più preti mentre le chiese potrebbero diventare dei musei a pagamento. Qualche accenno a questo esiste già nelle città d’arte. E il dato è incontrovertibile se comparato con i precedenti venti-trent’anni. Le chiese oggi si riempiono solo in occasione di funerali o matrimoni importanti. Ma in questi “en plein” esiste davvero un input da spirito religioso o non dipenderà piuttosto da interessi vari che nulla hanno a che vedere con il Cristianesimo, come ad esempio, il farsi notare in occasioni importanti, non escluso nelle officiature funebri, o per paura della morte che capiterà anche a ciascuno di noi e che vorremmo magari fosse officiata alla stessa stregua di chi si accompagna in quel momento, magari come prova anticipata del nostro funerale? Io penso che questo stato di cose non dipenda dal cristiano e neanche dai preti, ma da un nuovo modello di vita che non lascia più spazio ad astrazioni di ordine spirituale, non tanto perché parallelamente esiste anche la fatica di sbarcare il lunario in un mondo sempre più difficile che non consente spazio, ma soprattutto perché la vita viene presentata dai mass media attraverso immagini che tutto offrono tranne la verità. E ciò al punto che il Vangelo pare ora assumere un ruolo di un libro incomprensibile, talvolta contraddittorio, fuori dai tempi se non addirittura masochista. Domandate a un giovane di oggi se capisce il concetto evangelico del porgere anche l’altra guancia quando si è già preso un cazzotto su una e se non preferisca invece umanamente privilegiare delle “coccole” da parte di una velina della tv. Il problema poi si complica perché, oggi come oggi, la Chiesa non è più in grado di far recepire alle nuove generazioni la concezione filosofica di perfezione assoluta che è in capo a Dio. Pare infatti che, al giorno d’oggi, tutto ciò sia un concetto improponibile, avulso anche dalla ragionevolezza, in quanto risponde a logiche umanamente non più accettabili. Andrebbe anche detto che le vecchie generazioni clericali sin qui succedutesi, non tutte per la verità, risentono anche della loro estrazione. Cosa intendo dire? Che una volta, studiare per diventare prete, significava togliersi dai campi, ma anche dai problemi economici cittadini allo scopo di imparare gratis e diventare qualcuno, altrimenti, per certe famiglie, non ci sarebbe stata la possibilità di istruire i figli, per cui, la vocazione, più che “chiamata” da parte di Dio (e ciò è successo anche in alcuni miei contesti familiari senza poi proseguire), diventava mera necessità che, nel prosieguo pastorale, non dava quel frutto capace di trasmettere sufficientemente il concetto del porgere l’altra guancia (naturalmente, senza fare di ogni erba un fascio). A questo punto, che fare? Non bisognerà certo nascondere gli occhi per non vedere: ci troviamo infatti in una fase che non dà scampo a tormentose previsioni che, a breve, segneranno un capitolo nuovo della Chiesa, forse già con questo Papa, le cui preoccupazioni attuali non sembrano avere mai avuto risvolti tanto emblematici come ora, in quanto, in quest’ultimo mezzo secolo, è subentrata una fase nuova di vita, non solo religiosa, che ha spazzato addirittura alcuni secoli di vita precedenti! Rendiamocene conto! Cosa vedo in futuro? Vedo un ritocco, se non proprio dei dogmi della Chiesa, sicuramente del modo nuovo di concepire le problematiche della famiglia (un divorziato non è un ladro, ma sempre figlio di Dio), vedo poi un forte passaggio della gestione spirituale della Chiesa, dai preti ai laici, ma vedo anche la possibilità che il prete si faccia una famiglia, anche in nome di madre natura, oltre che in nome di Dio. Ci saranno anche qui, come in altri contesti, preti bravi e preti meno bravi, preti che desiderano avere moglie altri no, come nel laicato. Non capire queste cose o, peggio, far finta di non capirle, significherebbe aggravare ulteriormente la gestione spirituale della Chiesa, e ciò con conseguenze catastrofiche, dato che anche l’Enciclica Papale Fides et ratio, scritta soprattutto in funzione di una possibile collaborazione fra le varie confessioni religiose, non ha sortito ancora nessun effetto, e che, purtroppo, ancora oggi, è difficile anche semplicemente da immaginare.

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